Un furioso Pinocchio zen

Il Teatro delle Albe di Ravenna compie trent’anni. E festeggia con un Pinocchio “messo in vita” da 240 adolescenti-trickster. Uno spettacolo-kolossal che fa spuntare qualche salutare domanda.

Teatro delle Albe - Pinocchio - photo Nicola Baldazzi Osservatorio Fotografico

E se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro”: così Pinocchio al Grillo parlante nel 1881, così Carmelo Bene nel 1961, così la non-scuola del Teatro delle Albe, oggi. Questo spettacolo ha una “misura” a cui la situazione odierna ci ha di certo disabituato: in scena ben 240 attori, o meglio “filosofi con le orecchie d’asino”, come li definisce il regista Marco Martinelli. Adolescenti comici e spaventati, furiosi e fragili, sbilenchi e scalcianti. Adolescenti maschi e femmine, allampanati e bassotti, grassi e occhialuti, tutti in maglietta rossa. Corrono e bisbigliano e urlano e fanno cori da stadio e saltano e “rappano” e ballano in quasi due ore di pura furia, di pura vita.
Già, la vita. La moltitudine arriva sul palco come un’epidemia, correndo e urlando da fondo sala: un boato che fa tremare i muri del teatro e noi seduti in platea, accerchiati dai guizzanti trickster della non-scuola. Già, la non-scuola. Una sua filiazione, la majakovskijana Eresia della felicità, ha fatto guadagnare a Martinelli, nel 2012, il prestigioso Premio Speciale Ubu, con una giuria che volle sottolineare la “vocazione asinina e dionisiaca” di un progetto che coinvolse “i molti”. “Molti” che per l’occasione Martinelli definì, in una sintesi che si attaglia perfettamente all’odierno Pinocchio, “il plotone che gioioso si sottomette a se stesso, felicità dell’essere coro, non solo riuniti con l’altro, ma addirittura uno con esso. I molti cantano e danzano, pestano e strepitano, schiamazzo di ranocchi mascherati”. Vocazione dionisiaca, appunto. Di nuovo: la vita.

Teatro delle Albe - Pinocchio - photo Nicola Baldazzi Osservatorio Fotografico
Teatro delle Albe – Pinocchio – photo Nicola Baldazzi Osservatorio Fotografico

Viene in mente Ennio Flaiano: “Non si può nemmeno dire che i suoi personaggi sono presi dalla vita. Sono inventati dalla vita, che è molto di più, sono il risultato di una continua e ironica attenzione alle possibilità della vita”. Perfetto, Flaiano, anche questa volta. Personaggi inventati dalla vita.L’alchimia (una delle parole chiave delle Albe) qui è elevare a potenza il quotidiano, rendere il teatro “intensificatore di esistenze”, prendere le minuzie di ogni giorno e “epifanizzarle”, parola che nell’etimo rimanda al far nascere il sacro. Questo della non-scuola è un Pinocchio propriamente zen. Termine da intendere non con vago ed etereo misticismo, ma come concreta possibilità di disvelare l’Es, l’élan vital, la zoé: ciò che sta dentro le cose.
Questa “messa in vita” del romanzo italiano più tradotto al mondo fa sorgere qualche benefica domanda. La storia è arcinota, i ragazzi in scena in un certo senso non fanno nulla di speciale, eppure, per quasi due ore, si ride (molto), ci si commuove (spesso) e si ragiona (un po’). Soprattutto, si ammirano ragazzi fare cose che, nella vita quotidiana, sono spesso piuttosto lontane dalla nostra idea di “bello”, se non decisamente irritanti. Dunque: dov’è il segreto? Come si fa l’alchimia? Yoko Ono, in pieno spirito Fluxus (ready made provvisti di istruzioni pensati allo scopo di spolverare il quotidiano dalla patina di automatismo che tutto ingrigisce, spegne, mutila), prepara un cartoncino con un foro al centro intitolato A Hole To See The Sky Through: un restringimento del campo visivo ri-direziona, rinnova il nostro sguardo su ciò che abbiamo tutti i giorni sotto agli occhi, senza più vederlo. Incorniciare, restringere, obbligare (in questo caso, all’interno di una storia predefinita e da tutti conosciuta) per trovare una nuova libertà. Si pensi ad Antonin Artaud. O ancora: usare una storia strutturata per nascondere, in parte, allo scopo di poi meglio vedere. Si pensi a Christo e Jeanne-Claude, e prima di loro a Man Ray.

