Intervista a Suzanne Ciani. Regina del sound della Coca Cola

A fine giugno, la compositrice statunitense di origini italiane, pioniera della musica elettronica, ha suonato al Terraforma Festival. È lei che ha inventato il suono della celebre lattina di Atlanta stappata. A Villa Arconati di Bollate l’abbiamo intervistata.

Stappare. Quanto c’è di immaginifico in questa parola? Stappare nella giungla. Stappare a Chinatown. Stappare in una spiaggia caraibica. In mezzo a uno stadio. Vestiti da eschimesi. Su un rooftop al tramonto. Stappare in una favela. Stappare inghiottiti dal divano, mentre le telecamere di sorveglianza ci mostrano chi siamo, nelle nostre follie quotidiane. “Proviamo a vedere il mondo da un altro punto di vista”, recita the Global Eye. Ma stappare cosa? L’elisir di Atlanta. Cosa ci sarebbe di meraviglioso? Assolutamente niente.
Nel tunnel luminoso di Terraforma – il festival eco-sostenibile che si tiene ogni estate a Villa Arconati, quest’anno giunto alla sua quarta edizione –, dove ad accompagnarci sono “cinguettanti” vocalizzi in mezzo al bosco grazie al live di Stine Janvin, tornano alla mente le parole di Suzanne Ciani: “Tutto comincia da una delusione”. Apri una bottiglia di Coca Cola e “non accade nulla”, compri delle patatine e “non è interessante”. La realtà non corrisponde al suo ideale, a quell’intuizione divenuta un suono iconico (il Pop&Pour sound effect) all’interno dei mediascape (così Arjun Appadurai, uno dei principali teorici dei global studies, definì le immagini del mondo viste dal cono ottico dei media): un modello di valori e relazioni, associato a un marchio. Immaginare mondi significa progettare anche il più piccolo dettaglio, mentre si costruiscono e smantellano città industriali, si “surfa” con la finanza, si lavora alacremente all’ultima campagna. “Bisogna arrivare all’essenza di un’azione”, sottolinea Suzanne, “per creare un suono più reale del reale. L’idea forte è un’illuminazione che si traduce in una microcomposizione. Nell’advertising ci sono finita per necessità, ma ho sempre avuto una particolare inclinazione per le composizioni brevi e condensate, perché al loro interno c’è tutto quello che può essere espanso”.

Suzanne Ciani, Terraforma Festival 2017. Photo Michela Di Savino

Suzanne Ciani, Terraforma Festival 2017. Photo Michela Di Savino

Esattamente come nell’universo: dall’atomo cosmico a un movimento inarrestabile. Ed è proprio questa oscillazione tra brevità e movimento a caratterizzare l’approccio musicale di Suzanne Ciani, sospesa tra le onde del suo sintetizzatore modulare Buchla, dal nome del suo inventore Don Buchla, scomparso lo scorso settembre.
Una composizione breve è più strutturata”, afferma, “ma l’evoluzione avviene nel tempo. Il movimento è tempo. Quando suoni il Buchla devi imparare a controllare il movimento del suono”. Per spiegarsi meglio ricorre a parole onomatopeiche, mima con le mani le infinite direzioni del vento, mentre racconta della sua casa sull’oceano e di come l’età renda artisticamente più liberi.
“Quando si è giovani si privilegia una forma di rappresentazione e un’espressività più letterale, ma progressivamente si segue il movimento delle macchine”. Ricercando ancora un parallelismo con la pubblicità: è come passare da una visione della natura dall’esterno, intesa come partner seduttivo ed Eden artificiale, analoga d una storica campagna della Diesel (Loving Nature), a una sensibilità più New Age, dove si inizia a dialogare con la sua presenza.
Un dualismo che ha a lungo distinto Oriente e Occidente, ma che nell’era del nomadismo di massa e delle tecnologie “amichevoli” ha trovato una riconciliazione. Abbiamo ancora gli occhi imbevuti di un arancio-tramonto mentre Suzanne, nel bosco di Villa Arconati, si lascia avvolgere da un’energia luminosa, restituendola attraverso i suoi droni oscillanti, esplorando sempre di più l’“unpredictable”. “Solitamente comincio con qualcosa di familiare, poi mi lascio coinvolgere dal momento, come nel jazz, e concludo tornando da dov’ero partita. È un viaggio circolare ma dove si segue l’incertezza. All’interno di un set trovano spazio momenti atmosferici, soft o hard, tutti i sentimenti vengono evocati”.

Terraforma Festival 2017. Photo Michela Di Savino

Terraforma Festival 2017. Photo Michela Di Savino

Con alle spalle il pubblico, la sensazione è quella di una continua e inarrestabile sperimentazione del potere evocativo dell’elettricità: “L’elettronica è scienza ed emozione. Il sintetizzatore è uno strumento che trova fondamento nell’elettricità e Don Buchla è stato il Leonardo da Vinci della musica elettronica. Non smetterò mai di diffondere la sua fama di pioniere e grande designer”. Un elogio anche della lentezza, perché come sottolinea a proposito di The Velocity of Love, uno dei suoi album più rappresentativi: “Ho voluto giocare con la parola velocità. Da un lato perché è una grandezza scientifica, dall’altro perché è diventata il paradigma di un mondo che si pensa in chiave ‘fast’. Quando si parla di amore invece tutto accade lentamente. Quindi ‘The Velocity of Love’ fa riferimento alla lentezza delle mie composizioni”.
Una sensibilità ambientale che è il risultato di una vita spesa tra le onde (come sottolinea il titolo del suo documentario A Life In Waves), dedicata a esprimere la sensualità delle macchine e capace di captare l’“indefinito” tramutandolo in musica.

– Carlotta Petracci

http://www.terraformafestival.com/
http://sevwave.com/

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Carlotta Petracci

Carlotta Petracci

Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando…

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