Il corpo e l’invisibile, contro ogni evidenza

Conclusa la quinta edizione del festival Màntica. Eccovi un resoconto per lampi della rassegna di Cesena, diretta da Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio.

Dewey Dell - photo Federica Giorgetti

Non c’è psicologia! C’è solo materia da toccare con le mani”. Così Chiara Guidi incita le decine di partecipanti alla sua Accademia d’arte drammatica, inaugurata durante il festival. Ma anche: “È la parte invisibile che commuove, non quella che si vede”. Queste polarità apparentemente antitetiche, la concretezza e il rimando a una dimensione immateriale, hanno caratterizzato, a Cesena, questa ricchissima quinta edizione di Màntica.
Di grande forza iconoclasta, energia e padronanza tecnica è It’s going to get worse and worse and worse my friend, spettacolo della danzatrice e coreografa Lisbeth Gruwez, che crea una vera “coreografia del politico” tra seduzione e intimidazione, partendo dalla voce registrata del cattolico evangelista ultraconservatore Jimmy Swaggart, uno dei più celebri tele-predicatori americani. Gruwez, per anni musa di Jan Fabre, rivela il nome della sua compagnia, fondata con il compositore Maarten Van Cauwenberghe, con cui presenta questo e altri lavori, precisando l’intenzione quasi bellica della loro performatività: “Voetvolk è una parola fiamminga che si potrebbe tradurre con ‘fanteria’: quel gruppo di persone che, in guerra, non avendo un cavallo, doveva usare il proprio corpo, gettandolo in prima linea”.

Survey of prisons in the Kyrgyz Republic

Analoga attenzione al politico è presente nella commemorazione I passanti, un unicum ideato da Claudia Castellucci, realizzato in una via cittadina vicino alla sede della Socìetas Raffaello Sanzio. L’azione si svolge di fronte a un muro su cui qualcuno ha riprodotto il volto di Benito Mussolini. Sul marciapiede un percussionista suona un rullante, mentre due operai in tuta da lavoro sono in piedi, in attesa. Poi gli operai, lentamente, fissano al muro cinque piccole targhe, a circondare l’immagine del Duce. Claudia Castellucci introduce l’azione: “Quando passo per questa strada incontro sempre questa immagine. Si trova su questo muro da più di un anno. Il muro è quello di una scuola. E di fronte alla scuola c’è una chiesa. Bambini, genitori, ragazzi, educatori, sacerdoti e vecchi passano di qui, tutti i giorni, come me, e incontrano questa immagine. Mi sono chiesta quale fosse la ragione della sua durata, come a nessuno sia venuto in mente di cancellarla. Allora ho pensato di agire, da passante e fare durare questa domanda. Commemorandola”.
Di grandissimo interesse anche alcuni incontri, tra cui l’inaspettato Salto in altro, tra Alessandro Bergonzoni e una divertita Chiara Guidi e, in chiusura di festival, Potenza dell’inesistente. L’Inesistente: una fonte di immagini, con Romeo Castellucci e Rubina Giorgi. La poetessa e filosofa, evocando recenti ricerche di ambito neuroestetico, riflette sulla possibilità di “procurare una trasmutazione dell’umano” attraverso l’empatia e le passioni, e dunque attraverso il corpo: “La compassione è concetto mentale, mentre l’empatia è del corpo. E le passioni sono un involuminamento dell’esperienza”.

Guidi-Montanari – photo Cesare Fabbri

Il festival ha anche ospitato il debutto di Poco lontano da qui, spettacolo di e con Chiara Guidi e Ermanna Montanari, fondatrici, rispettivamente, della Socìetas Raffaello Sanzio e del Teatro delle Albe, due delle realtà chiave del teatro contemporaneo, per la prima volta insieme. “Il dialogo è una tessitura molto sottile tra due caratteri messi in gioco; un bilanciamento drammaturgico di pesi microscopici che si pongono in tensione. Il pretesto destinato alla raffineria della recita è una lettera di Rosa Luxemburg. In questo insistente laboratorio poietico si insinua il pensiero sonoro di Giuseppe Ielasi, un altro tessitore che viene a perturbare la trama”: così Montanari-Guidi presentano il lavoro, che ha fra i suoi riferimenti espliciti anche Karl Kraus e i Quaderni russi di Igort.
Guardando a questa edizione di Màntica, che ha accolto, tra gli altri, anche lavori di Virgilio Sieni e Dewey Dell, vien fatto di pensare a Portrait of Ross in LA. L’opera realizzata nel 1991 dall’artista cubano Félix González-Torres è un grande ammasso di migliaia di caramelle avvolte in carta colorata, che il pubblico può liberamente prendere e mangiare, mentre un assistente rimbocca incessantemente il cumulo, in modo da mantenere costante il peso totale di 175 libbre. Peso che, si scoprirà, corrisponde al corpo di Ross, compagno da poco scomparso dell’artista. Questo “ritratto” di un corpo al contempo evocato e presente tiene intrecciate le dimensioni dell’immanente e del trascendente e mostra come siano piani ineludibili dell’arte, e dunque della vita. Immanente e trascendente, contro ogni evidenza.

Michele Pascarella

www.raffaellosanzio.org

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Michele Pascarella
Dal 1992 si occupa di teatro contemporaneo e tecniche di narrazione sotto la guida di noti maestri ravennati. Dal 2010 è studioso di arti performative, interessandosi in particolare delle rivoluzioni del Novecento e delle contaminazioni fra le diverse pratiche artistiche.