Se già risaputo è l’influsso della pittura sulla produzione cinematografica, quale fu l’ascendente di Pierre-Auguste Renoir e dei suoi compagni sul figlio Jean? Dalle tele del celebre pittore alle pellicole del cineasta, un’immersione nella poetica rappresentazione della natura e della società.

Diversi registi hanno nel tempo guardato alla produzione pittorica, riferendosi a un quadro nel suo complesso oppure a determinati elementi estetici, semantici e iconici. Tra coloro che più hanno ricorso a tale prassi, Jean Renoir, figlio di Pierre-Auguste, è stato influenzato da quest’ultimo nella determinazione del proprio stile registico, com’è facilmente comprensibile. Il regista condivise infatti con il pittore una particolare sensibilità artistica, la propensione a rappresentare con immediatezza, e in riprese sovente en plein air, il mondo circostante, senza però aspirare a una limitante mimesi, ma rileggendo ciò che lo circondava in chiave soggettiva.

REALISMO POETICO E COLORISMO

Recependo dunque l’insegnamento del padre e dei suoi compagni, la cinematografia di Jean Renoir è caratterizzata dall’attenzione al reale: dal realismo rarefatto di La piccola fiammiferaia (diretto insieme a Jean Tédesco nel 1928, il titolo originale è La petite marchande d’allumettes) a quello più crudo di Toni (1935), fino a una matura indagine sulla verità sociale o naturale negli Anni Trenta con i celebri La scampagnata (anche Una gita in campagna, Partie de campagne, 1936), La grande illusione (La Grande Illusion, 1937) e La regola del gioco (La Règle du jeu, 1939). In questi lungometraggi la volontà di registrare il flusso continuo della vita origina tratti stilistici che contraddistingueranno poi il cineasta, a partire dall’uso della profondità di campo stessa. Inoltre, a livello più diffuso, vige quella attenzione impressionista per la resa luministica e delle gradazioni cromatiche nel delineare il riflettersi della luce sulle superfici e tratteggiare la qualità di un corpo, di un paesaggio o di un oggetto. Risultato decisamente rimarchevole, la produzione degli Anni Trenta era peraltro in bianco e nero, ma Renoir riuscì comunque a rendere il complesso colorismo delle tele originali attraverso un’ampia gamma di grigi grazie alla pellicola pancromatica. In ultimo, si assiste anche a un rimando iconico più immediato, ossia all’inserimento e alla manipolazione di materiale pittorico preesistente, che nella pellicola, tuttavia, è sottoposto a uno sviluppo cronologico e spaziale, assumendo una forma del tutto inedita.

L’IDILLIO BUCOLICO E LA SENSUALITÀ DELLA NATURA

Perfetto esempio è La scampagnata, film sonoro ispirato all’omonimo racconto di Guy de Maupassant. Breve idillio bucolico, la gita di una famiglia parigina è lo spunto narrativo per un ritratto vivido di quegli stessi petits bourgeois al centro delle scenette di vita moderna di Pierre-Auguste Renoir. Non solo, sono citate direttamente anche alcune opere paterne: dapprima una sequenza con Hanriette (Sylvia Bataille), Rodolphe (Jacques B. Brunius) ed Henri (Jeorges Darnoux) riporta alla mente L’altalena (La balançoire, 1876) per la gestualità e la posizione della figura femminile e dei due personaggi maschili, sebbene il punto di vista sia ribaltato e l’icona sia sottoposta a movimento. Similmente, la scena in interni in cui sono inquadrati i due giovani attorno a una tavola è libero rimando a Colazione in riva al fiume (1875) nella disposizione delle figure maschili, seppur con alcune differenze. In ultimo, sono rievocati, a un grado più diffuso, l’erotismo, l’etica del piacere e dei sensi presenti nelle tele impressioniste, benché con una visione più disillusa: all’incontenibile slancio amoroso succede un profondo disincanto. I medesimi temi, ambientazioni e, soprattutto, modelli elettivi per Jean Renoir vennero ripresi anni dopo in Picnic alla francese (Le Déjeuner sur l’herbe, 1959), omaggio all’Impressionismo sin dal titolo, che rimanda al celebre dipinto di Édouard Manet (1862-63). Sempre collocato nelle campagne francesi, anche qui le immagini sono dominate da una profusione di sensualità; indimenticabile è la sequenza del bagno senza vesti di Nénette (Catherine Rouvel), che rimanda altresì a un dipinto paterno, Nudo al sole (Torse, effet de soleil, 1875-1976), sia nella fisicità conturbante della giovane sia nella fusione tra corpo e natura e nella scelta cromatica che contrappone i toni rosei della carne alle sfumature del verde dell’acqua e della vegetazione, replicando quella sensibilità già vista in La scampagnata, questa volta con l’ausilio del colore.
In un naturalismo sensuale eppure malinconico, Jean Renoir attraverso l’iconografia impressionista indagò l’essenza dietro alla superficie, dando vita a un universo visivo infinitamente poetico.

Sabrina Crivelli

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AutorePierre-Auguste Renoir
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Sabrina Crivelli
Laureata in Economia e Gestione Aziendale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha conseguito la laurea specialistica in Economia e Gestione dei Beni Culturali nel medesimo ateneo. Ha poi lavorato a Londra come analista finanziaria e frequentato nel medesimo periodo il Modern and Contemporary Art Course presso Christie's International London. È stata poi selezionata per l’Internship Program presso il Guggenheim di Venezia e si è successivamente laureata in Lettere Moderne. Nel lavoro di studiosa e critica di storia dell’arte e cinema ha scritto per “Arte Documento” (Università Ca’ Foscari), “Itinera” (Università degli Studi di Milano), “La Gazzetta di Parma”, “Nocturno Cinema” e “Ondacinema”. Ha in ultimo fondato e dirige il sito di informazione cinematografica “Il Cineocchio” e ha testé pubblicato un poema in endecasillabi, “La Caduta”, presso Armando Siciliano Editore.