Ciò che ci rende umani. Secondo Mariangela Gualtieri.

Un percorso tra poesia, filosofia e arti, ideato e curato dal Teatro Valdoca, in partenza a Cesena. Ne abbiamo parlato con Mariangela Gualtieri.

Mariangela Gualtieri - photo Dino Ignani

Già dal sottotitolo, poesia filosofia arti, questo si connota come un progetto non esclusivamente teatrale. Quali proposte sono più vicine al teatro, e quali invece se ne distanziano?
Questo nostro progetto è un tentativo di fecondazione e arricchimento in un tempo di siccità grave: proprio come in agricoltura, la prima cosa da fare è rendere fecondo il terreno, così qui partiamo da un punto largo, dove c’è nutrimento per tutti. Il teatro è un’arte che comprende tutte le altre: qui siamo a monte dell’atto teatrale, lì dove si affondano le radici e si tentano gli innesti. Direi che l’atto più teatrale è la parola. È la parola che viene messa al centro e teatralizzata, soprattutto nell’allestimento di Cesare Ronconi. L’angoscia semantica che stiamo vivendo impone uno sforzo di attenzione e cura della parola, per un dire che sia espressivo, approfondito e risvegliante. Fra tutto ciò che ci rende umani la parola, come dicono i maestri, è l’elemento cardine, il più importante e tragicamente il più logoro, quello dunque sul quale è urgente raccogliersi e ritrovare una chiarità.

L’incontro con l’altro mi pare essere uno dei grandi temi di Ciò che ci rende umani. Da quali incontri è nato il programma?
Hai ragione a pormi questa domanda. Nel raccogliere le idee per risponderti mi rendo conto che questi ultimi anni sono stati per me ricchi di incontri formidabili, sono apparse nella mia vita persone che mi pare tengano fra le mani doni rari e preziosi, e non solo per me. Sia persone di chiara fama, come Enzo Bianchi per il quale provo stima e amicizia, ma anche figure di questo territorio, come Lorella Barlaam, una intellettuale con uno spessore umano e sapienziale che trovo straordinario o il giovane Nicola D’Altri, poeta cesenate che è molto più di una promessa. Milo de Angelis, Franco Arminio e Livia Candiani, tre poeti a me molto cari, sono amici, certo, ma prima di questo sono tre mondi singolari, tre figure per motivi diversi fra le più belle e ricche che mi sia capitato di incontrare. E so che hanno un alto magistero pedagogico, cioè la capacità di comunicare in profondità, anche nel breve tempo del loro passaggio a Cesena. Luce Irigaray e Francesca Proia le sento in qualche modo legate: entrambe navigano dentro energie ancora poco percorse in occidente, sono in modo diverso due ponti verso energie sottili e un modo di incontro con se stessi e con gli altri che vale la pena attraversare. Con Melina Mulas e Paola Farneti ci sono state già varie collaborazioni e sono persone delle quali ho piena stima, affetto e fiducia. Da ultimo Massimo Cacciari è stato mio professore all’Università e ho sempre avuto attenzione al suo pensiero.

Ciò che ci rende umani – photo Paolo Pisanelli

È possibile comunicare in profondità in un breve tempo?
Il comunicare in profondità l’ho riservato ai tre poeti ospiti: credo che la poesia sia capace di questa vertigine, cioè di toccare in profondità, e di farlo immediatamente. Anche la musica ha questo potere, ma la poesia ci riesce attivando la comprensione intellettuale, tenendo insieme significante e significato. C’è una bella poesia di Szymborska che dice che l’anima non la si ha sempre, anzi, la si ha raramente, poi scompare, a volte per mesi, per anni, per una vita intera. Io credo che certe parole possano risvegliarla, noi tutti lo sentiamo e lo sappiamo. E questo è ciò che chiamo ‘comunicare in profondità’, è il risveglio immediato di ciò che in noi è congelato e secco. Anche la filosofia è capace a volte di attivare questo risveglio.

