L’imminente uscita di un libro edito da Lazy Dog, che rilegge le avanguardie artistiche attraverso l’occhio di diverse discipline, tra cui quelle musicali, è stata l’occasione per una chiacchierata sulla dimensione visiva della musica con due dei loro protagonisti: i trombettisti Enrico Rava e Fabrizio Bosso.

Enrico Rava e Fabrizio Bosso: due modi di suonare la tromba, due modi di intendere il jazz, ma un’unica intenzione creativa che sviluppa un metodo, un approccio allo strumento e alla disciplina, affine per intenti alla comune dimensione visiva della musica. Di questo parlerà Lo sguardo della gallina, libro edito da Lazy Dog e curato da Riccardo Bello che sceglie uno sguardo divergente per rileggere le avanguardie che hanno segnato e attraversato il presente e il secolo scorso. Il volume uscirà in giugno e raccoglie, oltre a quelle di Rava e Bosso, anche le voci di altri maestri della musica (Salvatore Bonafede, Luca Baldini, Antonella Ruggero) e professionisti di altre discipline (attori, architetti, danzatori…). Ciò che accomuna l’arte e la musica è sicuramente il metodo. Di questo abbiamo parlato in una doppia intervista a Enrico Rava e a Fabrizio Bosso.

Il processo creativo comprende i limiti, capisce e conosce la vocazione del materiale, considera il limite e l’errore come parte integrante del lavoro. Quali le convergenze tra metodo creativo nel jazz e nell’arte?
Enrico Rava: Io penso che il meccanismo creativo sia lo stesso, in qualunque forma artistica. Per me è sublimazione di frammenti di memoria, cose che si sono già metabolizzate, non si inventa nulla, nulla nasce dal nulla, la musica nasce dalla musica. Certo, possono emergere con un ordine diverso da come sono state percepite. In pittura il ripensamento è ammissibile e possibile; nel jazz, durante una performance non ce n’è il tempo. Quando si è sul palco non c’è modo di rifare o correggere.
Fabrizio Bosso: Ogni volta che si suona ci si mette in discussione, finché non si realizza la frase o la nota giusta non si ha la certezza che sia quella che volevamo. Spesso si torna indietro perché magari quella frase poteva essere più efficace. Ovviamente ogni ripensamento fa crescere. A volte ti fa fermare e ti toglie spontaneità.

Met Jazz. Fabrizio Bosso. Photo Marco Benvenuti
Met Jazz. Fabrizio Bosso. Photo Marco Benvenuti

Come conciliate il sentire con l’immaginare. Quale dei due influenza l’altro?
E. R.: Parto da ciò che sento e ciò che sento mi fa immaginare. Non posso immaginare nulla dal nulla.
F. B.: È una unità, tutto avviene insieme, mentre suono, se sono padrone di ciò che sto suonando, riesco a creare delle immagini e queste influenzano la mia musica. Nell’improvvisazione l’affinità tra musica e immagine è potente e fondamentale.

Nelle collaborazioni cos’è l’ascolto di un genere o di una melodia diversa? Trasversalità o contaminazione?
E. R.: Le contaminazioni avvengono in modo indiretto, escono e ritornano quando meno te lo aspetti. Io li definisco frammenti di memoria, sono vari. Il mio rapporto con il visivo non è diretto. Non vedo un paesaggio e quindi lo descrivo. Con me funziona l’indiretto, magari parto da una sensazione. Per quel che riguarda le contaminazioni: nel jazz sono all’origine del genere stesso. Il suo sviluppo è l’incontro con altre musiche e sonorità. Fusione, contaminazione, sì, anche se la parola non mi entusiasma, preferisco parlare di incontro, dialogo.
F. B.: È scambio, di energie, di idee. Se si crea un bella sinergia tra musicisti è un proseguimento di ciò che c’è stato prima, vivi giornate intere assieme e quando sali sul palco non c’è tanta differenza tra ciò che hai vissuto prima e ciò che fai sul palco. È un continuo scambio.

Qual è la dimensione narrativa che la musica condivide con l’arte? La non linearità?
E. R.: Quando il jazz è bello è perché racconta una storia. La musica è astratta. Tuttavia ha una logica simile a quella del racconto. Laddove non c’è la descrizione, c’è un racconto che è lo sviluppo narrativo della musica: incipit, sviluppo, catarsi e finale, o il contrario.
F. B.: È importante l’espressività, per me il modo di suonare la tromba, ad esempio. Il mio approccio è narrativo, e consiste nel salire sul palco per mettermi in contatto col pubblico, creare una sinergia e costruire nel pubblico la felicità di assistere al concerto. Il pubblico deve dire: “Questa sera ho provato emozioni, ho riso, ho pianto”.

