Carolyn Carlson: here and Now

Note sul nuovo spettacolo della sapiente coreografa californiana. Un passaggio presentato nell’ambito della stagione di danza del Teatro Dante Alighieri di Ravenna. Sulla via dello zen.

Carolyn Carlson Company - photo ©Patrick Berger
Carolyn Carlson Company - photo ©Patrick Berger

A prescindere dalle origini indiane poi filtrate attraverso la cultura cinese, la raggiera di proposte sviluppatesi nel Sol Levante sotto il segno specifico dello zen prevede come prima cosa un resettaggio mentale, un azzeramento di nozioni e saperi, una cancellazione”: lo storico dell’arte Fabriano Fabbri sintetizza con precisione il milieu in cui, da più di quarant’anni, agisce Carolyn Carlson (Oakland, 1943), la coreografa e danzatrice di origini californiane allieva di Alwin Nikolais, che all’inizio degli Anni Settanta ha portato alcune intuizioni del maestro in Europa, dove ha firmato lavori intrisi – appunto – di spiritualità zen. Dal mitico Rituel pour un rêve mort del 1972 a oggi, Carlson ha creato più di cento coreografie (termine al quale l’autrice preferisce “poesie visive”). Now è l’ultimo coerente anello di una solida e al contempo sottilissima catena.
Se è vero, seguendo ancora una volta Fabriano Fabbri, che per lo zen “ogni aspetto della vita è santo e ‘ci riguarda’, nobile o abbietto che sia, poiché in una vita da assaporare nell’irripetibilità inestimabile di ogni singolo istante saltano le categorie di interpretazione che stabiliscono un ordine di importanza dei fenomeni mondani”, diviene difficile classificare i motivi di entusiasmo per questa creazione.

Carolyn Carlson Company, Now  - photo @ Patrick Berger
Carolyn Carlson Company, Now – photo @ Patrick Berger

Si permetta allora una semplice elencazione degli elementi visibili in Now: sette danzatori (Constantine Baecher, Juha Marsalo, Céline Maufroid, Riccardo Meneghini, Yutaka Nakata, Sara Orselli e Sara Simeoni), giovani, belli e dediti al lavoro come missionari, o monaci; le musiche nostalgiche e avvolgenti del fedele René Aubry, ricche di plettri e archi, di suoni del mondo à la Cage e di ritmo; una sorprendente scenografia (foto e video), curata da Maxime Ruiz e Benoît Simon, che evoca in absentia ambienti casalinghi e silvestri; frammenti di liriche del polacco Czeslaw Milosz, dell’austriaco Rainer Maria Rilke e del francese Charles Baudelaire, pronunciate con pulita intensità in diverse lingue; numerosi carrelli con finestre di legno e con alberi che attraversano la scena; l’alternanza di passaggi narrativamente espressivi e momenti astratti, di sincroni perfetti e gesti segmentati, di piccoli mimi esattissimi e di stilizzazioni flessuose di arti superiori e schiene; di parti comiche e di attimi feroci.

Carolyn Carlson Company, Now  - photo @ Laurent Paillier
Carolyn Carlson Company, Now – photo @ Laurent Paillier

Tra ciò che è meno esplicitato, vale nominare almeno gli stratificati riferimenti a La poétique de l’espace di Gaston Bachelard e al filosofo e pedagogista Rudolf Steiner, nonché la quotidiana pratica del qi gong e del tai-chi che informa di sé i corpi dei danzatori.
Gli elementi appena nominati sono solamente “reminiscenze disseminate nel linguaggio”, direbbe Michel De Certeau, “ciottoli bianchi nella foresta dei segni”: cosa rimane, dunque, dopo l’attraversamento di questo luogo?
Si esce dallo storico Teatro Dante Alighieri di Ravenna con un senso di gratitudine verso questa Maestra (per la quale la maiuscola del titolo per una volta non è inutilmente enfatica), che dopo aver aiutato a maturare almeno una imprescindibile generazione di danzatori e coreografi (non si dimentichi l’esperienza veneziana con il Gruppo Teatro Danza La Fenice, nei primissimi Anni Ottanta, nella quale trovarono spazio e crescita, tra gli altri, Michele Abbondanza, Roberto Castello, Raffaella Giordano e Giorgio Rossi), continua a produrre capolavori di saggia esattezza e cinetica gioia.
Tornando alla questione posta poche righe fa: cosa dovrebbe rimanere, di un lavoro che fa della piena accettazione della fugacità e della transitorietà di ogni fenomeno la propria cifra e la propria forza? “Home is here. And Now”. Buio.

Michele Pascarella

carolyn-carlson.com
www.teatroalighieri.org

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Michele Pascarella
Dal 1992 si occupa di teatro contemporaneo e tecniche di narrazione sotto la guida di noti maestri ravennati. Dal 2010 è studioso di arti performative, interessandosi in particolare delle rivoluzioni del Novecento e delle contaminazioni fra le diverse pratiche artistiche.