Il mondo visionario di Franco Scaldati. Che ora rivive a Palermo

A un anno dalla scomparsa dell’artista siciliano, che fu scrittore, poeta, attore, regista, lo Stabile Biondo di Palermo gli ha reso omaggio. Mettendo in scena “Lucio”, ovvero quello che è considerato il manifesto poetico del suo teatro. E affidando la regia allo sguardo altrettanto visionario di Franco Maresco.

Una scena da "Lucio" - foto Ninni Annaloro

Impareggiabile cantastorie, banditore di anime vaganti, Mimmo Cuticchio (Gela, 1948) ha la parvenza di un mago Prospero siciliano, suscitatore di fantasmi e di personaggi, di azioni e di fantasie. Appare nella sua statuaria fisicità di cantore – non più “cuntista” – con due lunghe e preziose stoffe tenute sulle braccia aperte come se fossero due dei suoi pupi che non serve più manovrare né articolare, perché solamente dipinti.
Il celebre puparo ha qui il candore senile di un venditore di tessuti preziosi su cui sono disegnati due figure, Illuminata e Lucio, a cui dà vita nel loro stralunato dialogo amoroso. Presta poi la voce e il movimento ai due angeli da processione, Ancilù e Ancilà, pupazzi tenuti su due lunghe aste, colti nel loro vagare tra cielo e terra guardando i soprusi degli uomini; e a un fantoccio a grandezza naturale seduto al centro della scena, un vecchio vizioso, altro emblema della miseria umana.
Mettiamo che Lucio (gobbo e mutilato) sia l’ultimo uomo, mettiamo che Lucio abbia del passato un vago ricordo biologico, mettiamoci pure l’innocenza, il gioco, la luce, il mare, le montagne, gli alberi, il peccato, mettiamo che Lucio senta nella luce l’unica (prima o ultima) possibilità di essere”: così ebbe a scrivere Franco Scaldati nel 1977 del testo Lucio, considerato il manifesto poetico del suo teatro, e al quale il Teatro Biondo di Palermo ha reso omaggio con questo allestimento che, oltre a Cuticchio, ha come interpreti della poetica di Scaldati un collaboratore e amico dell’autore, Melino Imparato, e un nota “maschera” popolare siciliana, Gino Carista, diretti dal regista cinematografico Franco Maresco – maestro graffiante di rappresentazioni grottesche e di mondi miseri – che ha lavorato sulla versione del testo rivisitato dallo stesso Scaldati in vista di questa messa in scena.

Una scena da "Lucio" - foto Ninni Annaloro
Una scena da “Lucio” – foto Ninni Annaloro

Ci sono due personaggi della notte. Due barboni beckettiani. Vivono in un antro perduto chissà dove. Uno dei due è cieco. Si chiamano Pasquale e Crocifisso. Nel loro dialogare surreale e fanciullesco, dalla musicalità terrigna resa dalla lingua palermitana tanto ostica quanto lirica, entrano in rapporto col sogno e con la Luna. Da questo universo immaginario, zona limite del pensiero, i due stravaganti vagabondi-filosofi danno vita a figure evanescenti, una folla di personaggi che si mescolano a situazioni concrete di un vissuto quotidiano, tra violenze, desideri e passioni. Tra queste figure c’è Lucio, un teatrante innamorato della Luna, che s’imbarca per raggiungerla. Ma poiché ha un solo braccio, girerà sempre in tondo senza mai riuscirci. Lucio è una maschera. Potrebbe essere il teatro stesso, ma anche la voglia di superare i propri limiti, l’andare oltre se stessi.
Poema sul sogno e metafora del teatro, con Palermo simbolo di una condizione umana misera e dolente, Lucio aveva finora avuto la voce dello stesso Scaldati, narratore-attore che da solo evocava tutti i personaggi-ombra, trasportandoci nel suo mondo attraverso la scansione del suo corpo-voce.

Una scena da "Lucio" - foto Ninni Annaloro
Una scena da “Lucio” – foto Ninni Annaloro

L’operazione dello Stabile palermitano, con la mano creativa di Franco Maresco (già collaboratore di Scaldati, insieme a Ciprì), ha dato spessore scenico all’opera con un allestimento figurativamente pregno di visioni e figure che emergono dal buio del grande palcoscenico sovrastato da una grande luna sospesa che si moltiplica in più piccole sagome. Il flusso narrativo della bella favola, che contiene sospensioni, pause e suspense, drammaturgicamente non tiene sempre il ritmo, svaporando gli umori terrestri e aurorali del testo, e determinando dei vuoti. In quel mondo di cielo e di mare, ma soprattutto di vivi e di morti, il fantoccio che, animato dagli attori, cade e si frantuma, sembra sentenziare l’inabilità dei sognatori nel mondo violento dei viventi.
Sulle stranianti note jazz di Salvatore Bonafede che ben determinano l’atmosfera notturna e gli umori del testo, scorrono infine delle immagini di una città livida e spettrale, proiettate sui finestrini di un treno in corsa, con Pasquale e Crocifisso seduti l’uno di fronte all’altro, incorporei viaggiatori, ma fortemente umani, rassegnati con la vita.

Giuseppe Distefano

www.teatrobiondo.it


 

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).