Lacerazioni filmiche

Jacques Audiard torna a fare centro con il suo nuovo, attesissimo film, uscito nelle sale italiane il 4 ottobre. Un percorso di riscatto morale che obbliga necessariamente a passare attraverso le lacerazioni della carne.

Jacques Audiard – De rouille et d’os

Talvolta bisogna scavare fino alle ossa per arrivare al cuore”: con questa frase viene promosso il nuovo film di Jacques Audiard, centrando quella che è l’essenza profonda del racconto. Ciò che colpisce maggiormente in Un sapore di ruggine e ossa, infatti, è la fisicità che pervade ogni singolo fotogramma. Corpi, forti e potenti o menomati e fragili, che occupano l’intero universo diegetico, così come di recente accadeva nel dittico The Wrestler e Black Swan di Darren Aronofsky o negli straordinari Hunger e Shame di Steve McQueen. Nei primi, il corpo fungeva da strumento necessario per l’affermazione della propria identità, scivolando via via verso una deriva ossessiva/compulsiva e autodistruttiva. McQueen, invece, seguendo un percorso di indagine più personale e intimista, metteva in scena due tesi contrapposte attraverso le vicende dei protagonisti dei suoi film. In Hunger, Bobby Sands, incarcerato a Maze, utilizzava il proprio corpo come mezzo politico per riaffermare la libertà dello spirito; posizione rovesciata nella pellicola successiva con Brandon Sullivan, erotomane senza capacità di redenzione, che trasforma la sua pelle in una sorta di gabbia emotiva. Ma mentre Aronofsky racconta l’ossessione e McQueen si fa portatore di un messaggio politico/sociale, Audiard utilizza qui la sofferenza fisica come mezzo di trasformazione e riscatto.

Jacques Audiard – De rouille et d’os

Ali, arrivato da poco ad Antibes, nel sud della Francia, con il figlioletto Sam di cui non sa occuparsi, incontra Stéphanie nella discoteca in cui lavora come buttafuori. Lei è bella, sfrontata, estremamente libera e sicura di sé. Usa il suo corpo per sedurre, per ammaliare e anche per lavorare. Addestra orche in un parco acquatico e i suoi gesti fermi e precisi controllano i movimenti degli enormi mammiferi. Almeno fino al giorno in cui, durante un’esibizione, perderà le gambe a causa di un incidente che cambierà per sempre la sua vita. Anche Ali si muove in una dimensione fisica: facendo a pugni e consumando sesso veloce, compensa la sua incapacità di comunicare. Tra i due si stabilisce una sorta di “dialogo corporeo”, talvolta delicato, altre volte brutale, che li avvierà progressivamente verso una nuova consapevolezza nella quale è possibile, finalmente, trovare l’amore.
Non è la prima volta che Audiard propone un percorso di metamorfosi. L’incontro dei suoi sfaccettati personaggi, mai del tutto buoni o del tutto cattivi (e tradotti in una curata fotografia fatta di luci e ombre), rappresenta sempre un’occasione di svolta nelle loro esistenze. Di questo parlano i suoi film, tutti. Di cambiamento, principalmente, ma anche della difficoltà di comunicare. Un sapore di ruggine e ossa non fa eccezione. Stavolta il regista si allontana dalle tinte più noir per mettere in scena, nel suo stile, una sofferta storia d’amore. Uno stile che potremmo definire “realismo soggettivo”, paragonabile agli sguardi di registi come Matteo Garrone o i fratelli Dardenne, anche loro intenti a fotografare il mondo senza patina e con una espressività del tutto personale.

Il rischio di scivolare nel melodramma è sempre contenuto grazie alla “ruggine” dei personaggi e all’alternanza di tono tra momenti più drammatici e scene di fortissimo impatto sia emotivo che visivo (la magistrale sequenza dell’incidente, la successiva visita di Stéphanie al parco acquatico, l’unione dei corpi di Stéphanie e Ali che si fa sempre più intensa, il disperato salvataggio di Sam, intrappolato in un lago ghiacciato). In quest’alternanza giocano un ruolo decisivo le interpretazioni, quella piena di sfumature di Marion Cotillard (attrice francese del momento), ma anche quella più smorzata e altrettanto efficace di Matthias Schoenaerts, e conta, infine, l’uso intelligente della macchina a mano che non solo conferisce al racconto un’impressione di “verità”, ma attribuisce soprattutto quel senso di inquietudine e incertezza che fanno parte della vita.
Senza lasciare nulla al caso e con stile sempre sobrio, Un sapore di ruggine e ossa è capace di travolgere “dolcemente”. Un tratto semplice e potente che fa venire in mente La Grande Onda di Hokusai, a ricordarci come tutto può cambiare.

Beatrice Fiorentino

Jacques Audiard – De rouille et d’os
Francia, Belgio / 2012 / 120’

CONDIVIDI
Beatrice Fiorentino
Giornalista freelance e critico cinematografico, scrive per la pagina di Cultura e Spettacoli del quotidiano Il Piccolo e per diverse testate online. Dal 2008 collabora con l'Università del Litorale di Capodistria, dove insegna Linguaggio cinematografico e audiovisivo. Dal 2015 cura la sezione Nuove Impronte di ShorTS - International Film Festival e fa parte della commissione Film della Critica del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Cura eventi, presentazioni e rassegne cinematografiche e dal 2016 è selezionatore per la Settimana Internazionale della Critica di Venezia.