Sul mostrare di togliere. The Four Season Restaurant di Romeo Castellucci

C’è tutta la vertigine dell’artista che si nega in The Four Season Restaurant di Romeo Castellucci / Socíetas Raffaello Sanzio, presentato in esclusiva al Romaeuropa Festival. Qui ve lo raccontiamo.

Romeo Castellucci / Socíetas Raffaello Sanzio, The Four Season Restaurant - photo Sonja Žugić

The Four Season Restaurant di Romeo Castellucci / Socíetas Raffaello Sanzio è l’ideale tassello della trilogia del rifiuto iniziata con Sul concetto di volto nel figlio di Dio e proseguita con Il velo nero del Pastore. Trittico dell’iconoclastia che non è rifiuto tout court, ma dimostrazione del rifiuto. La tragedia incompiuta La morte di Empedocle di Friedrich Hölderlin è il nocciolo intorno a cui ruota questo spettacolo. “Accetto la contraddizione di togliere e del mostrare di togliere”, dice nell’incontro che è seguito alla messa in scena al Teatro Argentina, di fronte a una sala piena.
The Four Season Restaurant fotografa il momento dell’uscita di scena dell’artista che è, contemporaneamente, anche un momento di affermazione della propria identità. Per questo il silenzio e la solitudine dell’artista sono tanto più rumorosi quanto più percorre la via della sottrazione. Nega la partecipazione a una società inquinata dall’immagine insignificante. E il rifiuto è insieme un rifugio. Come Empedocle che decide di lanciarsi nel cratere dell’Etna, in un annullamento che è ricongiunzione con il tutto. Come Mark Rothko che nel 1958, in piena Pop Art, rifiuta di dare le sue tele al Four Season Restaurant di New York (episodio da cui prende il titolo questo lavoro).

Romeo Castellucci / Socíetas Raffaello Sanzio, The Four Season Restaurant - photo Christian Berthelot
Romeo Castellucci / Socíetas Raffaello Sanzio, The Four Season Restaurant – photo Christian Berthelot

I primi minuti di spettacolo, in un buio assoluto, accolgono il suono assordante di un canto stellare. È il rumore riprodotto di un ammasso stellare della costellazione di Perseo che tenta di sfuggire all’attrazione di un buco nero. La materia viene risucchiata in un precipitare abissale nell’oscurità cosmica per rinascere in una forma rovesciata. A questo allude la scena della partenogenesi delle fanciulle che riemergono dai loro stessi corpi aggrovigliati, facendosi utero del mondo? Figure smilze e piene di grazia giocano a mettere in scena il testo hölderliniano, simulano il teatro, in una specie di palestra di un convitto femminile. Sono armate di bellezza. Imbracciano fucili e maneggiano pistole per costruire quel rovesciamento semantico che solo la levità consente. Sui corpi portano impressi precisi codici e gesti che alludono alla pittura e alla scultura neoclassica, in una citazione continua di quadri e rilievi a tratti evidente. Sono portatrici della potenza della parola poetica che può emergere da un gesto radicale di amputazione: ecco l’iniziale taglio della lingua. Questo atto di mutilazione introduce il tema del progressivo scollamento della parola dal corpo. Una parola detta prima, registrata e labiata insistentemente fuori sincrono dopo, spezzata e ancora scambiata tra le interpreti che non hanno più un ruolo certo, poi ascoltata a bocche serrate e, infine, privata dei corpi quando la scena rimane vuota. In ultimo la parola torna come un’invocazione, semplicemente proiettata, e si offre al pubblico. “Non lasciarmi”, si legge.

Romeo Castellucci / Socíetas Raffaello Sanzio, The Four Season Restaurant - photo Christophe Raynaud
Romeo Castellucci / Socíetas Raffaello Sanzio, The Four Season Restaurant – photo Christophe Raynaud

C’è, come spesso nei lavori di Romeo Castellucci, la sensazione di essere sul punto di una rivelazione cui contribuiscono le apparizioni e le immagini concentrate nel deragliamento figurale della seconda parte. La si attraversa nell’onda del sipario che avanza e poi si ritira, svelando il corpo a terra di un cavallo morto – scena che richiama quella presente ne Il velo nero del pastore – o di fronte a quel volto muto di donna che compare, alla fine, enorme sul fondale, elemento di richiamo al primo lavoro del trittico, nel quale campeggiava il volto di Cristo Salvator Mundi di Antonello da Messina. Misteriosa e profonda è anche la tempesta di materia che compare dietro il diaframma che separa il palco dalla platea, un vortice che è caos cosmico, furore emotivo spinto sul ciglio di un abisso che reclama la partecipazione dello spettatore, immerso nella densità di questo teatro. A lui è demandato il compito di scomporre e creare e svelare gli enigmi.

Antonella De Santis

CONDIVIDI
Antonella De Santis
In editoria da 17 anni, è nata lavorativamente nel settimanale Romac'è, dove si è occupata di teatro e ristorazione con il ruolo di caporedattore. Una vita professionale portata avanti sul doppio binario del food e del teatro. Attualmente in forza al Gambero Rosso, ha curato la comunicazione per diversi eventi del settore enogastronomico, presentato libri e show cooking e collaborato con diverse riviste e siti di settore.