La verità dei corpi. Conversazione con Silvia Costa

Il debutto internazionale al festival Euro-scene di Lipsia. È “La fine ha dimenticato il principio – un saggio su Pan”. Abbiamo conversato con Silvia Costa, ideatrice del lavoro.

Silvia Costa - La fine ha dimenticato il principio. Un saggio su Pan - photo Matteo de Mayda

Com’è nato lo spettacolo La fine ha dimenticato il principio – un saggio su Pan)?
Per questo lavoro, come per ogni altro, il mio punto di partenza è un’idea. Rispetto ai primi due spettacoli della trilogia Formazione Pagana, e cioè Insorta distesa e Stato di grazia, in questo terzo episodio, intitolato La fine ha dimenticato il principio – un saggio su Pan, ho sentito più forte la necessità di sintetizzare gli elementi, bruciando tutto l’inessenziale.
Questo probabilmente perché ho scelto di lavorare con Juri Roverato, un danzatore che a causa di complicazioni durante il parto, è affetto da tetraparesi spastica grave (distonia). Vedendo la danza di Juri, ho pensato alla morte del grande dio Pan. L’idea era l’associazione tra queste due figure, il trasportare il vitalismo per cui Pan è conosciuto sulla pelle di Juri, lungo gli spasmi che attraversano il suo corpo. Trasformare la disabilità di Juri in abilità. Di solito sono abituata a decidere tutto in anticipo, lavorando da sola e soltanto in un secondo momento, quando sono convinta delle mie immagini, provo con gli attori. In questo caso tutto quello che avevo pensato in precedenza, è stato sconvolto dalla presenza di Juri.

Silvia Costa – La fine ha dimenticato il principio. Un saggio su Pan – photo Marina Rosso

Come si è sviluppato concretamente il lavoro?
Inizialmente ho avuto la preoccupazione di esplicitare visivamente l’associazione che in me avveniva d’istinto, per paura che essa non arrivasse al pubblico. Per questo avevo previsto di usare degli elementi che richiamassero letteralmente la mia idea, come il suono dei belati di un gregge di pecore, una siringa o un costume da fauno. Ma mancava una percezione concreta del corpo di Juri, quella che avevo conosciuto durante le prove. Mancava la sorpresa di quel corpo, che la separazione frontale attore-spettatore non permetteva. Mi sono resa conto che per arrivare a dire perché, per me, Juri è Pan non avevo bisogno di elementi visivi, ma dovevo creare una relazione, una vicinanza concreta.
Ho così deciso di mettere tutte le persone sul palco, stipate, in piedi, come un gregge, facendo entrare tra loro Juri nascostamente, di modo tale che il pubblico si accorgesse di questa presenza gradualmente, con sorpresa. All’inizio dello spettacolo lui cammina in mezzo alle persone, e quando si accorge di esser stato visto, comincia ad abbracciarle. In quel momento viene richiesto allo spettatore di reagire a un accadimento concreto: accogliere, rispondere, oppure rifiutare. Juri è spastico, il suo abbraccio può essere una morsa: lo spettatore fa l’esperienza, necessaria, di sentire concretamente, sul proprio corpo, cosa è la contrazione del corpo del performer.

Silvia Costa – La fine ha dimenticato il principio. Un saggio su Pan – photo Marina Rosso

Da qualche anno crei anche progetti per l’infanzia, penso allo struggente Canto d’amore
Questi lavori per i bambini sono nati grazie alla proposta fattami dal Festival UovoKids di Milano, meno di un anno fa. La loro idea è quella di coinvolgere artisti che non hanno nulla a che fare con il mondo dei bambini, cercando nuove forme di rappresentazione per questo tipo di platea. Per Canto d’amore, il lavoro che tu hai citato, sono partita cercando di immaginare quale sarebbe stata una cosa che io avrei personalmente desiderato ricevere. Volevo fare, per i pochi minuti della performance, un dono ai bambini. Ho capito che questa cosa era una canzone, che ho composto con Lorenzo Tomio, il musicista con cui lavoro. È una canzone dolce, che parla del silenzio e dell’importanza di mantenere un segreto. Viene eseguita dal vivo a ripetizione da un mezzosoprano e da un’arpista, in modo tale che i bambini e i genitori presenti abbiamo la sensazione che quel canto sia lì per loro, perpetuamente.
Ho scommesso tutto sull’emozione che la musica può suscitare e sulla relazione fra la cantante e la musicista e i pochi bambini di volta in volta presenti. La cantante, dopo un po’, prende le mani ora di un bimbo, ora di un altro, e le appoggia sul proprio plesso solare, per far loro percepire la vibrazione concreta prodotta dal canto: scatta allora, nei bambini, la responsabilità del sostenere questo gesto. Mi interessa lavorare su una difficoltà: mi serve per provocare dei sentimenti. Per far provare una sensazione.

