Due film, “Indivisibili” e “La pazza gioia”, firmati da altrettanti registi: Edoardo De Angelis e Paolo Virzì. Li accomuna il fatto che le protagoniste siano donne. Per due pellicole che fanno ben sperare per il cinema italiano.

Indivisibili è con ogni probabilità il film più importante e riuscito dell’anno scorso: grazie al passaparola, e nonostante i soliti problemi distributivi che affliggono il cinema nostrano (evidentemente molto affezionato alla possibilità di vedere commedie insulse e inutili fumettoni in un numero indicibile di copie, per poi relegare invece i pochi film decenti in improbabili cinema parrocchiali e sale di periferia), è divenuto rapidamente un culto. E a ragione.
Il film di Edoardo De Angelis appare da subito come il risultato di un processo collaborativo durato anni: un lavoro di ricerca che ha impegnato, e sta ancora impegnando, registi scrittori attori artisti per un lungo periodo nell’elaborazione di un nuovo linguaggio, di un nuovo codice – e persino di un nuovo modo di fruire e recepire questo linguaggio. Indivisibili riesce a renderlo immediato, godibile, spontaneo: non c’è traccia infatti né di sforzo né di operazioni didascaliche; tutto appare come deve essere.

L’APOLOGO E LA FAMIGLIA DISFUNZIONALE

L’ambientazione di Castel Volturno e del Golfo di Gaeta offre il contesto perfetto a questa parabola, alla storia paradigmatica delle due gemelle siamesi Daisy e Viola in cerca della propria, individuale, identità. Questa costruzione faticosa ed emozionante avviene nel bozzolo di una famiglia al solito disfunzionale, cresciuta sulle macerie di una fine che non smette di finire e messa insieme con le scorie di un’epoca perduta. L’atmosfera malinconicamente apocalittica è quella che dà il tono fondamentale a tutta la narrazione, dai matrimoni e battesimi in cui si dispiega il mito delle due sorelle cantanti neomelodiche, alla strana e inquietante comunità religiosa, fatta di immigrati e di “ultimi”, guidata con piglio decisionista e visionario dallo straordinario personaggio di Don Salvatore (Gianfranco Gallo), capace di unire tratti arcaici e addirittura neopagani con un’attitudine evangelica rivoluzionaria.
In fondo, la favola morale non oscura affatto i tratti unici quest’opera: la sua capacità di delineare per sommi capi il tempo nuovo che si profila in Italia e in Occidente, senza trasformarsi in apologo ma anzi fondandosi con decisione sull’ingresso delle due ragazze nell’età adulta, e sulla loro personale esplorazione di che cosa vuol dire crescere.

LA PAZZA GIOIA

Su un piano diverso ma non distante, Paolo Virzì prosegue con La pazza gioia la sua benemerita opera di “continuazione con altri mezzi” della commedia italiana. Un lavoro che ci ha già dato film notevoli come Ovosodo, Tutta la vita davanti, La prima cosa bella e Il capitale umano, e che oggi si arricchisce del racconto denso, leggero e vivo di un’altra amicizia tra donne indimenticabili. Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti) entrano a pieno titolo nell’empireo delle nostre leggendarie coppie cinematografiche italiane, dagli archetipici Alberto Sordi e Vittorio Gassman de La grande guerra (1959) a Gassman con Jean-Louis Trintignant nel Sorpasso (1962) fino a Totò e Peppino.
Ciò che distingue queste folli amiche improbabili da, per esempio, Susan Sarandon e Geena Davis in Thelma & Louise (1991), è la qualità sempre precaria, imprevedibile e fragile di ciò che accade loro, dell’equilibrio in cui la loro relazione si assesta di volta in volta e degli scossoni continui che la alimentano. Beatrice e Donatella sono totalmente esposte e scoperte nei confronti dell’esistenza e dei suoi colpi, nei confronti della crudeltà così come della comprensione offerte dagli altri, e questo le rende larger than life, irresistibili e fondative (esattamente come Daisy e Viola).
La narrazione infatti riesce miracolosamente a riprodurre le sconnessioni e l’oscillazione della vita, sospesa tra disperazione e ridicolo, tra commedia e tragedia, tra rischio e sicurezza. È stato questo per lungo tempo il segreto del nostro cinema: questa sospensione, questa capacità di inserirsi con acume in un interstizio, in un pertugio che è di fatto un altro, ulteriore e differente piano di esistenza rispetto a quello “normale”, e da lì dare vita a capolavori di umanità. Una capacità che forse si riaffaccia, proprio con questi film e con queste donne.

– Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #37

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).