Halt and catch fire. Tre antieroi raccontano gli Anni Ottanta

Uno yuppie sfuggente e ambiguo, capace di alternare diabolico cinismo e clamorose ingenuità umorali. Un’acerba riot girl, in bilico fra utopia e anarchia, inafferrabile nella sua calibrata sintesi di genio e sregolatezza. Un ingegnere informatico in crisi professionale, identitaria, coniugale; condannato a un costante saliscendi sull’ottovolante di una depressione spesso alcolica…

Halt and catch fire
Halt and catch fire

Tre antieroi nella tempesta dei primi Anni Ottanta sono i protagonisti di un period drama che prende di petto una stagione ormai interiorizzata, sufficientemente distante per essere letta con lucidità critica. Scovando nelle sue promesse illusorie, dopate dall’accelerazione del progresso tecnologico, i segni inconfutabili della crisi di sistema che segna l’età contemporanea.
Plot originale, personaggi costruiti con grandissimo acume – sembrano usciti da Rumore bianco di Don DeLillo -, confezione assolutamente convincente per Halt and catch fire, serie lanciata nell’estate scorsa da AMC che, a dispetto degli ascolti non eccitanti (tolto il pilota, ogni episodio viaggia abbondantemente sotto il milione di spettatori), ha rinnovato il tutto per una seconda stagione.
Un progetto decisamente poco ruffiano: in un palinsesto dove vanno per la maggiore scopate allegre, squartamenti e sparatorie tra bad guy era difficile pensare che una fiction sui pionieri dell’informatica, fortemente basata su reticoli di biechi spionaggi industriali, eccitasse più di tanto il grande pubblico. Nonostante la firma autorevole di Juan José Campanella, Oscar per il miglior film straniero nel 2010, che si occupa della regia di tre degli undici episodi dello show.

Halt and catch fire
Halt and catch fire

Peccato. Perché Halt and catch fire sa restituire in modo non oleografico lo spirito di un’intera epoca, restituendo il senso profondo dello sbandamento collettivo amplificato dall’esplosione del consumismo nella sua forma più matura e sbarazzina. I protagonisti non sono vittime ma artefici dell’altalena di eccitazione e malinconia cui sono condannati, accecati dal miraggio effimero di incalcolabili successi finanziari e al tempo stesso rabbuiati da un malessere che sembra non avere altre radici se non nello stesso benessere che li circonda.
L’obsolescenza tecnologica che trasforma il doloroso lavoro di mesi in un fuoco di paglia si rivela allora obsolescenza umana: costante formattazione di rapporti degradati, che girano a scartamento fatalmente ridotto su dischi pieni di infelicità inespresse e per lo più inesprimibili.

Francesco Sala

www.amctv.com/shows/halt-and-catch-fire

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #21

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.