L’uomo a Venezia. Sulla Biennale Teatro 2015

Si è conclusa la 43esima edizione del Festival Internazionale di Teatro promosso da La Biennale di Venezia, diretto dallo spagnolo Àlex Rigola. È possibile considerarne l’eredità artistica e intellettuale? Esaminando quattro spettacoli, emerge come il teatro proposto parli di identità e desiderio di rinascita.

Oskaras Korsunovas, Hamlet - photo Dmitrijus Matvejevas
Oskaras Korsunovas, Hamlet - photo Dmitrijus Matvejevas

L’UOMO, DOMANI
Il 43. Festival Internazionale del Teatro di Venezia si è proposto come un laboratorio di analisi e studio del contemporaneo in grado di tracciare una strada per il futuro dell’uomo. Su quali basi, idee, pensieri, spunti organizzare il domani senza dimenticare la pesante eredità del passato che preme sul presente? E il teatro, attraverso quali forme espressive e canali linguistici può aiutare a figurare tale prospettiva?
Un linguaggio eterogeneo di segni, gesti, simboli, vocalità, tecniche di comunicazione è stato messo in atto dai registi degli spettacoli proposti, con l’obiettivo innanzitutto di rendere l’uomo consapevole di ciò che è ora nell’ottica di come potrà mutare.

L’INTRECCIO DELLA RETE
Never Forever, scritto e diretto da Falk Richter in collaborazione con il coreografo Nir de Volff e con i ballerini di Total Brutal, descrive la condizione esistenziale contemporanea dell’uomo. La scena è il luogo del post-umano in cui non esistono certezze, riferimenti sessuali e politici, ma confusione: uno stato liquido creato da una globalizzazione che ha confuso un’intera generazione. L’uomo, quindi affronta una sopravvivenza faticosa scandita dalla brutalità e della violenza del reale e allo stesso modo dalla finta certezza dei profili online che nascondono la vera identità.
È proprio nella Rete che l’essere umano, stando a Richter, cerca connessioni, rapporti, collegamenti con l’altro che il regista traduce nell’osmosi tra teatro e danza. Sulla scena i corpi, in stretta relazione tra loro, stabiliscono un’unica comune identità. La danza è, dunque, assunta da Richter e de Volff come un sistema linguistico in grado di dimostrare il perenne movimento e mutamento della società contemporanea attraverso corpi che si chiudono e aprono tra loro.

Oskaras Korsunovas, Hamlet - photo Dmitrijus Matvejevas
Oskaras Korsunovas, Hamlet – photo Dmitrijus Matvejevas

L’AMLETO LITUANO
Se Richter sceglie l’intreccio umano, il lituano Oskaras Koršunovas nell’Hamlet opta per la riflessione “attraverso lo specchio”. La scena appare composta dagli specchi dei camerini dove gli attori si truccano. All’inizio posti l’uno di fianco all’altro, si muovono poi continuamente supportando il climax ascendente di tragicità dello spettacolo. I continui cambi scena non forniscono punti di riferimento narrativi a chi guarda. Il regista descrive la mutevolezza della società di oggi.
Un dubbio assale Amleto, interpretato magistralmente da Darius Meškauskas: “Chi sono io?”, domanda a se stesso e agli altri con urla e violenza, preso nel vortice degli specchi che spesso lo incatenano. Koršunovas, così, scioglie dal carattere dubbioso e riflessivo il Principe per renderlo iroso, istintivo perché stanco di non capire ciò che lo circonda, ma allo stesso modo capace di scavare nella propria intimità in una ricerca personale non mediata dalla forza della società.

IL GRADO ZERO DELLA DIZIONE
L’Hamlet di Koršunovas prende avvio da uno studio filologico dell’opera di William Shakespeare per cercarne il valore contemporaneo, esattamente come il lavoro che compie Romeo Castellucci per Giulio Cesare. Pezzi Staccati.
L’opera drammaturgica di questo spettacolo indaga il significato della parola. Sono proposti tre momenti del Giulio Cesare di William Shakespeare, il dialogo iniziale tra Flavio con Marullo e un ciabattino davanti al popolo, l’orazione di Giulio Cesare e il monologo di Antonio davanti al cadavere di Cesare in un crescere di distruzione della parola. All’inizio “…vskij”, interpretato da Simone Toni, ossia la parola perfetta della dizione si inserisce in bocca un endoscopio materializzando il fonema alla sua origine, la laringe, per parlare di un popolo romano ridotto a un mucchio di scarpe dimentico di valori e virtù. La voce e la parola successivamente nell’orazione di Cesare (Gianni Plazzi) non esistono più e si materializzano nel suono dei suoi movimenti. Quando poi nell’orazione di Antonio la retorica esplode, l’unico suono percepito è lo sfiato del buco sul collo di Dalmazio Masini, l’attore che lo interpreta, laringectomizzato.
Dimenticare quindi la parola e studiare nuove tecniche di comunicazione sia per il teatro e per l’uomo di oggi bersagliato dalla ridondanza della società di oggi. Questo suggerisce il Giulio Cesare di Castellucci. Ecco quindi che sul palco esplode la luce di alcune lampadine a indicare un nuovo stilema di rappresentazione, per uno status quo diverso che esplode per risvegliare i sensi di chi guarda.

Milo Rau, Hate Radio - photo Daniel Seiffert
Milo Rau, Hate Radio – photo Daniel Seiffert

ODIO RAZZIALE
Nuove forme di figurazione teatrale sono proposte anche da Milo Rau con International Institue of Political Murder nello spettacolo Hate Radio. Nell’ottica di un nuovo percorso per l’uomo, il regista svizzero sembra rammentare il pesante fardello del passato. Durante la guerra civile in Rwanda all’inizio degli Anni Novanta, la Radio RTLM (Radio-Télévision Libre des Mille Collines) promulgò odio nei confronti dei Tutsi, spingendo il popolo Hutu a rappresaglie e uccisioni. Come rappresentare tutto questo?
Rau sceglie la documentazione. Prima attraverso dei video che raccolgono affermazioni dei testimoni del genocidio, confutate successivamente dalla rappresentazione delle parole pronunciate con forza dagli speaker radiofonici durante la riproposizione di una trasmissione. In questo modo l’odio razziale è percepito, vivo, concreto. Il teatro di Rau, quindi, racconta l’indicibile, con la cruda realtà dei fatti, come un monito per l’uomo di oggi e per il suo futuro.

Davide Parpinel

www.labiennale.org/it/teatro/

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Davide Parpinel
Sono una persona che desidera avvicinare chiunque voglia all'arte e alle sue connessioni con l'uomo, la società, la storia, il presente, fornendo spunti e creando curiosità. Per compiere questa mia missione ho i titoli accademici, ho conseguito gli studi e le ricerche necessarie, ma soprattutto ho la volontà di portare chi mi vuole leggere a osservare gli sviluppi della materia artistica.