La tecnica è un incidente

Da circa un decennio si fa un gran parlare, negli ambienti underground, di musica brutta e delle sue (non)logiche. E se c’entrasse Dubuffet?

Jean Dubuffet

La tecnica”, ha scritto Giorgio Morandi in una lettera indirizzata a Thelonius Monk nel 1961, “è un incidente, mai un progetto, poiché è il proprio discorso artistico […] che mette in crisi la relazione tra il nostro sguardo e la realtà di tutti i giorni, giocando d’anticipo sul pensiero dell’autore, e creando ogni volta un gesto ‘su misura’”. Un gesto su misura se l’era inventato Jean Dubuffet, artista totalmente privo di tecnica, per dar forma a un’arte visiva che lui stesso si era affrettato a definire “brutta”. Ma anche, e questo è senz’altro meno noto (di certo non storicizzato), per comporre musica: con la stessa intenzione che lo portava a dipingere quadri ed erigere sculture, in maniera, cioè, genuinamente e disperatamente sperimentale.
È proprio a ridosso di quel 1961, più precisamente nel periodo di Natale del 1960, che Dubuffet inizia a costruire o a “preparare” strumenti musicali e ad architettare oggetti sonori allucinati, su invito e con l’assistenza dell’amico Asger Jorn. Il primo acquisto è un registratore Grundig TK35, l’idea quella di “produrre musica basata non su una consapevole ‘selezione di suoni’, ma sui suoni di tutti i giorni, preferendo anzi quelli che si ascoltano senza consapevolezza”. Com’è facile notare, il programma, sebbene meno articolato, è simile a quello della musique concrète, corrente artistica già affacciatasi nel panorama musicale internazionale, con annesse controversie, una decina di anni prima.

Jean Dubuffet 1961
Jean Dubuffet 1961

Essendo però meno dotato, tanto teoricamente quanto, appunto, tecnicamente, e disponendo di mezzi limitatissimi, Dubuffet era costretto ad affidarsi maggiormente al provvidenziale (e talvolta disastroso) intervento del caso: “Quei suoni accidentali che in certi casi il tape recorder mi restituiva mi sembravano interessanti al pari (se non più) di quelli che avevo intenzionalmente registrato”. In questo senso, ci sentiamo di assimilare Dubuffet, fatte le dovute differenze, più a Cage che a uno Schaeffer o a un Henry. Una cosa è certa: da circa un decennio si fa un gran parlare, negli ambienti underground, di musica brutta e delle sue (non)logiche; la comunità di aficionados italici trova un eccellente punto di riferimento nell’ottimo blog Pillaloo.
Oggi, grazie all’edizione delle 11 composizioni delle 20 che costituiscono l’intero corpus dell’autore che ancora giacevano inedite tra gli archivi, distribuite in un doppio cd molto ben curato dalla tedesca Rumpsti Pumsti, un’intera generazione di “musicisti” si ritrova a essere, del tutto inconsapevolmente, figlia di cotanto padre. Bisognerà che lo si uccida, possibilmente a mezzo di frequenze inaudite.

Vincenzo Santarcangelo

rumpsti-pumsti.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #11

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Vincenzo Santarcangelo
Vincenzo Santarcangelo è dottore di ricerca in filosofia e membro del gruppo di ricerca LabOnt presso l'Università di Torino. È stato visiting PhD student presso il Cognition Institute della Plymouth University. Ha tenuto corsi di Estetica presso l'Università di Genova, il Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea (Rivoli) e il MADRE Museo di Arte Contemporanea DonnaRegina (Napoli). Collabora con il Corriere della Sera (La Lettura) e con Rai Cultura. Su Artribune cura le rubriche “Octave Chronics” e “Dialoghi di Estetica”. È direttore artistico della rassegna musicale “Dal Segno al Suono”, presso il MUSMA. Museo della Scultura Contemporanea (Matera), e consulente di "Firenze Suona Contemporanea" ed "EstOvest Festival".
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