Obscured by clouds: “Man of Steel” e “Into Darkness”

I migliori e i più interessanti tra i fumettoni cinematografici recenti sono in questi momenti decisamente oscuri. Il merito principale va indubbiamente all’influenza – diretta e indiretta – di Christopher Nolan e della sua trilogia dedicata a Batman. Ora però sono in campo registi come Zack Snyder e J.J. Abrams.

Zack Snyder, Man of Steel (2013)

Con il successo della trilogia dedicata a Batman (Batman Begins, 2005; The Dark Knight, 2008; The Dark Knight Rises, 2012), Christopher Nolan è riuscito a imporre uno stile e ad ampliare indefinitamente i confini del reboot, trasformandolo da semplice operazione di repackaging a riconfigurazione radicale della forma e del contenuto narrativo sulla base di una visione. In azione in questi film vediamo infatti l’embrione di un sistema di valori e, al tempo stesso, il riflesso potente dello Zeitgest. Lo spirito del tempo della crisi.
Non a caso, Nolan è anche l’autore del soggetto e il produttore di Man of Steel, diretto da quello Zack Snyder che si è saputo imporre negli ultimi anni, nelle strettissime maglie del blockbuster – immaginiamo non senza enorme fatica -, come autore originale (Dawn of the Dead, 300, Watchmen, La leggenda di Ga’Hoole). Così, questi film sono tutti dominati dal senso della fine, da un’apocalisse che non è più imminente ma ormai pienamente dispiegata: il mondo non sta più per finire, ma sta già finendo (o, nel caso di Krypton, è già finito).
Certo, si tratta pur sempre di un’apocalisse fumettistica, grossolana, mainstream: un’apocalisse tutta esplosioni, colonne di fuoco, pianeti che implodono, minacce molto oggettive, in cui pochissimo spazio viene lasciato per la declinazione più intima, interiore, psichica. Ma, fino a pochi anni fa, in film destinati principalmente a teenager scene del genere erano semplicemente inconcepibili: voglio dire, Superman che dando le spalle a un Sole morente che illumina in maniera spettrale il suo Kansas devastato (e sempre più somigliante a quello di Dorothy Gale…), davanti allo spietato generale Zod affoga in un oceano di teschi è qualcosa che molto difficilmente si riesce ad associare al tema dell’evasione.

J.J. Abrams, Into Darkness (2013)
J.J. Abrams, Into Darkness (2013)

Il Reale, così, invade e colonizza prepotentemente il territorio dell’immaginario. Improvvisamente, la morte sembra essere diventata l’argomento principale di riflessione nel mondo dei supereroi (su carta, va detto, questa presenza dark e funeraria era già piuttosto ossessiva all’altezza degli Anni Ottanta, in piena reaganomics). È come se Nolan, Snyder e il J.J. Abrams di Into Darkness stessero tentando di forzare le convenzioni e i confini del giocattolone hollywoodiano, costringendolo a esplorare zone impervie e mantenendo l’equilibrio tra riflessione e cultura di massa. Lo schema narrativo e formale di questi film è, infatti, molto rigido e definito a priori, quasi bizantino nella sua immobilità: deve iniziare e finire in una certa maniera, devono esserci un certo numero di combattimenti e di colpi di scena ecc. Nulla di diverso, se ci pensiamo, dalla rigidità richiesta allo sviluppo “circolare” della mitografia; solo che qui molto spesso c’è un gradiente molto duro e ampio di “stupidità”, di contenuto per così dire antiumano: assistiamo cioè in genere a storie-non storie, che non trasmettono nulla se non la loro oscillazione visiva e la continua stimolazione sensoriale. Storie vuote, buchi neri narrativi senza il fascino dei buchi neri (buchi neri, in altri termini, che non si espongono in quanto tali allo spettatore, che non lo risucchiano mantenendolo consapevole e anzi accrescendone la consapevolezza).
Questi film stanno probabilmente tentando di reintrodurre e veicolare il fattore umano all’interno di un contenitore progettato per espellerlo del tutto. È ancora l’inizio di un processo, ma è qualcosa che già adesso passa attraverso il contatto diretto con la natura perturbante della crisi e con le sue origini. Sempre più forte si fa infatti il richiamo agli Anni Trenta, sia dal punto di vista visivo (la bellissima scena in cui Jor-El/Russell Crowe illustra al figlio la storia di Krypton e della sua civiltà) che da quello dei riferimenti e dei valori messi in campo: vale sempre la pena di ricordare, infatti, che gli stessi Superman e Batman nascono in piena Grande Depressione.

Christian Caliandro

CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Angelov

    Quanto detto si riferisce a pennello alla cultura anglosassone; per quanto riguarda noi, non abbiamo bisogno né di Superman né di Batman: qui da noi c’è il Papa che mette a posto le cose… che oltre tutto è vivo ed in carne ed ossa, e non frutto di immaginazione; ma non solo, al posto di Chuck Norris, ovvero Texas Ranger, abbiamo il campione dei buoni, ovvero Roberto Saviano, ed anche lui non espressione della fantasia, ma vivo e vegeto.
    E’ la nostra risposta a chi aveva previsto che l’Immaginazione sarebbe andata al Potere.
    E ce ne sarebbe da scrivere per molto, senza offesa per nessuno naturalmente, ma per rispetto delle nostre verità.