Lear: l’opera mancata di Verdi secondo Lenz Rifrazioni

“Un desiderio è costruire. Tutti passiamo il nostro tempo a costruire. Per me quando qualcuno dice ‘desidero la tal cosa’ significa che sta costruendo un concatenamento. Il desiderio non è nient’altro”. Da questo concetto deleuziano la compagnia di Parma Lenz Rifrazioni ha ideato la 19esima edizione del festival Natura Dèi Teatri. Dove ha presentato la nuova creazione “Verdi Re Lear. L’Opera che non c’è”. Insieme al grande musicista elettronico Skanner.

Lenz Rifrazioni + Robin Rimbaud aka Scanner - Verdi Re Lear - © Francesco Pititto

È un’ulteriore, audace e potente indagine drammaturgica tra passato e presente, tra memoria e contemporaneità, quella compiuta da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto di Lenz Rifrazioni, progetto attorno e dentro a un’opera che non esiste, della quale si hanno tracce sparse, indizi frammentati. L’incompiuta è il Re Lear di Giuseppe Verdi, opera mai musicata e di cui esiste solo il libretto di Antonio Somma contenente le correzioni dello stesso compositore. Opera sempre desiderata,tesa a scavare nell’animo della figura del re/padre/folle, ma mai portata a compimento.
Perseguendo in quella rigorosa ricerca performativa, visuale e musicale che caratterizza la compagnia di Parma, sempre attenta ai linguaggi contemporanei, Lenz Rifrazionicon Verdi Re Lear. L’Opera che non c’è che ha debuttato al festival Natura Dèi Teatri in forma di studio e in vista di una realizzazione con orchestra al Regio di Parma nel 2015 – affida al compositore elettronico inglese Robin Rimbaud aka Scanner una scrittura che s’intreccia con la musica verdiana. Sono “arie” composte di echi di rumori e suoni della vita reale che costituiscono un tessuto sonoro dove s’innestano, secondo affinità tematiche con il King Lear di Shakespeare, arie d’opera della produzione verdiana – da Nabucco, Il trovatore, La Forza del destino –, cantate da due soprani e due baritoni in scena: la siberiana Chekmareva Ekaterina e la giapponese Takahashi Haruka, Lorenzo Bonomi e Gaetano Vinciguerra del Conservatorio Arrigo Boito.

Lenz Rifrazioni + Robin Rimbaud aka Scanner - Verdi Re Lear - © Francesco Pititto
Lenz Rifrazioni + Robin Rimbaud aka Scanner – Verdi Re Lear – © Francesco Pititto

La visione pittorica-installativa creata da Lenz Rifrazioni è la silhouette di un gruppo immobile disposto attorno a un trono posto sul fondo della scatola scenica e reso evanescente dai tre velari trasparenti dove, a più livelli di proiezioni, scorrono le immagini di un uomo, Lear, di cui udiamo la voce. Sui dettagli del suo corpo, raggomitolato o accasciato, indugia l’occhio della telecamera quasi a farne una mappatura, indagandone i moti e le ferite dell’anima.
Lear condensa la storia di padri e figli travolti da follia e cecità, in un grumo di sentimenti, affetti traditi e offesi. Ad aprirli è l’avanzare l’attrice sensibile Barbara Voghera, la cui voce e presenza si riveste di quella verità autentica che, per tradizione, vede nel fool, nel buffone, l’unico a potersi permettere parole contro il re. L’altra figura recitante che vaga e attraversa l’abbandono di un padre che non la comprende e la rifiuta, è Cordelia (Valentina Barbarini) con indosso una pelliccia che smetterà per deporla sulle spalle del fool, non più figlia ribelle ma espressione di grazia.

Lenz Rifrazioni + Robin Rimbaud aka Scanner - Verdi Re Lear - © Francesco Pititto
Lenz Rifrazioni + Robin Rimbaud aka Scanner – Verdi Re Lear – © Francesco Pititto

Ampliandone ulteriormente l’indagine, ecco conferire al Lear shakespeariano, oltre alla follia per la perdita dello scettro del potere, l’inedita dimensione di madre, che si carica così di dense rifrazioni drammatiche e simbolici affondi di senso, dopo aver cantato “Condotta ell’era in ceppi” del Trovatore, il ricordo tremendo della madre, con parole del Re: “Dov’è che sono stata? Dove sono?…”. In questo poetico e continuo cortocircuito tra i versi del libretto dell’opera e quelli del testo di Shakespeare si addensano intrusioni visive e musicali dai potenti rimandi. Come le iniziali note elettroniche dell’inno italico di Mameli che non riesce a completarsi, mentre a terra, denudati, si agitano i due baritoni – doppi Lear – e Cordelia.
Trovano altri momenti di autentica emozione le plastiche deposizioni dal trono a terra, il lento incedere e posizionarsi, il trascinare una corda al guinzaglio e le “arie” sparse – nel finale dal Simon Boccanegra, “Come in quest’ora bruna…” – che costellano l’universo verdiano sulla tragedia della paternità, resa da Lenz Rifrazioni epifania scenica del desiderio.

Giuseppe Distefano

http://lenzrifrazioni.it/natura-dei-teatri/

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).