75. Mostra del Cinema di Venezia. Il diario del quinto giorno in Laguna

Incendi del sapere e dell’anima nel diario del quinto giorno di Festival. Julian Schnabel presenta il suo film su van Gogh. Due decenni dopo il successo di Basquiat, il regista porta a Venezia un ritratto struggente del grande artista, grazie al genio di Willem Dafoe.

Che cosa fare mentre il mondo brucia? Si può guardare un film per esempio, un modo come un altro per rendere omaggio a due secoli di storia brasiliana andati in fumo insieme al Museo di Storia Naturale, scrigno di tesori e saperi, inaugurato nel 1818 per volontà di Leopoldina d’Asburgo (anche se ufficialmente i meriti vanno al rozzo e ignorante consorte Pedro I). In Sala Grande è in programma l’ultimo film di Julian Schnabel, At Eternity’s Gate, ovvero Vincent Van Gogh visto con gli occhi di un artista, un pittore per la precisione, e interpretato, anzi incarnato, da un immenso Willem Dafoe, che di nuovo dopo L’ultima tentazione di Cristoe Pasolini si carica sulle spalle un ruolo che è una missione, mettendo se stesso al servizio di un dolore per restituirne bellezza, accogliendo in sé ogni ferita di Vincent, tanto da assumerne le esatte sembianze.

IL FILM DI SCHNABEL

At Eternity’s Gate di Julian Schnabel, Mostra del Cinema di Venezia 2018

At Eternity’s Gate di Julian Schnabel, Mostra del Cinema di Venezia 2018

In questa Mostra già con Alessandro Borghi si è assistito a un caso del tutto analogo: diventare una persona piuttosto che calarsi in un personaggio. Una premessa è d’obbligo, la pellicola di Schnabel è l’ulteriore dimostrazione che solo un artista può parlare di un altro artista senza il timore di incappare in ingenuità. E non ci si riferisce alla precisione della ricostruzione storica, che a Schnabel interessa poco, tanto da adottare, per esempio, la versione poco verificata della morte per omicidio: una fine simbolica che ancora una volta avvicina Van Gogh a Cristo, entrambi uccisi dagli uomini e sacrificatisi per la salvezza spirituale dei loro assassini; entrambi glorificati dopo la morte. La versione di Schnabel non è di tipo descrittivo, bensì visivo, il regista usa la macchina da presa come un pennello, inizialmente disorientando lo spettatore, con un esito quasi disturbante, per via di una camera a mano e uno sfocato che invitano al capogiro. Tutto però acquista un senso quando ci si rende conto che quel modo strambo, allucinato e che procede per tratti densi e pastosi è lo stesso sguardo di van Gogh, ci troviamo in un suo quadro, anzi di più, siamo proprio lui. Dafoe è van Gogh, la macchina da presa i suoi occhi, in tale identità si risolve l’impianto dell’intera pellicola, cioè l’equivalenza arte e vita. Possiamo vedere il postino e la locandiera e tutte le misere anime da lui ritratte dal suo medesimo punto di vista, la piccola stanzetta di Arles, le scarpe, i girasoli, le radici, i fiori, in un trionfo di giallo, che Kandinsky etichettò come il colore della follia, ma che per Vincent era il pigmento su cui tarare la sua intera esistenza. In una narrazione di tipo sinestetico e ben poco lineare, si possono individuare due macro fasi: grazie anche alla vicinanza di Paul Gauguin, Vincent intravede dapprima nella pittura un mezzo attraverso cui connettersi con la vera essenza della natura, privilegio-punizione che è data solo agli artisti, per metterne a parte il mondo, come un profeta.

IL DOPO GAUGUIN

At Eternity’s Gate di Julian Schnabel, Mostra del Cinema di Venezia 2018

At Eternity’s Gate di Julian Schnabel, Mostra del Cinema di Venezia 2018

Dopo la partenza dell’amato Paul, che coincide con l’auto mutilazione dell’orecchio, van Gogh è catapultato in una dimensione di solitudine e disperazione assoluta, che gli apre le porte dell’ospedale psichiatrico e dell’eternità. Il rischio che Schnabel si è assunto è stato enorme, così come la responsabilità di Dafoe nell’accettare un ruolo che una smorfia di troppo avrebbe reso una caricatura. Van Gogh e le sue opere sono icone, tanto che tra le prime scene i quadri affastellati in una delle fallimentari mostre che l’artista tenne a Parigi danno quasi l’idea del posticcio. L’effetto gadget da book shop era insomma dietro l’angolo, eppure Schnabel si è ritagliato uno spazio in un luogo già saturo, con un risultato magnifico. Il film non aggiunge nulla alle notizie che abbiamo di van Gogh, ma compie qualcosa di straordinario a livello percettivo, avvicinandoci al suo immediato sentire. All’uscita della sala i colori sono più squillanti e il sole sulla pelle è così piacevole da dare fastidio. Mentre il mondo brucia, ciò che possiamo fare è essere grati a chi conserva la nostra memoria di uomini.

– Mariagrazia Pontorno

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