Teatro delle Albe - Pinocchio - photo Nicola Baldazzi Osservatorio Fotografico
Teatro delle Albe – Pinocchio – photo Nicola Baldazzi Osservatorio Fotografico

Vedere cosa? Il Lebenswelt, il mondo-della-vita (Edmund Husserl docet): mondo nei suoi aspetti più minuti, concreti, prosaici. Sta in questo preciso luogo quello che ci racconta Luigi Dadina, co-fondatore del Teatro delle Albe e attuale presidente di Ravenna Teatro: “La prima cosa che mi son chiesto, ammirando la moltitudine dei ragazzi con le t-shirt rosse, era se il palco del Teatro Rasi avrebbe retto. Dopo che tutto è finito, ho pensato che le assi del palcoscenico ora si sentono meglio. Più vicine a tutti, più vicine alla città. Quella che c’è, e quella che ci sarà”.

Michele Pascarella

www.teatrodellealbe.com

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Michele Pascarella
Dal 1992 si occupa di teatro contemporaneo e tecniche di narrazione sotto la guida di noti maestri ravennati. Dal 2010 è studioso di arti performative, interessandosi in particolare delle rivoluzioni del Novecento e delle contaminazioni fra le diverse pratiche artistiche.
  • peterstillman

    Domande le Albe ne pongono – come tutto – ma, chissà perché?, sempre quelle sbagliate. Forse bisognerebbe uscire dall’analisi contigua, amichevole, fiancheggiatrice per interrogarsi sul contesto e sulle dinamiche culturali della città in cui si opera. Non è un caso che è proprio la città che si ritrova lo zoccolo duro del peggior Pd, quello stesso Pd (e precedenti) che ha fatto comodo in questi anni al co-fondatore sopracitato. Diffidare di chi nasconde le proprie contraddizioni e impotenze (uso volutamente degli eufemismi, mi sento generoso) dietro ai ragazzi e al loro élan vital. Non siamo (loro, come noi) zoé, cioè nuda vita, ma bios. E su questo che si misura chiunque abiti la polis.

    • Non ho capito, peterstiller. Potresti spiegarti meglio? Quali sono le contraddizioni nascoste? Qui da lontano non capisco bene.

  • monica

    bello michele caro. sei attento come sempre a quello che conta. e nella tua svagatezza fai centro ancora una volta.

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  • cristina

    Dal punto di vista dello spettatore non posso dire nulla, in quanto non ho visto lo spettacolo. Mi giunge solo una domanda , semplice semplice: se non fossero le Albe a dirigerne la regia, ci sarebbero articoli a farne un caso degno di nota.?
    Di compagnie che fanno teatro con i ragazzi ce ne sono a fiumi, il valore letterario e sociale di Pinocchio condiviso ad oltranza …il mettere in scena tematiche pregne di significati cercando il più possibile di lasciare che le cose si compiano in scena con naturale realismo e spontaneità , anche questo è il “nuovo” teatro che si persegue e si coltiva in ogni contesto di teatro sociale ed educativo. Ci sono rassegne di Teatro e Cittadinanza che hanno lo scopo di avvicinare la gente al teatro, insinuando che il teatro sia lo specchio del vivere attuale.
    Ma il teatro, è così realmente vicino alla vita delle persone e al territorio su cui si colloca? Io penso ancora di no, e sinceramente mi spaventa la troppa “anarchia” dei linguaggi , si rischia l’omologazione, il dare al pubblico quello che si pensa il pubblico voglia, con il rischio che il teatro perda la sua unicità, i suoi meccanismi necessari, a fare del teatro un luogo diverso dal resto dei luoghi di aggregazione ( che brutta parola oramai) della città. E smettiamo di dire che il teatro è la vita….ma diciamo che gli “attori” sono uomini che vivono, dentro e fuori il teatro.

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