Scambi di scena. Lo skianto di Filippo Timi

Quando il postmoderno invade il teatro, la sua corrosione feroce dissolve il linguaggio e l’unità di scena, denotazione e connotazione dei costumi, la funzione comunicativa del recitato e la sintassi narrativa dello spettacolo. Skianto di Filippo Timi, passato anche al Nuovo di Verona, sta al teatro di narrazione come Matthew Barney sta all’unità epistemologica dell’arte. […]

Filippo Timi, Skianto - foto di Neige De Benedetti

Quando il postmoderno invade il teatro, la sua corrosione feroce dissolve il linguaggio e l’unità di scena, denotazione e connotazione dei costumi, la funzione comunicativa del recitato e la sintassi narrativa dello spettacolo. Skianto di Filippo Timi, passato anche al Nuovo di Verona, sta al teatro di narrazione come Matthew Barney sta all’unità epistemologica dell’arte. Il barocco eccentrico dell’artista californiano è solo il contenitore immaginifico per esplosioni di citazioni che deflagrano in lustrini e paillettes.
La storia è quella già sentita ne Il festino di Emma Dante o nei racconti d’infanzia di Davide Enia: la malattia, l’handicap come metafora di un autismo comunicativo che implode in ricordi, racconti poetici chiusi nelle stanze impraticabili della mente. I modi e le forme sono però passati dal frullatore del postmoderno che ha ridotto a frammenti la narrazione e le sue velleità di unità e coerenza sintattica.
A partire dalla scena. Sul fondale grigiastro della palestra in cui s’agita la follia di Filippo Timi sono proiettati gli spot painting di Damien Hirst. Imitazioni dell’imitazione Pop Art, mise en abyme infinita della duplicabilità dell’inutile. Futilità dell’oggetto, del suo souvenir emotivo, alter ego triste di uno squallore esistenziale che si vaporizza nel trabocchetto della Brit-art al mercato dell’arte. Anni del vuoto stroboscopico in cui rimbalzano i desideri dell’attore che ora è pensiero, ora è corpo ridicolo che danza con un metro da sarta in bocca: corpo sghembo e rotto come il Teatro Valdoca ha insegnato.

Filippo Timi, Skianto - foto di Sebastiano Mauri
Filippo Timi, Skianto – foto di Sebastiano Mauri

Un colorato pastiche di fine millennio, un silenzio da assordare di parole. Il linguaggio va a rotoli, diventa un fiotto di perle. Al narratore umbro non interessa raccontare, né narrare storie. Sulla sedia e sulla cyclette di scena salgono citazioni alle performance di Gilbert & George. Scultura vivente di un disastro annunciato. Declamazione che esplode in urla masticate con guantoni da Hulk. Come il duo di Our New Sculture, Timi ci dice che osceno è andare oltre la scena, oltre la finzione esasperando la scena stessa fino al paradosso per svelarci la sincerità del rapporto attore-personaggio. Spingere fino all’esplosione dei linguaggi: sporcare il recitato di dialetto, incastrare pezzi con la fatica dell’handicappato che sa far solo scarabocchi su un testo rotto per sempre perché troppo fragile per reggere lo skianto col mondo.
I costumi si aggirano nell’enfasi barocca di Matthew Barney. Le citazioni (da Carmelo Bene a Pinocchio) sono strati di senso che si incastrano su mitologie perdute come le metamorfosi di Barney. In mutande e canottiera, con una protesi da centauro, con un costume da cow boy, Timi frequenta i generi e ne corrode i contenuti lasciando involucri vuoti come carta di caramelle colorate, scarti e scartate. Le sue bacchette magiche sciolgono i plot, li coagulano dentro ibridi. Corpo e materia si scambiano i ruoli come nell’arte di Barney. Ogni tappa nella squallida palestra è una prova di forza come le opere Drawing e il Cremaster. Tirocini per superamenti che naufragheranno nel melting pot di video con Panda pubblicitari e gattini da Youtube. Un ulteriore labirinto che si risolve nell’anarchia della materia (sperma insistentemente detto), nel caos multiforme del divagare inquieto e disorientante.

Simone Azzoni

Milano // dal 20 novembre al 7 dicembre 2014
Filippo Timi – Skianto
TEATRO FRANCO PARENTI
Via Pier Lombardo 14
02 59995206
[email protected]
www.teatrofrancoparenti.it

 

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.