Scambi di scena. Chiara Caselli, tra fotografia e teatro. L’intervista

La nostra rubrica “Scambi di scena” ospita Chiara Caselli, attrice e fotografa. Attualmente in tournée con lo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Verona “Le ho mai parlato del vento del nord”, con regia di Paolo Valerio.

Chiara Caselli, Ginostra - Lupa
Chiara Caselli, Ginostra - Lupa

Fra l’Italia e il Giappone, fra un teatro e l’altro, Chiara Caselli (Bologna, 1964) ha esposto a Tokio con una mostra intitolata Il Giardino, nel 2011 ha partecipato al Padiglione Italia della 54. Biennale di Venezia e al Festival Internazionale della Fotografia di Roma. Una passione, quella per la fotografia, che la accompagna dagli anni delle scuole medie.
Da ben prima che iniziassi a recitare, avevo dodici anni, ero alle medie a Bologna e mio padre mi aveva regalato una bellissima M5 con la quale ho cominciato a scattare e a lavorare. Ho abbandonato la camera oscura da quando ho iniziato a girare il mondo come attrice. Poi nel 2008, strane coincidenze della vita, una mia cara amica pittrice doveva fare una mostra a Roma e mi ha chiesto un lavoro fotografico. Per fortuna lo spazio non era enorme perché un conto è fotografare, ma esporre richiede capacità che vanno imparate”.

Chiara Caselli
Chiara Caselli

Quando componi usi una tua personalissima griglia o ti lasci guidare dai contenuti?
Nessuna griglia. La mia fotografia, ma lo notano gli altri a posteriori, ha una composizione che sembra derivare dalla pittura. Non che la mia fotografia voglia essere pittura, ma il mio sguardo non è cresciuto guardando la grande fotografia, ma la grande pittura. I miei genitori mi portavano in quegli anni a Firenze, a Venezia, il mio sguardo si è nutrito di immagini della pittura classica. Poi la composizione non è processo razionale.

Il tempo dei tuoi scatti. È l’attimo o un divenire? Esteriore o interiore?
Il tempo ha un’accezione talmente gigantesca. In fotografia la scelta del tempo, è la scelta. Cosa succede mentre scatti? Una sospensione del tempo. Spesso uso tempi più lunghi, a volte anche molto lunghi. C’è una sospensione in quella frazione dentro di te, nel momento in cui stai cercando l’inquadratura giusta. A volte è un lavoro di sottrazione.
Ero a Bologna e in modo naturale ho tirato fuori la macchina che ho sempre con me. Quello che mi interessava era sullo sfondo. Uno sguardo iniziale che sottraeva e ho capito ciò che mi interessava era laggiù.
Il lavoro fatto per la Biennale è un lavoro sul tempo. Il come è il cosa. In quelle sette opere [Passione, N.d.R.] ci sono sei figure nere, corpi che sembrano emergere dal buio. Era il periodo in cui mi interrogavo sulla nostra percezione visiva. Ho tenuto trenta secondi, così la trama del tappeto è emotivamente a fuoco e la figura che rimane, entra di quei trenta secondi soltanto gli ultimi cinque. Rimane una scia.

Chiara Caselli, Passione
Chiara Caselli, Passione

Opere alla Bacon…
Sì, me l’hanno detto. Sono racconti in cui c’è un urlo, una danza, qualcosa che cerca di emergere da un buio. Lì dal punto di vista dell’utilizzo del mezzo tecnico, partivo dall’osservazione di guardare il mio sguardo. Anche se il corpo si muove, noi vediamo l’immagine ferma. Non lo vediamo il movimento, ma l’inizio e la fine, e così ho cercato di sindacare cosa succede nel durante.

E poi c’è un tempo interiore.
C’è il tempo interiore. Non ha nulla a che vedere con quello cronologico, ma si dilata, si restringe, ci sono momenti del passato durati un attimo ma dentro di noi possono dilatarsi e diventare eterni.

Quale posizione chiedi a chi guarda?
Non chiedo nulla a chi guarda. Se uno trova la porta per entrare è bello. Quello è il punto di vista.

Tra corpi e paesaggi c’è un confine che sembra un frattale.
I lavori con la figura hanno un coinvolgimento emotivo mio che forse ha a che vedere con l’inconscio, con qualcosa che si muove dentro, che trova quella cosa che sta lì, nell’obiettivo. È una corrispondenza. I lavori sulla natura nascono invece da un ringraziamento per ciò che già c’è.

Chiara Caselli, Passione
Chiara Caselli, Passione

Esposizioni come Lost in landscape al Mart ci hanno detto che parlare di paesaggio oggi significa confrontarsi con lo zenitale di Google ma anche con gli orrori della morte che entra nello sfondo. Il tuo paesaggio?
Io mi sento nel paesaggio. Sono lì dentro, sono diventata, ho fotografato la serie Ginostra perché sono stata colta da quel fenomeno che avviene in quelle zone delle Eolie: la lupa e fata morgana. C’era una luce che avvolge le cose, che confondeva i contorni, il cielo, il mare  e le cose: un po’ shakespeariana. Un fenomeno. Mi sentivo diventata luce. Io ero lì. Le parole per dirtelo sono di troppo. Devo trovarle per raccontare. Ma l’atteggiamento, come ti dicevo, è di ringraziamento. Sono e vorrei partecipare.

Cos’è per te l’obiettivo. Uno schermo o una protesi?
L’obiettivo è uno schermo e una protesi. L’importante è essere sinceri, non fare le foto con furbizia, è un mezzo e sì, può anche essere schermo, perché nessuno ha poi così voglia di raccontare di sé. No?

Scambi di scena. Il fotografo è spettatore o recita?
Anche il teatro è un mezzo. Ovviamente molto diverso, per l’attore recitare è avere l’alibi perfetto. Essere profondamente se stesso anche nelle parti più recondite, delle quali hai più pudore: l’attore è sotto mentite spoglie. Però se riesci a fare un buon lavoro devi trovare una tua verità profonda per rendere vero il personaggio. Del personaggio, per fortuna, non sei del tutto padrone.

Chiara Caselli, Hypstamatic Lydia
Chiara Caselli, Hypstamatic Lydia

Che ne pensi della “mobile art”?
Se posso preferisco altro. Ho fatto una serie di foto [Hypstamatic, N.d.R.] con il telefono ma poi alle prese con Photoshop volevo morire! Comunque ogni mezzo può diventare espressivo. E se non ci fosse stato quel fotogiornalismo nelle zone di guerra non avremo potuto sapere nulla.

Simone Azzoni

www.chiaracaselli.it

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.