Silvia Costa – La fine ha dimenticato il principio. Un saggio su Pan – photo Marina Rosso

Come si lega questa direzione della tua ricerca ai lavori per adulti?
Il punto in comune è la centralità del sentire, che deve passare attraverso il corpo. Da quello del performer a quello dello spettatore. Nei progetti per bambini prevalgono la dolcezza, la sorpresa e la meraviglia; in quelli per adulti è maggiore l’accento sull’indeterminatezza che fa parte della nostra esistenza, sulla contraddizione e il “male” che essa comporta. Ma entrambi gli ambiti hanno come nucleo la relazione corporea con lo spettatore, che deve produrre un possibile significato. La dimensione puramente visiva non è più sufficiente, oggi, epoca in cui siamo sommersi dalle immagini.

Puoi fare qualche altro esempio sul tuo modo di lavorare sui contrasti?
Cerco sempre una complicazione che rompa la linearità, come un segno nero tirato sopra a un’immagine: bisogna sempre inseguire il dubbio, l’inaspettato, la stranezza. Ad esempio, nel primo episodio della trilogia, intitolato Insorta distesa, da un paesaggio bianco, pompeiano, di rovina, cenere e calce fuoriesce il corpo glorioso di una performer di colore, Nathaly Sanchez, che sorge e agisce sulla scena. Nel terzo episodio, di cui abbiamo già parlato, c’è la stridente contraddizione tra il riferirsi a una divinità e il corpo di uno spastico.

Silvia Costa – Insorta distesa – photo Giulia Fedel

Ma anche nei progetti per l’infanzia…
Sì, in La ginnastica del guerriero lavoro sullo scarto tra stereotipo ed esperienza reale: “Bambino, stai pronto. Allerta. Guardati sempre alle spalle. Non distogliere mai l’attenzione dal nemico (che non c’è). Bambino, la battaglia che ci inventiamo vuole solo eroi. Indossiamo la nostra divisa e alleniamoci come facevano gli antichi guerrieri prima di affrontare il campo di battaglia; eseguiamo gli esercizi, stiriamo i nostri piccoli muscoli, mettiamo alla prova i riflessi, proviamo fino a dove possono arrivare la nostra superpotenza e la nostra immaginazione. Bambino, voglio dirti che questa è una ginnastica di guerra che non cerca nessuna vittoria, nessuna gloria; e voglio anche dirti che non ci saranno feriti a morte qui, ma solo delle piccole persone vive – noi – che seriamente combattono il gioco del gioco”.

Lavori più all’estero o in Italia?
In Italia sento sempre di più terra bruciata attorno. Solitudine. Qui pare, e lo dico con profondo rammarico, che il lavoro non sia in sé sufficiente ad affermare se stesso ma che, al contrario, prevalgano altre logiche: simpatie, conoscenze, scambi, relazioni sociali. Altrove ho la sensazione che è il lavoro in sé che è, o legittimamente può non essere, apprezzato; o comunque c’è qualcuno che ha voglia di valutarlo.

Silvia Costa – Canto d’amore – photo Matteo de Mayda

Ci sono nuovi spettacoli in cantiere, in questo momento?
Sto lavorando su un nuovo progetto, in cui tutto ruota attorno a un oggetto mancante, che non viene mai rappresentato, neanche con un’immagine. Ci sono solo un testo e una piccola partitura primordiale: vorrei portare in scena la concretezza del fare veramente qualcosa, senza apparati esterni o estetici. Il titolo sarà Quello che di più grande l’uomo ha costruito sulla terra. Stiamo a vedere.

Michele Pascarella

www.plumesdanslatete.com

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Michele Pascarella
Dal 1992 si occupa di teatro contemporaneo e tecniche di narrazione sotto la guida di noti maestri ravennati. Dal 2010 è studioso di arti performative, interessandosi in particolare delle rivoluzioni del Novecento e delle contaminazioni fra le diverse pratiche artistiche.