Cinque pezzi (non) facili. L’ultimo lavoro di Virgilio Sieni

Alcune note a margine di “Dolce vita _ Archeologia della passione”, il nuovo stratificato spettacolo della Compagnia Virgilio Sieni.

Compagnia Virgilio Sieni, Dolce vita _ Archeologia della passione
Compagnia Virgilio Sieni, Dolce vita _ Archeologia della passione

Annuncio, Crocifissione, Deposizione, Sepoltura, Resurrezione: il racconto evangelico della passione di Gesù è scandito, nel nuovo spettacolo di Virgilio Sieni, da stranianti cartelli presentati nel grande palcoscenico nudo da otto danzatori essenziali e potenti, con facce sbiancate e rossetti sbavati.
Le musiche materiche di un Daniele Roccato in stato di grazia, eseguite in scena dallo stesso compositore, portano a emersione nei cinque quadri di Dolce vita _ Archeologia della passione la loro intima qualità di “laboratorio”: spazio di ricerca di modi diversi di stare in scena, di transitare nel presente. O meglio, come direbbe il colto coreografo fiorentino, sono “un’opportunità data all’uomo di stare al mondo attraverso il gesto della danza”.
Di questo spettacolo restano impressi nella memoria diversi frammenti luminosi. Tra i molti: l’iniziale malconcio arrancare di un angelo spennato (Ramona Caia, sempre più sottilmente poderosa), il suo essere tenuto e strattonato; gli stop improvvisi; gli altissimi cappelli bianchi “da Pinocchio” della schiera di clown a braccia aperte “crocifissi” in proscenio; le figure umane piene di punte, come un fugace bestiario fantastico à la Borges; le assi di legno di varie misure che nel più sorprendente dei cinque quadri, Deposizione, fanno da pietosa stampella, da umanissimo reciproco appoggio a segmenti dei corpi in scena; alcuni passaggi in sincrono, brevi e perfetti.

Compagnia Virgilio Sieni, Dolce vita _ Archeologia della passione
Compagnia Virgilio Sieni, Dolce vita _ Archeologia della passione

A tratti dalla selva di movimenti si stacca un danzatore, una danzatrice, per un assolo spezzato. Diversamente dal balletto romantico, qui il solista non è il più bravo, il più noto, il più pagato. È il più solo. Il più malinconico. Nessun eroismo: le scultoree figure di Dolce vita si pongono “in levare”, come frammenti espulsi da una civiltà “che non riesce in alcun modo a trovare una santità nella sua miseria”, direbbe Jean-Luc Nancy. Non c’è compiacimento, né Tragedia (con la t maiuscola). Analogamente, i diversi quadri e le singole coreografie si chiudono con feroce, minimale secchezza.
I cinque temi cristologici non sono evocati per imitazione, bensì agiti nel corpo, come concretissima “azione interiore”, per stare con Jerzy Grotowski. Sono atti di muscoli e ossa che si riverberano induttivamente, sia pure in forma attenuata, anche sullo spettatore (o “testimone”, appunto). Chi siede in platea riceve dalla comunità dei danzatori in scena un’immagine di se stesso: essere umano fra umani, corpo fra corpi, anima fra anime. Si guarda lo spettacolo come ci si guarda allo specchio: “La carne si fa specchio, dandoci l’illusione di lasciarci, più che nelle altre parti del corpo, accostare all’anima”, scriveva Marcel Proust in All’ombra delle fanciulle in fiore. Questo nuovo spettacolo-viaggio, “che riflette sul dolore e la bellezza, la pietà e la leggerezza”, può forse essere propriamente riassunto, ancora una volta, dalle parole di Nancy: “Ciò che qui conta è di un altro ordine che è in qualche modo anteriore ed esteriore a ogni forma di comparizione”.

Compagnia Virgilio Sieni, Dolce vita _ Archeologia della passione
Compagnia Virgilio Sieni, Dolce vita _ Archeologia della passione

Dolce vita _ Archeologia della passione costituisce un ulteriore esempio del cesellato e lungimirante lavoro sul corpo, individuale e collettivo, portato avanti da molti anni da Sieni: è la compiuta espressione di un personalissimo vocabolario di movimento e di pensiero. E di un movimento di pensiero.
È il lavoro più commovente, prismatico e fecondo visto da molti mesi a questa parte. Chapeau.

Michele Pascarella

www.sienidanza.it

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Michele Pascarella
Dal 1992 si occupa di teatro contemporaneo e tecniche di narrazione sotto la guida di noti maestri ravennati. Dal 2010 è studioso di arti performative, interessandosi in particolare delle rivoluzioni del Novecento e delle contaminazioni fra le diverse pratiche artistiche.