È corretto dire che è implicato un piano politico?
Ho recentemente fatto un viaggio in Brasile e da lì, da quel paese carico di festosità e dolcezza, l’Italia mi è apparsa piena di cinismo. Non c’è alcuna cura per l’altro, spesso neppure per chi ci è più vicino. Era mia intenzione portare in questa città figure pienamente positive, e d’altro canto individuare una comunità di attenti, di persone desiderose e pronte all’incontro con chi può in qualche modo arricchirle. Penso che sia importante per una città ritrovarsi spalla a spalla, seduti uno accanto all’altro ad ascoltare parole chiarificatrici, profonde. Individuare chi è contagiato dalla stessa fame, dallo stesso bisogno di densità, di un vivere accurato. Per questo ho citato il verso sorprendente di Adonis nel piccolo libretto che contiene il programma della rassegna: “che cosa è la città se non la porta dell’amore verso l’universo?”. Questo modo di pensare la città credo sia altamente politico.

C’è anche il desiderio di ingrandire questa “comunità di attenti”?
Credo che i tempi di questo obiettivo siano lunghi, ben più lunghi di un mandato politico, e quindi bisogna avere infinita cura, continuità, pazienza e attesa. Sono grata a Elena Baredi, nostro Assessore alla cultura, perché ha avuto molto entusiasmo su questo progetto e una cura di gittata più lunga del suo mandato.

Mariangela Gualtieri – photo Dino Ignani

Il progetto ospita la mostra di Erich Turroni e gli allestimenti di Cesare Ronconi. Come le arti visive si integrano nel discorso complessivo?
Penso che le arti visive siano a un punto cruciale: c’è un inquinamento dovuto al mercato che a volte fa apparire la pittura e la scultura come universi impazziti nei quali è impossibile riconoscere autenticità, vocazione e talento. Ma come potremmo vivere senza arte? Come potremmo essere umani senza l’avventura e la vertigine dell’arte? La mostra di Erich Turroni fa parte di un’attenzione sottolineata a un artista di questo luogo, al formarsi dei suoi segni, alla gittata del suo demone. L’allestimento di Cesare per accogliere la parola, oltre appunto a teatralizzare il dire e l’ascoltare, ci ricorda che l’arte, così come la poesia, dovrebbe in ogni istante arricchire la nostra vita, il nostro fare e il nostro non fare, tanto più in questo paese dove tutto è, era intriso d’arte, come se nel passato non si potesse davvero vivere lontano dalle sue potenze.

Che cosa manca in Ciò che ci rende umani?
Ci sono tanti altri inviti che avremmo voluto fare, ma è già un miracolo in simili tempi che tutto ciò possa avvenire – debbo dire anche grazie al lavoro generoso di tutto il Teatro Valdoca e di alcuni ospiti, come Mulas e Farneti che si sono mosse con una dedizione volontaria. Direi che manca un momento comico – certa comicità è davvero apotropaica. Tante sono anche le cose incompatibili, che per nessun motivo potevano stare dentro questo progetto: a esempio tutte le modalità in cui la parola viene logorata, anziché dinamizzata, e lo sappiamo, sono appariscenti o subdole, e innumerevoli.

È evidente un grande entusiasmo, parola che nell’etimo significa “dio dentro di te”. Come le dimensioni dell’umano e del divino si incontrano, qui?
Mi piacerebbe scantonare dalla dualità umano-divino e pensare che tutto è divino. Forse sarebbe meglio dire che tutto è sacro. E io credo proprio che sia così.

Michele Pascarella

www.teatrovaldoca.org

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Michele Pascarella
Dal 1992 si occupa di teatro contemporaneo e tecniche di narrazione sotto la guida di noti maestri ravennati. Dal 2010 è studioso di arti performative, interessandosi in particolare delle rivoluzioni del Novecento e delle contaminazioni fra le diverse pratiche artistiche.