Paure e desideri. Gaia Sitta in Equilibrio

In “Equilibrio – Il festival della nuova danza” di Roma, IfHuman, giovane compagnia italo-belga, ha presentato lo spettacolo “Fear and Desire – not everyone can be a dancer but everybody can dance”, scritto e diretto dalla regista italiana Gaia Saitta. Che ha risposto ad alcune nostre domande…

IfHuman - Fear and Desire

Da quale urgenza nasce lo spettacolo Fear and Desire?
Io non sono una regista, sono un’attrice. Quattro anni fa mi sono trasferita in Belgio e da subito mi sono ritrovata a soffrire professionalmente di una grave mancanza: dominando meno la lingua, trovare lavoro come attrice era difficile. Ho preferito allora mettermi in una posizione diversa, non volevo più chiedere di fare il mio lavoro, ma piuttosto offrire il mio lavoro. Ho riunito delle persone care che stimo per umanità e talento e ho chiesto loro di ballare. Tutte le persone chiamate a partecipare sono attori di teatro, senza alcuna formazione di danza, ma proprio questa è l’idea base del progetto Fear and Desire.

Perché la scelta di far danzare degli attori?
L’arte deve essere libera e deve sempre poter sbagliare! Il punto di partenza era creare insieme in una condizione di vera vulnerabilità, la vulnerabilità di chi non sa, né pretende di sapere. Con gli occhi aperti e le gambe che tremano. Perché ciò avvenisse, ho chiesto agli attori di spostarsi: si trattava di stare in scena, come loro abitudine, ma con un linguaggio che non era il loro, quello della danza appunto. Grazie a questo spostamento di linguaggio e allo spaesamento che ne è derivato, il livello di presenza in realtà si è liberato in modo sorprendente. Confrontarci poi con qualcosa che normalmente non ci competeva, ci ha dato modo di sfuggire a vecchie ansie da prestazione, godere davvero del piacere della ricerca per la ricerca, senza la paura del risultato. La scelta della danza è dovuta al fatto che prima che linguaggio artistico, la danza è ballo, nel senso di primaria espressione di gioia, festa, sacro. Fear and Desire è un gruppo di persone disposte ad alzarsi e concedersi un ballo.

IfHuman - Fear and Desire
IfHuman – Fear and Desire

IfHuman è un collettivo. Il lavoro che produce è un’espressione corale, o piuttosto è una somma di diverse individualità?
Questo spettacolo è una creazione collettiva, ma ha molto a che fare con l’individualità. In scena ogni attore ha costruito la sua danza in modo personale, rispondendo a domande intime sulla propria esperienza artistica e di vita, tanto che non sarebbe possibile neanche fare sostituzioni: altri attori, altre persone, farebbero necessariamente altre cose. Non ho mai avuto alle spalle una produzione vera e propria. Abbiamo lavorato gratuitamente. Se il Festival Equilibrio per volere del direttore Sidi Larbi Cherkaoui non ci avesse programmato, non avremmo mai potuto finalizzare il progetto. Mi ha commosso molto: ha scelto una compagnia così giovane, con un linguaggio così irriverente. Mi dico che l’amore e la necessità con cui abbiamo messo in piedi lo spettacolo sono la nostra forza e sono davvero contagiose.

Il lavoro tesse relazioni intime anche con l’universo di Pina Bausch…
Se c’è qualcuno che ha avvicinato teatro e danza è stata lei, assoluta e geniale iniziatrice. La danza può essere un mondo estremamente codificato, lontano e inaccessibile, Pina Bausch l’ha resa accessibile a tutti, mescolandola al mondo del teatro, mettendoci un soffio umano che l’ha resa irresistibile. Julie Anne Stanzak, nostra coreografa e prima ispiratrice di Fear and Desire, ha danzato trent’anni per la Baush. Per prima cosa ci ha mostrato come tutti noi danziamo in ogni momento, come le differenze nei corpi non siano mai un difetto ma una nuova possibilità di espressione in movimento. In scena con gli attori c’è poi una vera e propria danzatrice: Daisy Ransom Phillips, che ha lavorato con Alain Platel e lo stesso Sidi Larbi Cherkaoui. Lei è il ponte e l’essenziale punto di riferimento tra il nostro gruppo di attori e un linguaggio che dichiaratamente non è il nostro.

IfHuman - Fear and Desire
IfHuman – Fear and Desire

Cosa fa del Belgio una realtà creativamente più propizia rispetto al tuo paese di origine?
È un paradosso perché me ne sono andata via da Roma arrabbiata e da Roma mi arriva il più prestigioso degli inviti! Sono comunque convinta che restando in Italia non mi si sarebbe mai aperto questo palcoscenico, approdo di un percorso di ricerca e di vita che mi ha cambiata molto. In Italia percepivo un senso di inerzia, a Bruxelles ho trovato strutture accessibili e trasparenti, quindi il mio desiderio creativo si è moltiplicato, perché più realizzabile. Mi ha sconvolto ad esempio aver avuto la possibilità di usufruire di una delle sale del Teatro Nazionale di Bruxelles per la prima tappa di creazione di Fear and Desire. È bastato avere un buon progetto. Cosa che nei grandi teatri di Roma non succederebbe. Qui non si respira la disperazione degli artisti come in Italia, innanzi tutto perché esiste un dialogo tra arte e istituzioni. Anche in Belgio ci sono stati dei tagli molto forti alla cultura e inizialmente dovevano essere concentrati sui fondi per la giovane creazione. Questo taglio, gravissimo per la possibilità di crescita di nuove realtà artistiche, a seguito di una manifestazione di protesta molto partecipata, è stato poi limitato, frazionandolo con altri settori artistici.
Esiste un’educazione artistica gratuita, ogni quartiere ha un’accademia in cui bambini e ragazzi possono sperimentare seguendo corsi di teatro, musica, danza… Ma soprattutto in Belgio essere un attore, un professionista dello spettacolo, significa rientrare a pieno diritto in una categoria di lavoratori, con seguenti diritti, tra la cui la disoccupazione. In Italia non esiste.
Non solo. Io vivo in una casa d’artista; esistono spazi abitativi bellissimi e in pieno centro, offerti dal comune di Bruxelles agli artisti con un canone di affitto molto basso, perchè il lavoro artistico è saltuario e va tutelato. L’arte è legata al lavoro, l’arte è lavoro, dovrebbe essere elementare, ma non lo è.  Questo non è un concetto astratto: fa dell’artista un professionista.

Valeria Carnevali

www.ifhuman.com

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Valeria Carnevali
Marchigiana, dopo la laurea in Lettere Moderne conseguita a Urbino nel 1999 con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea, si stabilisce a Milano lavorando per diversi anni nel settore dell’editoria d’arte e collaborando con gallerie e spazi espositivi. Tornata a Fabriano nel 2007, si laurea in Scienze della Formazione Primaria, continuando a occuparsi di arte e cultura del presente, con particolare interesse per la didattica e l’educazione all’arte (e attraverso l’arte) contemporanea. È attualmente insegnante nella scuola primaria e curatore artistico. Nel 2016 fonda l’associazione Art comes to Town. Scrive per Artribune dal 2012.