Màntica. Il festival della Socìetas Raffaello Sanzio

L’opera d’arte è densità dell’essere che si dà nell’atto dell’assenza, nel pathos della distanza, dolce agonia della vicinanza del lontano, in quanto esercizio di tensione tra l’intuizione di una immagine e la sua dicibilità. Come tradurre la fragilità di questo vuoto in parole, ma prima ancora in comprensione, in struttura di pensiero, senza svilire o annullare la possenza di quella sottrazione a forza di strategie del pieno? Un festival a Cesena tenta di fornire alcune risposte.

Strata. D'Urso III - photo Laura Arlotti

Come si legge un’opera d’arte? Questo interrogativo innesca e nutre la settima edizione di Màntica, festival della Socìetas Raffaello Sanzio, con la direzione artistica di Chiara Guidi, intitolata Stele di Rosetta, dal nome della celebre lastra la cui decifrazione delle iscrizioni ha fornito la chiave dell’interpretazione dei geroglifici, in tal modo “immiserendo l’arte combinatoria della fantasia”, secondo Friederich Schlegel. Questo Màntica indaga appunto le dinamiche della leggibilità, a partire da quella metafora della Stele, da quella attivazione di un sistema di corrispondenze lineari – la lettura, l’interpretazione definitiva – che avrebbe disattivato, secondo Schlegel, il potenziale magico, perturbante dell’assenza e tutte le possibilità di significazione che essa riusciva a sprigionare.
Nel costruire un festival in forma di osservatorio sperimentale, in cui agli spettacoli (tra cui l’attesissimo Macbeth su Macbeth su Macbeth della stessa Chiara Guidi) si affiancano laboratori, incontri, conferenze, la direzione artistica assegna dunque un ruolo centrale alla figura del curatore, depositario per eccellenza dell’istanza di mediazione, “figura che”, spiega la Guidi, “compie un avvicinamento all’opera d’arte, allo stesso modo in cui l’artista compie un avvicinamento all’intuizione, inscrivendo la percezione dell’opera nel solco della conoscenza, in una continuità di linguaggio”. A sei studiosi, Lucia Amara, teorica del teatro, Giovanni Leghissa, filosofo ed epistemologo, Sonia Massai, studiosa di letteratura inglese ed esperta di teatro shakespeariano, Simone Menegoi, critico e curatore d’arte, Sandro Pascucci, filosofo di estetica della musica, ed Enrico Pitozzi, teorico della corporeità e del movimento, “scelti sulla base di una intesa profonda e un dialogo costruito nel tempo”, la regista affida il compito di proporre e presentare il lavoro di altrettanti artisti, per consegnare allo spettatore non più uno spettacolo ma una discorsività, la forma visibile di una relazione sfrangiata, irregolare, disordinata, ricchissima, che si consuma tra chi crea e chi osserva, tra l’artista e il teorico, il critico, lo studioso. Appunto nel ragionare nei termini di questa relazione sembra emergere la possibilità di collocare lo spettatore in quello spazio liminale dell’“avvicinamento a”, di costruire un luogo in cui l’opera sia non solo esperibile e sensibile, ma leggibile, malgrado e proprio la sua inconcludenza.

Chiara Guidi, Macbeth su Macbeth su Macbeth  - photo flashati
Chiara Guidi, Macbeth su Macbeth su Macbeth – photo flashati

