La logica dell’on demand sta prendendo sempre più piede anche sul fronte dell’entertainment televisivo. Lo dimostra il fiorire di programmi registrati in parallelo per gli spettatori di diversi Paesi (anche se in generale vengono girati soprattutto negli Stati Uniti).

L’arrivo di giganti globali come Amazon, Netflix e Apple sul mercato dei contenuti sta cominciando a sortire i primi effetti anche sul fronte dell’entertainment televisivo. Tecnicamente stiamo parlando di servizi che propongono in streaming video on demand in grado di arrivare in quasi tutto il mondo contemporaneamente, senza pubblicità, con un ampio pubblico di abbonati (gli ultimi dati raccontano di quasi 100 milioni di utenti per la sola Netflix e di 200 Paesi in cui è presente Amazon Prime Video) e di cui si conoscono generalità e gusti. Quest’ultimo aspetto porta un grande vantaggio sullo studio del gradimento del pubblico, non più statistico come accade tuttora nella televisione tradizionale grazie ai vari indici Nielsen e Auditel, ma con una profilazione oggettiva e assai dettagliata.
A distanza di un po’ di tempo dai primi esperimenti, e con evidente ritardo rispetto all’ormai già ricchissimo catalogo di serie tv, la sensazione è che si siano finalmente gettate le basi per i primi veri programmi on demand della storia. E allora scorriamo le proposte per scoprire le strategie sin qui adottate dai vari competitor.

DA PRIME VIDEO A NETFLIX

Prime Video ha puntato tutto sull’ingaggio di un personaggio forte, capace di portare in dote la sua fan base. Si tratta di quel Jeremy Clarkson che, prima di approdare ad Amazon con un contratto milionario, aveva già fatto la fortuna di Top Gear, programma cult di automobilismo in onda sulla BBC ma con seguaci in tutto il mondo. The Grand Tour è il titolo del nuovo adattamento proposto da Amazon con poche differenze rispetto all’originale, tra cui forse quella macroscopica di non avere ospiti stra-famosi come “piloti per un giorno” e più in generale di non riuscire a mantenere lo standard di spettacolarità di Top Gear.
Netflix ha invece proposto un programma fondato su un ambizioso modello che potremmo definire di globalizzazione televisiva. Il titolo in questione è Ultimate Beastmaster, con Sylvester Stallone in veste di produttore esecutivo. Il concept è quello di un nuovo Giochi senza frontiere (indimenticato programma cult degli Anni Novanta) più moderno e muscolare, ovvero di una gara a ostacoli fra atleti di tutte le nazioni in cui vince chi arriva al traguardo nel minor tempo possibile. La peculiarità, proprio come in Giochi senza frontiere, è stata quella di avere a commentare ogni puntata conduttori di nazionalità diverse, che dal loro angolo seguivano la trasmissione per il proprio Paese. Di ogni episodio venivano quindi registrate in parallelo sei differenti versioni visibili dagli abbonati Netflix dei rispettivi Paesi (da quest’anno c’è anche l’Italia).

APPLE

Dal canto suo, Apple ha prodotto due programmi molto differenti. Il primo si chiama Planet of the Apps ed è un talent show per inventori di app che si contendono un premio in denaro per sviluppare la propria start up. A decidere le sorti degli aspiranti nuovi Zuckerberg sono state chiamate due attrici (Gwyneth Paltrow e Jessica Alba), un rapper e, per fortuna, un imprenditore. L’altro programma, decisamente più pop e nato in origine come rubrica di un late show americano, si chiama Carpool Karaoke. In ogni puntata il conduttore ospita in automobile un personaggio famoso e gli fa cantare le sue canzoni preferite mentre lo scarrozza per le strade di Los Angeles. Il clima di fondo è molto informale e divertente e la durata è breve: appena quindici minuti a episodio.
Al termine di questa panoramica tra i primi esperimenti di programmi on demand, sono due i dati che saltano all’occhio. Il primo è che si tratta di contenuti inaspettatamente orientati più a un pubblico maschile che femminile, ovvero l’esatto contrario di quello che invece accade nella tradizionale televisione generalista. E poi colpisce che siano titoli concepiti appunto per una distribuzione mondiale ma pensati e spesso anche girati quasi sempre negli Stati Uniti. Il soft power passa anche in televisione, soprattutto on demand.

Alessio Giaquinto

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #41

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Alessio Giaquinto
Alessio Giaquinto è nato nel 1983 ed è laureato in Storia, Scienza e Tecnica dello Spettacolo alla Facoltà di Lettere e Filosofie dell'Università di Roma Tor Vergata. Dal 2003 lavora in televisione dietro le quinte come autore e creative producer. Dividendosi tra Italia e Spagna, si è occupato di ricerca, acquisto e sviluppo di format per il mercato internazionale. Ha ideato, insieme ad altri, programmi originali per Sky e Rai. Oggi lavora per tutti i principali network televisivi italiani e collabora con Artribune ed altre riviste, scrivendo di programmi e serie televisive.
  • http://www.athanor-arte.com Domenico Ghin

    Sarà un altro affondo fondamentale della società dei consumi governata dai grandi trust per smussare, livellare ogni differenza nel pianeta da est a ovest, dall’equatore al polo nord. Una forma ulteriore di world colonialism culturale-sociale made in usa per manipolare a proprio pacimento e vantaggio l’orientamento dei gusti con l’obiettivo di realilzzare un unica platea televisiva mondiale. Modello assoluto da divinizzare per gli adulatori tout court dei media globali come l’unica vera forma di comunicazione contemporanea in grado di dialogare ed interagire con il più ampio raggio possibile del pianeta.