Performance e misunderstanding. Ovvero istruzioni per il dis-uso

Episodio conclusivo della seconda edizione di “DNA – Danza Nazionale Autoriale”, progetto della Fondazione Romaeuropa, “Istruction Series III: Orang Orang” della compagnia MK è un momento di reale sperimentazione. E richiede uno sguardo interlocutorio, che viva dell’accumularsi di suggestioni, dubbi e domande.

MK - Istruction Series III: Orang Orang

Istruction Series è una nuova possibile modalità produttiva dell’oggetto-spettacolo che la compagnia MK, guidata dal coreografo e regista Michele Di Stefano, sta sviluppando in collaborazione con Xing, network di base a Bologna che lavora alla produzione e all’organizzazione di eventi intorno ai temi della cultura performativa contemporanea.
Come recita il titolo, si tratta di vere e proprie istruzioni per la costruzione di una performance, che Di Stefano impartisce a distanza, per delega o via e-mail, a performer, artisti, danzatori di volta in volta differenti. Tali istruzioni sono utilizzate da ogni singola personalità artistica come impulso o innesco per la successiva creazione, scrittura di un’azione artistica personalissima, mai coordinata o indirizzata dal coreografo stesso. Il fraintendimento delle istruzioni è parte della sua configurazione, non un margine di errore, ma la possibilità di aderire a un orizzonte tematico in una modalità capace di alterarne significativamente margini o bordature di sviluppo autonomo. Dunque, la possibilità di mettere in luce uno scarto tra l’interpretazione dell’istruzione e il pensiero dell’autore.
Protagonisti del terzo episodio del progetto sono la performer Sonia Brunelli, la danzatrice Cristina Rizzo, l’artista visivo Luca Trevisani e il gruppo musicale Sigurney Weaver, formato da Biagio Caravano (al contempo membro di MK) e Daniela Cattivelli.

MK - Istruction Series III: Orang Orang

In linea con i recenti Speak Spanish, Il giro del mondo in 80 Giorni, Quattro danze coloniali viste da vicino e il progetto Performance Parassita (incursioni turistico/performative all’interno di spettacoli altrui apprezzate durante il festival Short Theatre di Roma), la compagnia continua a esplorare il tema dell’esotismo, il cannibalismo turistico, la deterritorializzazione, l’idea di vicinanza e distanza (etnica e culturale) come modalità attraverso cui si manifesta la scrittura del movimento corporeo e la conseguente composizione coreografica. Lo spazio, inteso come vuoto al quale la scrittura fisica dà forma, è dunque uno degli elementi fondanti della performance vista durante il festival Romaeuropa.
I progetti, sviluppati singolarmente dagli artisti chiamati a raccolta, sono posti nella medesima “arena” spettacolare sui cui lati è invitato a disporsi lo spettatore. All’esterno dello spazio performativo, uno stereo riproduce incessantemente della musica che riverbera all’interno dell’azione artistica, fungendo da disturbante rumore di fondo, quasi impedendo la concentrazione sui differenti e contemporanei atti performativi. L’Opificio Telecom, che ospita la performance, è altamente deterritorializzato, è un “ovunque” in cui si situano l’istallazione di Trevisani, ovvero un reticolato di segni appartenenti all’immaginario esotico che appaiono come primo ostacolo ai movimenti dei restanti performer, la scrittura coreografica di Rizzo e Sonia Brunelli e i microfoni che campionano suoni, rumori e voci manipolati da Sigurney Weaver.

MK - Istruction Series III: Orang Orang

La progettualità di ogni singolo artista sfiora quella dell’altro, quindi vi si incunea quasi catturandone l’atmosfera e deviandone lo sviluppo tematico. Non si tratta però della messa in forma di processi di causa/effetto, ma di una vera e propria coabitazione – l’idea più abusata di multiculturalismo –, in altre parole dell’articolazione, nello stesso habitat, di rapporti gestuali nati come inaspettati “colpi di fulmine”, della brevissima e improvvisa ibridazione di vuoti adiacenti.
Scrive Michele Di Stefano sul foglio di sala: “Una strategia di ritmo e sviluppo deve essere il continuo, la necessità di rinunciare a ogni interruzione, il terrore della lacuna”. Ma non è forse proprio nella lacuna, nell’interruzione, nel collassare improvviso della scrittura performativa, o delle strutture di segni create da Trevisani (completamente distrutte nel corso dello spettacolo), che si attua il passaggio dalla circoscrizione di uno spazio a parte di ogni artista (territorializzazione) al suo immediato abbandono (deterritorializzazione)?
La sospensione di ogni azione resetta il rapporto tra le personalità chiamate ad agire, azzera l’interpretazione del tema “esotismo”, impedisce una sua cristallizzazione. La musica proveniente dall’esterno dello spazio scenico, la ripetizione di suoni e rumori su cui si forma la partitura di Sigurney Weaver, le azioni di Karate ripetute da Sonia Brunelli, la danza di Cristina Rizzo, come l’Oriente nella cultura occidentale, appaiono in una forma frammentata, già esplosa, collassata nello strofinarsi con le azioni altrui. Una convivenza istaurata su tali partiture disegna uno spazio di azione comune o, piuttosto, questa vicinanza conduce all’anonimato, all’insignificanza dello spazio stesso?

MK - Istruction Series III: Orang Orang

E qual è il ruolo dello spettatore, di chi si ritrova a guardare dall’esterno le dinamiche di queste “adiacenze”? Quali le richieste poste allo sguardo in questa “mancanza” di un progetto coreografico definito o, meglio, in questa sovrabbondanza di materiale performativo?
Istruction Series III: Orang Orang
non vuole fornire al pubblico alcun appiglio visivo e/o teorico, piuttosto include ogni singolo spettatore all’interno di una processualità. Lo sguardo può rifiutare l’accadimento, inserirsi nelle sue maglie cercando di seguire l’azione di un unico performer, o, infine, liberarsi anch’esso da ogni forma di struttura territoriale, muovendosi liberamente (in veste di “chiunque”) in una dimensione priva di confini predefiniti, e spaziali e temporali. Ma allora non sarebbe più conforme a tale evento prevedere la libertà di movimento del fruitore, la possibilità di cambiare deliberatamente la propria prospettiva visiva? Addirittura di decidere autonomamente principio e fine della performance?

Matteo Antonaci

romaeuropa.net/festival
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