Festival WAM: gioie e dolori. E Mimmo Paladino lì attorno

Si è da poco conclusa la seconda edizione del Festival WAM – Where Art Moves a Faenza. Ecco per lampi com’è andata. Mentre per vedere la grande mostra di Paladino c’è tempo fino al 7 ottobre.

Iris - photo Futura Tittaferrante

Festival WAM, seconda edizione. Gianni Farina – anima del premiatissimo ensemble Menoventi, che con i gruppi In_Ocula e Iris ha curato a Faenza questo festival dedicato alle arti performative contemporanee – racconta: “L’anno scorso il fil rouge è stato: tutti spettacoli per pochi o pochissimi spettatori. Nella programmazione di quest’anno non ci sono, intenzionalmente, un tema o un’estetica comuni. Più che un filo conduttore, c’è un obiettivo: portare a Faenza proposte innovative di teatro e danza contemporanei, che qui non trovano quasi mai spazio e visibilità. È un tentativo di alfabetizzazione della città, del pubblico”. Pubblico accorso numeroso, partecipe e “desideroso di istruirsi divertendosi”, come direbbe Ennio Flaiano. Anche di questo è entusiasta Gianni Farina: “Il numero di persone presenti ci dimostra che c’è voglia di vedere cose diverse dalla televisione. Qui ci sono facce nuove, mai incontrate nel solito giro: pubblico vero”. Molta fatica e molte soddisfazioni per la direzione artistica, racconta Farina.
Molte gioie, ma anche qualche dolore, per il pubblico. Dolori: il primo è lo spettacolo Rubbish Rabbit di Tony Clifton Circus, lavoro che la compagnia racconta come “anarchico, nato per dare sfogo alla gioia di vivere e all’infinita libertà che l’essere vivi ci concede […] un frenetico gioco in cui parole e azioni si rincorrono». Vedendolo, si pensa piuttosto ancora una volta a Flaiano, quando a proposito della Salomè di Carmelo Bene scrisse: “Non si sa bene dove finisce l’ensemble e dove comincia lo sfrenato happening. La riuscita dovrebbe scaturire da un rigoroso sforzo di contrappunto, di controllate invenzioni, e invece devia verso la cagnara […] la confusione si intride di troppi significati per averne realmente uno”.

Simona Bertozzi – photo Futura Tittaferrante

Altri dolori: in molti lavori presentati al festival, una quantità di espedienti visti troppe, troppe, troppe volte: sassi lanciati a pioggia su lamiere, simil-sangue che gocciola e cola su vestiti bianchi, parrucche bionde decisamente posticce, acqua versata sulla propria testa in preda a una sorta di esaltazione che progressivamente si intensifica e che termina in un agitarsi scomposto.
Anche molte gioie, al WAM. La prima: la danzatrice Simona Bertozzi, qui a presentare BIRD’S EYE VIEW – primo studio per Mimicry. Con un uso del corpo che per segmentazione e tensione muscolare pare dar vita a certi ritratti dell’espressionista viennese Egon Schiele, Bertozzi per questo assolo dolente e visionario, ironico e ferocissimo sul tema del volo, sceglie un costume che ricorda uno straniato aviatore primonovecentesco, con tanto di copricapo di cuoio e scarponcini, e lo spazio scenico, vuoto e tagliato da lame di luce irregolari, si popola di immagini aeree, evocate ma mai compiutamente descritte.

quotidiana.com – photo Futura Tittaferrante

Seconda gioia: lo spettacolo Sembra ma non soffro, episodio centrale della Trilogia dell’inesistente del duo riminese Quotidiana.com: un uomo e una donna, in pose statiche, snocciolano un dialogo surreale composto di frasi fatte, piccoli particolari senza importanza, ma anche da domande vertiginose e assolute. In questo lavoro s’intravedono Samuel  Beckett e i combattenti partigiani, Nanni Moretti e il Cantico dei Cantici.
Terza gioia: che questo festival esista “al di là dei suoi errori”. In questa città assente dalla cartografia ufficiale della Romagna felix (dove invece capeggiano Cesena, Rimini e Ravenna), è prezioso, il Festival WAM. Preziose le proposte del Teatro Due Mondi, di Panda Project e della danzatrice Marta Ciappina. E preziosa, anzi preziosissima, una scoperta, fatta in occasione della seconda serata, realizzata quasi interamente al MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche: in quella sede, fino 7 ottobre, sono esposte un centinaio di opere di Mimmo Paladino. E non è poco.

Michele Pascarella

www.wamfestival.com
www.micfaenza.org

  • anna

    non riesco a capire perchè quasi tutti i titoli delle opere d’arte siano scritti in inglese, ma anche le riviste d’arte, e le mostre, i musei, gli articoli dei critici, le risposte ai critici, eccc….. certo pensando che quel gruppetto di persone geniali, che fanno arte o le girano attorno, quelli che alimentano la cultura…..siano loro ad infilarsi sovente, in imbuti , tutti assieme, senza rendersi conto… A meno che non sia un fenomeno in nome dell dio quattrino….. allora tutto il rispetto.

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