La prigione di Olly: Edward Bond in scena a Malta

Colpa ed espiazione, responsabilità e perdono. Ma anche tentativi disperati di far funzionare la comunicazione tra esseri umani. Il testo di Edward Bond va in scena a Malta, grazie alla produzione di Adrian Buckle.

Olly’s prison - photo Joseph A. Borg

È merito di Adrian Buckle se a Malta arrivano gli autori contemporanei della scena inglese, dando corso a un nuovo fervore teatrale. In questi anni, in qualità di produttore con la sua Unifaun Theatre Productions, Buckle ha portato in scena, con coraggio, testi di Sarah Kane, Martin McDonagh, Mark Ravenhill, Anthony Neilson. È toccato ora a Edward Bond con un testo del 1993, scritto inizialmente per la televisione e poi adattato per il palcoscenico: Olly’s prison. Il suo teatro è noto in Italia, soprattutto per due allestimenti recenti di Luca Ronconi: Drammi di guerra e La compagnia degli uomini, quest’ultimo – un dramma-commedia sulle leggi del profitto, con storie di armamenti e corruzioni, di capitalismi con dottrine diverse, e di contese tra padri e figli – ritenuto dallo stesso Bond una delle migliori messe in scena.
Il drammaturgo londinese, poeta, sceneggiatore e regista teatrale, dalla scrittura grifagna e rovente, aristocratico e insieme popolare, forte ma non privo di tenerezza, ha fama di essere un autore duro, corrosivo, crudele. Se si può anche smentire questo credito, di sicuro si può affermare che la sua lettura della realtà lo rende uno scrittore scomodo per le situazioni che prospetta, e per il linguaggio con cui sceglie di descriverlo.

Edward Bond - photo Joseph A. Borg
Edward Bond – photo Joseph A. Borg

Classe 1934, autodidatta come Pinter e Stoppard, Bond fin dalla metà degli anni Sessanta è stato un osservatore attento e critico dei rapporti di forza messi in atto tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Sia che affronti la Storia, sia che la cali nella quotidianità della scuola, della povertà metropolitana, nelle ossessioni delle periferie, nella durezza della vita operaia. Ronconi osservava che Bond usa la Storia come ambito, collocandovi personaggi ed eventi che tratta poi con un’intenzionale, particolare forma di distanza, assolutamente maieutica. Anche in Olly’s prison spetta al pubblico vedere, leggere, interpretare, costruirsi un’idea personale, trarre le conclusioni di quanto la commedia intende comunicare. Per quasi un’ora assistiamo al soliloquio di un padre vedovo, Mike, rivolto alla figlia, Sheila, che, impassibile, seduta e con le mani sul tavolo, non gli rivolge né lo sguardo, né la parola. L’attenzione si focalizza sulla tazza di thè che egli le offre a più riprese cercando un dialogo, e che lei rifiuta di bere. Quel silenzio ostinato e il rigetto verso la figura paterna, lo porterà all’esasperazione. Fino a quando, preso da un’incontrollata furia, la ucciderà. In carcere Mike si chiude a sua volta in un torpore fisico e mentale che lo porterà, nonostante la visita della vicina di casa, Vera, che lo ama e cerca di dargli speranza, a tentare il suicidio. Ma viene anticipato da un giovane compagno di prigione, Smiler, prossimo a uscire, scoperto impiccato col cappio che Mike intendeva usare per sé.

Olly’s prison - photo Joseph A. Borg
Olly’s prison – photo Joseph A. Borg

L’inspiegabile atto del giovane aggiungerà ulteriore turbamento e confusione nel suo animo. A nulla varrà la ricerca disperata della madre, Ellen, di capire il motivo della morte insensata del figlio, neanche quando dopo qualche anno Mike, ormai libero, si reca da lei chiedendo ospitalità. Dalla donna incontrerà Frank, il presunto fidanzato di Sheila diventato un poliziotto in cerca di vendetta, che lo perseguita e cercherà di incastrarlo per riportarlo in prigione. Questi ingaggerà, dietro compenso, il compagno di Ellen, Oliver, mutilato a un occhio. Usandolo come pedina e istigandolo alla violenza in un corpo a corpo che serve a caricarlo di odio da riversare poi su Mike per accusarlo, nella colluttazione in casa Oliver perderà anche l’altro occhio. In ospedale, completamente bendato, Olly rifiuterà il conforto di Ellen e di Mike, e, scorrendo il dito sul bordo del tavolino dirà: “Questa, d’ora in avanti, è la mappa del mio mondo”. La sua prigione. Ma anche quella della donna e dell’uomo (che vedremo a letto insieme nell’ultima scena) accomunati dalla morte dei rispettivi figli Prigione nella quale, conclude Mike, ci siamo dentro tutti. Perché essa è dentro di noi come fuori, e non ci si può liberare dalle colpe fin quando non capiamo i motivi. Scoperchiando la violenza latente nella normalità della vita quotidiana, e la perversione della giustizia, Olly’s prison parla di responsabilità e di espiazione, di come la società possa trasformarci in persone violente; di come i nostri atti possano castigarci e perseguitarci, renderci consapevoli o meno del bene e del male, della libertà come dono o come prigione.

Chris Cooper - photo Joseph A. Borg
Chris Cooper – photo Joseph A. Borg

È noto che Bond non affida a chiunque i suoi testi per non veder violati contenuto e forma della propria drammaturgia. Ma se c’è uno specialista del suo teatro questi è il regista Chris Cooper, di cui Bond (che ha seguito con generosità le prove dando consigli agli attori maltesi) ha grande stima. La messinscena asciutta e vibrante di Cooper ha trovato una particolare suggestione visiva nello spazio del St James Cavalier Theatre di Valletta: un teatro con la scena al centro e il pubblico attorno. Una vicinanza che crea complicità. Difficile semmai, scenicamente per Olly’s prison, per il variare di ambienti, ma ben risolti dal set-design Romualdo Moretti, che sfrutta le quattro porte della struttura per definire luoghi con entrate e uscite e cambi a vista di oggetti e mobili, che creano interni domestici e di prigione. E sono bravi tutti gli interpreti a dare intensità emotiva ai personaggi. Fra tutti il Mike di Manuel Cauchi, specie all’inizio col suo implorare, rimproverare e minacciare la figlia nel tentativo di suscitare una risposta.

Giuseppe Distefano

www.unifauntheatre.com

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).