Ripensando Beckett

Samuel Beckett nelle mani di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, che l’hanno portano sul palco nell’ambito della rassegna “Stanze”. Una versione che sembra contraddire il testo, ma che in fondo risulta più che riuscita.

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa in Non io di Samuel Beckett

Paradossalmente, ogni messa in scena dei testi teatrali di Samuel Beckett è un potenziale tradimento. Soprattutto per le opere tarde, in cui l’irlandese giunge ai massimi risultati nella sua opera di sintesi estrema e definitiva, di sgretolamento dall’interno del linguaggio. È pur vero che tale scarnificazione si compie passando tramite un’eccedenza di parole che finisce per produrre la paralisi. E proprio qui sta il punto di tangenza con la poetica dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, che non a caso hanno da sempre Beckett come punto di riferimento. La compagnia fondata da Marco Isidori (regista e drammaturgo), Daniela Dal Cin (scenografa e costumista) e Maria Luisa Abate (prima attrice) si contraddistingue per un uso della voce antirealistico e musicale, che spesso impegna gli attori in un unisono quasi cantato. Ed è proprio l’affastellamento a oltranza delle voci e del loro timbro a produrre una sorta di stasi del linguaggio, che imbriglia i personaggi rendendoli individui ingabbiati e impotenti, titanici nell’abbozzare strategie di resistenza. Elementi flagranti in un’opera come Non io, scritta da Beckett nel 1972. Nel testo, del corpo della protagonista è illuminata solo la bocca. Da essa sgorga un profluvio inarrestabile di parole, dopo decenni di silenzio. L’impossibilità di tacere è ancor più dolorosa dell’interminabile afasia, ed è ovvio che in essa risfocerà.

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa in Non io di Samuel Beckett

Nell’adattamento, andato in scena nell’ambito della rassegna Stanze, i Marcido scelgono la strada più ardua. Il tradimento è doppio: oltre a quello implicito cui si accennava all’inizio, le singole scelte sembrano contraddire il testo. Il corpo di Maria Luisa Abate è visibile per intero, e per quanto issata su un angusto piedistallo l’attrice non è impossibilitata al movimento; il tono utilizzato non è sommesso né asciutto, ma lancinante e sopra le righe. Ma è proprio tramite queste variazioni che la sfida al testo risulta riuscita. Il senso di costrizione che la Abate riesce a trasmettere è infatti straziante proprio perché la libertà potenziale del suo corpo è visibile al pubblico. E il suo attirare l’attenzione solo sulla sua bocca, usandola come se ciò comportasse uno sforzo disumano, ottiene gli stessi effetti dell’invisibilità del resto del corpo prescritta nel testo. Anzi, man mano che i minuti trascorrono, è come se l’intero corpo della protagonista diventasse un’enorme bocca. L’attrice conferma così il suo istrionismo caricaturale e assieme serissimo, davvero fuori dal comune. Piuttosto, suona come un vero sacrilegio la scelta di far seguire a Non io una rilettura farsesca della favola di Cenerentola, in cui oltre alla Abate sono coinvolti altri quattro attori, nella prima opera solo comparse. Una prova di bravura di cui sfugge il senso e che azzera gli echi innescati nello spettatore dal monologo beckettiano.

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa in Non io di Samuel Beckett

Da segnalare la particolare formula della rassegna Stanze, che ha ospitato Non io dei Marcido: le rappresentazioni si svolgono in case private messe a disposizione dai proprietari. Il luogo viene comunicato solo la mattina dello spettacolo, e alla fine il padrone di casa offre un rinfresco a pubblico e compagnia. La chiusura del ciclo per il 2012 è stata affidata a Prodigioso delirio, ispirato a uno studio di Freud, intensissima interpretazione di Mario Sala per la regia di Lorenzo Loris.
Dal canto loro, i Marcido sono ora in tournée con l’Edipo re di Sofocle, che dopo il debutto al Piccolo di Milano andrà in scena a Torino dall’11 al 16 dicembre, poi a Piacenza e Lugano.

Stefano Castelli

www.marcidomarcidorjs.org
www.teatroalkaest.org/stanze

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.