Si va a teatro appunto per questo, “per vedere ciò che non si può vedere, vale a dire la ‘verità’ in forma di immagine. Una verità che sta intorno alle cose, nelle loro pieghe, sul bordo degli occhi”, nelle parole di Enrico Pitozzi, che propone a Màntica la danzatrice Maria Donata D’Urso. Una verità alla quale ci si può avvicinare solo imparandone il linguaggio, senza violarne il nascondimento, perché “pensare l’opera ha a che vedere con il rispetto per le cose che si sottraggono allo sguardo e che non devono essere svelate, ma possono essere evocate. Non si tratta”, spiega quindi lo studioso, “di elaborare strumenti teorici esterni per spiegare l’oggetto-teatro, ma quello diprendere  in carico l’emergenza del nucleo teorico che è già inscritto nell’opera, non applicarne un altro. Essa ha una propria autonomia di pensiero, in quanto andatura, modo di vivere, condotta, che si sviluppa per immagini, visive e sonore. Il curatore condivide con l’artista questa andatura, un punto di convergenza che è il modo di guardare il mondo, coltivando con lui un dialogo durante il processo creativo stesso”.
D’altro canto, “il significato di un’opera non si esaurisce mai nell’opera in sé, ma neppure negli intenti dell’artista”, spiega invece Simone Menegoi, che a Cesena non invita un teatrante, ma un artista visivo, Italo Zuffi, il quale tuttavia coltiva un interesse preminentemente performativo: “Quello della performance mi sembrava un terreno comune perfetto su cui far dialogare due universi (e due pubblici) distinti come quello teatrale e quello delle arti visive”. Che l’arte sia sempre questione di domande, non vuol dire per Menegoi che debba rinunciare a una leggibilità, ma che a ogni lettura proposta dovrebbe seguire un appello all’atto di porre ulteriori domande; compito del critico, e di una pedagogia dell’arte, dovrebbe essere quindi quello di chiarire che ciascuna lettura è limitata, e che vi è sempre spazio per proporne un’altra. “Il punto”, scrive il critico,“è tutto qui: nel voler domandare. E questo volere è un volere amoroso: è una curiosità che si nutre di desiderio, e che al tempo stesso lo alimenta”.

Dewey Dell live concert - photo Alessandro Sala
Dewey Dell live concert – photo Alessandro Sala

Certe volte proprio nel suo darsi in quanto delicato affiorare l’opera richiede fortemente una curatela nel significato letterale della parola cura, nel senso di “stare accanto a un artista, ascoltare dove ti porta e dove tu puoi portare lui. È un movimento da compiere insieme nel quale intervenire a colmare il vuoto quando la sottrazione diventa troppo forte”, come spiega Lucia Amara a proposito della sua relazione con Alessandro Bedosti. A questo danzatore, con cui condivide “un’attitudine alla fragilità, uno sguardo che si volge alle cose piccole”, la studiosa è legata da anni da un dialogo intimo, privato, che può “esporsi solo dove si è rinvigorito, e cioè nella letteratura, rubando e assumendo parole di altri. Il lavoro di Alessandro per Màntica, un vero e proprio rito di guarigione, rifugge la spettacolarità, l’esposizione violenta e si propone in forma di piccoli assoli, per sottrazione del corpo, per bui, condividendo col pubblico sfumature, qualsiasi strategia esterna di interpretazione teorica, rischierebbe di fare scomparire l’opera stessa”.
Quella del critico, del curatore, al di là delle personali declinazioni, è allora una figura  imprecisa, liquida, che pare collocarsi non dietro o davanti all’artista, ma accanto. Mentre l’artista localizza il proprio immaginario attraverso il corpo, le luci, le immagini, le voci, il teorico incontra ed evoca quell’immaginario attraverso il pensiero e la parola. Tanto più il primo si spinge oltre tale localizzazione intesa artaudianamente come limitazione, eccedendo la forma stessa del teatro, del quadro o del pentagramma, per avvicinarsi al grado zero, tanto più avvincente sarà la sfida del secondo che dovrà renderne conto rinegoziando di volta in volta la propria presenza e rilanciando sulla forma che amministra. La materia è evidentemente difficile e ancora acerba e il discrimine tra libertà della ricezione e mediazione teorica rimane necessariamente inconsistente: tanto più risulta interessante che un festival di ricerca artistica decida di costruirvi intorno un ragionamento così organico.

Rossella Menna

Cesena // fino al 10 dicembre 2014
Màntica 2014 – Stele di Rosetta. La leggibilità dell’opera d’arte
TEATRO COMANDINI
Via Serraglio 22
www.raffaellosanzio.org

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Rossella Menna
Rossella Menna si occupa di critica, studi teatrali e organizzazione. Lavora come dramaturg per il Festival VolterraTeatro e come performance curator per la Compagnia della Fortezza, è redattrice della rubrica "Scene" di Doppiozero.com e collabora con il webzine teatrale Rumor(s)cena.