La mia vita da Zucchina. Ecco perché è un film da vedere

Esce il 24 novembre nelle sale italiane e – vi avvertiamo – è un pugno nello stomaco. Perché siamo abituati ad associare l’animazione a situazioni gioiose, spesso edulcorate, irrealistiche. E invece qui si parla di infanzia negata con uno sguardo lucido, sempre ad altezza di bambino.

Claude Barras, La mia vita da Zucchina (2016)
Claude Barras, La mia vita da Zucchina (2016)

Se una cosa ci ha insegnato buona parte della filmografia dei fratelli Dardenne, solo per citare uno dei tanti possibili esempi cinematografici, o ancor di più François Truffaut, per restare in ambito francofono, è che l’affetto dei figli verso i genitori, per quanto questi possano essere le peggiori canaglie della Terra, è puro e incondizionato. E probabilmente non c’è nulla di più sconsolante dell’assistere, impotenti, al fallimento di adulti irresponsabili, incapaci di corrispondere a quell’immenso bisogno d’amore per inadeguatezza, necessità o persino crudeltà.
Siamo abituati ad associare l’animazione a situazioni gioiose, spesso edulcorate, irrealistiche. Per questo Ma vie de Courgette – racconto di formazione in stop motion in uscita in Italia il 24 novembre grazie alla Teodora Film, con il titolo La mia vita da Zucchina (tratto dal libro di Gilles Paris Autobiografia di una Zucchina, edito in Italia da Piemme) – nel raccontare una tenera storia di infanzia negata, coglie subito alla sprovvista per quel suo spiazzante senso di realtà, quello sguardo lucido, sempre ad altezza di bambino.

Claude Barras, La mia vita da Zucchina (2016) - lavorazione
Claude Barras, La mia vita da Zucchina (2016) – lavorazione

Ci sono voluti due anni di lavorazione, 60 set costruiti e dipinti, 54 pupazzi in plastilina, tre diversi tipi di costumi per creare il mondo di Courgette, un bambino di nove anni accolto in una casa famiglia dove vivono altri ragazzi come lui, figli di tossicodipendenti, ubriaconi, espatriati, ladri e disperati, del cui abbandono portano ancora addosso i segni, fisici e morali. È una realtà difficile. La sporcizia del mondo, però, salvo brevi intrusioni, è relegata “off screen”. C’è ma non si vede. Perché l’innocenza dell’infanzia, tra fuoricampo e sapienti décadrage, nell’innata vitalità dei ragazzi e nella presenza di souvenir di brevi scampoli di felicità – un nomignolo o una lattina di birra –, riesce sempre a elevarsi sul marciume, come l’aquilone di Courgette quando si libra in cielo.

Conta l’amicizia, sempre in primo piano. L’affetto e la solidarietà che prevalgono su sentimenti talvolta contrastanti, ma con il pregio dell’autenticità. E il conforto di alcuni adulti, “sostituti” che provano, in punta di piedi, a contrastare il male opponendogli la forza della gentilezza, accompagnando nel percorso di crescita, nella banalità del quotidiano o di una gita sulla neve, quando tutto ciò che sembra scontato può diventare, invece, “speciale”. In questo modo, il mondo può ancora essere un luogo di luce e di colore. In questo modo, nonostante tutto, La mia vita da Zucchina, acclamato a Cannes, Annecy e San Sebastián, conserva un vitalismo non banale che risponde allo sconforto con un’ipotesi di felicità. Lo canta Sophie Hunger nei titoli di coda: “Tout ira bien là, le vent nous portera”.
Claude Barras, illustratore svizzero al suo primo lungometraggio, ha potuto contare sull’apporto indispensabile di Céline Sciamma alla sceneggiatura, lei, cantrice della giovinezza – come dimostrano i suoi Tomboy, Bande de filles (Diamante nero) e la partecipazione a Quando hai 17 anni di André Téchiné – in una forma di realismo incantato, mai del tutto pacificato, che arriva dritto al cuore.

Beatrice Fiorentino

Claude Barras – La mia vita da Zucchina
Svizzera/Francia, 2016
animazione in stop motion, 66’
http://www.teodorafilm.com/

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #34

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Beatrice Fiorentino
Giornalista freelance e critico cinematografico, scrive per la pagina di Cultura e Spettacoli del quotidiano Il Piccolo e per diverse testate online. Dal 2008 collabora con l'Università del Litorale di Capodistria, dove insegna Linguaggio cinematografico e audiovisivo. Dal 2015 cura la sezione Nuove Impronte di ShorTS - International Film Festival e fa parte della commissione Film della Critica del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Cura eventi, presentazioni e rassegne cinematografiche e dal 2016 è selezionatore per la Settimana Internazionale della Critica di Venezia.