Per un cinema politico. I fratelli Dardenne tornano in sala con Due giorni, una notte

Giovedì: cinema. Questa settimana siamo andati a vedere per voi l’ultimo dei fratelli Dardenne. Sempre più impegnati, sempre meno retorici. In “Due giorni, una notte” si racconta di una lotta contro il tempo: ma non per salvare la Terra da un meteorite, bensì per riuscire a tenersi il posto di lavoro.

Uscito dalla folta schiera di capolavori di Cannes 67, Due giorni, una notte, il settimo lungometraggio dei belgi Jean-Pierre & Luc Dardenne, è la storia di Sandra (Marion Cotillard), dipendente di un’azienda che produce pannelli solari. Sofferente di depressione e considerata l’anello debole della catena produttiva, la giovane donna è alla mercé dei colleghi, che devono decidere se votare per il suo licenziamento e intascarsi un bonus di 1.000 euro. Grazie all’aiuto del marito Manu (Fabrizio Rongione), Sandra ottiene che la votazione venga ripetuta e che ne venga rispettata la segretezza, ma il tempo per far cambiare idea a chi ha preferito l’emolumento è esiguo: un weekend, prima che la fabbrica riapra i battenti senza di lei. Due giorni e una notte, appunto. Una snervante lotta contro il tempo, contro la fatica di una vita deprimente, contro le necessità economiche altrui.
Il tema dell’occupazione e dei suoi risvolti sociali è la colonna portante della filmografia dei due fratelli originari della provincia di Liegi. Indagato a partire dall’esordio cinematografico con La Promesse, è presente sottotraccia in tutti i film della coppia. Il caso più eclatante è certamente quello di Rosetta, opera che – oltre ad aggiudicarsi la Palma d’Oro a Cannes nel 2005 – ha scatenato un acceso dibattito interno e ha dato il nome a una legge a tutela del lavoro giovanile.
Due giorni, una notte fa riecheggiare nella memoria di tutti gli appassionati lo straordinario esordio registico di Sidney Lumet, La parola ai giurati, in cui un indimenticabile Henry Fonda tenta di persuadere in extremis gli altri membri della giuria ad assolvere un ragazzo accusato di parricidio. Al pari del regista americano, che aveva messo di fronte al giurato n. 8 una selva di caratteri differenti, i Dardenne fanno scontrare la loro Sandra con una galleria di personaggi multiformi, ognuno con una storia diversa: c’è a chi non importa, chi ha paura, chi ha un occhio di riguardo, chi si ricorda di un gesto di generosità ricevuto in passato. Ma un minimo comune denominatore li mette tutti sullo stesso piano, benché appartenenti alle etnie più disparate: l’irrequietezza, frutto di un profondo senso di insicurezza, di spaesamento.

In pieno stile Dardenne, le loro reazioni sono sempre umane, mai edulcorate da una narrazione accomodante. Senza spingere sul pedale della retorica e della condanna morale, c’è che si convince che la cosa giusta da fare sia quella di aiutare chi è in difficolta, ma c’è anche chi si indurisce e non retrocede di un millimetro.
È una guerra tra poveri quella tratteggiata dai Dardenne, maestri nel non condannare mai esplicitamente l’oppressione legata al capitale, ma nel coglierne le implicazioni tramite personaggi fragili perché autentici. In questo senso i due si confermano cineasti del presente come nessun altro, capaci di dar voce in maniera commovente a minoranze e oppressi, riuscendo a non rimanere intrappolati nella dimensione della pura disperazione e a far passare – come già avevano fatto con Il ragazzo con la bicicletta – un messaggio di speranza: questo mondo si può cambiare, bisogna solo lottare.

Marcello Rossi

Jean-Pierre & Luc Dardenne – Due giorni, una notte
Belgio / Francia / Italia – 2014 – 95’ – drammatico
http://www.bimfilm.com/

 

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Marcello Rossi
Nato a Parma nel 1987, Marcello Rossi è laureato in Lettere e Filosofia all'Alma Mater di Bologna con una tesi sul cinema di HG Clouzot. Collabora con diverse testate online qui parma.repubblica, indie-eye e l'intellettuale dissidente. Crede fermamente che l'arte in tutte le sue forma vada scomposta, sezionata, analizzata. Solo così si può riflettere sul suo significato.