Enrico Rava. Photo credit Guido Gaito
Enrico Rava. Photo credit Guido Gaito

Qual è quindi lo spazio, unità fondamentale del narrare, che la musica costruisce con il suono?
E. R.: Lo spazio che viene regalato dal tempo, dalla durata. Quello è lo spazio che si ha a disposizione. È un valore che dipende da fattori esterni. Fino agli Anni Cinquanta, il disco aveva tre minuti e mezzo di tempo, lo spazio era quello. Cambiando il tempo si è modificato lo spazio; pensa all’arrivo del vinile, l’infinito che si apre. Nasce la possibilità di estendere all’infinito le cose. Un brano può durare tutto un lato del disco, cambia la concezione di come sviluppare il racconto. Con il cd i tempi sono ancora più dilatatati. Adesso si tende a fare cose brevi, brani brevi per cercare di ritrovare l’essenziale.
F. B.: Il jazz è grande libertà ma con regole da rispettare, c’è una base di studio che devi sapere e metabolizzare, però poi deve scattare la parte istintiva, libera e tua. Si deve uscire dagli schemi. Si parte sempre da un tema, da una melodia fondamentale. Il primo approccio è produrre variazioni sulla e dalla melodia scritta. C’è una melodia prima dell’improvvisazione. Quando si improvvisa si deve essere coscienti di tutto ciò che avviene “sotto” e costruire qualcosa di efficace e comunicativo “sopra”. Di fatto si racconta una storia.

Qual è la corrispondenza tra grammatica musicale e colore?
E. R.: Diciamo che negli Anni Sessanta, quando c’erano gli esperimenti con gli acidi, le droghe che cambiavano la sensibilità, le note erano viste come un colore. È stato un momento in cui si sono aperti i suoni ai colori. Dopo questa esperienza, la sensazione di colore e di cromatismo e di doccia di colore sulla pelle è rimasta, e ha aiutato ad ampliare moltissimo le sensazioni che dà la musica.
F. B.: Nel mio genere si parla di colori del suono. Ma io preferisco i toni: penso al suono scuro, un suono caldo, mi vengono in mente colori caldi, appaganti, come il viola e il nero. Quando cerco un certo tipo di suono come la musica latina, è l’arancione a cui penso.

Che rapporto avete con lo strumento, come lo considerate rispetto a voi stessi? Un’estensione, una protesi, un oggetto altro da sé…?
E. R.: Ho un rapporto molto conflittuale, a volte lo sento come una parte di me, sento che riesco a suonare quello che voglio. In genere, però, lo sento quasi come un nemico, qualcuno che devo tentare di piegare al mio volere. Ho pensato moltissime volte di mollare e cambiare strumento. Al pianoforte posso essere moribondo, ma se col dito premo un tasto ho un suono. Con la tromba no. Il rapporto poi è conflittuale perché dipende tutto da come mi sento io. Basta che io abbia un minimo problema e il suono perde di ricchezza, il suono lo fa il mio labbro, non c’è intermediario.
F. B.: È l’oggetto con cui passo più tempo, c’è un rapporto di amore e odio. È uno strumento faticoso, richiede prestazione fisica, sacrificio, qualsiasi cosa ti può abbassare il rendimento. Quando va tutto bene è appagante.

Fabrizio Bosso. Photo Antonella Aresta
Fabrizio Bosso. Photo Antonella Aresta

Che cosa provate guardando un quadro?
E. R.: Posso sentire un’emozione ma non un suono. Non c’è nessun momento della pittura che mi dia un input sonoro. Sento emozioni leggendo delle opere, ed è molto facile che per via indiretta, passando dall’inconscio, prima o poi le emozioni che ho provato mi escano, trasformate. Posso sentire un’emozione, chiusa lì. Posso avere un piacere nel vedere ciò che posso tuttavia provare anche davanti a un quadro di un altro. Non ho pregiudizi con l’arte.
F. B.: Sono talmente tante le immagini che assocerei alla mia musica! Ogni volta vedo colori diversi, io poi suono tanti generi diversi. Quando sono nella musica brasiliana vedo colori caldi di una festa ma anche quelli malinconici tipici di quella cultura.

Cos’è il bello?
E. R.: Mi piace tutto ciò che a me sembra bello. Il bello è ciò che mi dà una sensazione di piacere. Non ho un pregiudizio estetico. Se a me piace diventa automaticamente bello. Il mio non è un giudizio critico. È l’espressione del mio gusto.
F. B.: Quando mi fermo e ascolto e sento una cosa bella, per me si ferma tutto, smetto di pensare. Per me è quella la bellezza, quando ti fermi per qualche secondo, per un attimo.

Simone Azzoni

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AutoreFabrizio Bosso
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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.