Shame: l’origine del disprezzo

Alla seconda prova da regista cinematografico, Steve McQueen convince. Anzi, forse convince di più in sala che in galleria. Analisi del suo “Shame”, e di come si orchestra una sceneggiatura.

Steve McQueen - Shame

Al contrario del precedente Hunger (2008), che metteva in scena la prigionia e la morte dell’affiliato all’IRA Bobby Sands nel carcere irlandese di Long Kesh, Shame abbandona le tematiche politiche per dedicarsi a scandagliare con minuziosa e implacabile precisione la solitudine e la disperazione della condizione umana contemporanea.
Seconda prova da regista per il brillante videomaker britannico Steve Rodney Mcqueen (in arte Steve McQueen) che con maturità stilistica e un’impeccabile distanza psicologica racconta la storia di una famiglia senza raccontarla, mostrando semplicemente l’odio verso se stessi, la rabbia, il disgusto e la vergogna che si sono radicati nella sua ultima generazione. Shame è un filo rosso che si srotola sotto i nostri occhi. Sono le ombre di un passato che riemergono lentamente e che diventano ricettori e trasmettitori di azioni e punizioni, di colpe e peccati dei due protagonisti: Brandon (un perfetto Michael Fassbender) e la sorella Sissy (un’altrettanto brava Carey Mulligan).

Lei, patologicamente in cerca di amore e di riscontri, si butta tra le braccia di uomini appena incontrati, inaffidabili e inadatti (tra questi anche il capo del fratello). Lui, giovane in carriera e di bell’aspetto, è schiavo di irrefrenabili impulsi sessuali che scandiscono la sua routine tra sveltine nei bagni e per la strada, tra locali notturni e pornografia in rete. Lei troppo bisognosa di affetto per capire dove trovarlo. Lui troppo chiuso per aprirsi a relazioni normali.
Il già precario equilibrio su cui si regge la quotidianità di Brandon viene definitivamente frantumato dalla presenza della sorella che, dopo l’ennesima relazione fallimentare, decide di trasferirsi temporaneamente nel suo appartamento. Da quel momento le loro patologie si aggraveranno, in un confronto diretto con i loro ricordi, le loro colpe, con le loro stesse presenze. Il passato riemergerà in maniera definitiva senza mai svelarsi allo spettatore: “We are not bad people. We just come from a bad place”, dice Sissy al fratello. Il fantasma di una storia famigliare problematica è l’unica certezza, l’unico punto di riferimento nelle vite stravolte di due individui apparentemente normali.

Carey Mulligan e Steve McQueen sul set di Shame

McQueen sa dosare (o meglio celare) le informazioni necessarie alla comprensione delle reali motivazioni che muovono le azioni dei protagonisti senza annoiare, senza cadere nella retorica o nella banalità. Ogni cambio di scena è magistralmente orchestrato, guidato da suoni e musica verso il passaggio successivo, manifestando formalmente la continuità di cause ed effetti. I lunghissimi piani sequenza (a cui il regista ha già abituato il suo pubblico) accompagnati dalle note di Harry Escott e dalle parole del drammaturgo Abi Morgan, rimangono lo strumento privilegiato per raccontare la noiosa e ossessiva quotidianità del protagonista in una New York à la Taxi Driver, in cui i sogni possono non realizzarsi, in cui le persone possono non riuscire a conoscersi, in cui è la solitudine a diventare guida di gesti e decisioni.

Steve McQueen - Shame

Edonismo ed esasperata ricerca del piacere sono le fonti della vergogna, quella che Brandon prova ogni volta che rischia di essere scoperto e quella che Sissy non riesce a provare neanche quando, umiliandosi, chiede disperatamente amore a chi non può darglielo. Shame è la minuziosa descrizione di un odio profondo verso se stessi e della solitudine che quest’odio porta con sé.

Giulia Pezzoli

Steve McQueen – Shame
UK / 2011 / 99’
www.foxsearchlight.com/shame/

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Giulia Pezzoli
Giulia Pezzoli (Bologna 1978) si occupa di arte contemporanea dal 2003. Ha lavorato per la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, per la 50esima Biennale d'Arte di Venezia, per il Centro d'Arte Contemporanea di Villa Manin e per il MAMbo di Bologna per cui tutt'ora lavora. Scrive d'arte e di cinema da diversi anni.
  • antonio (inoki)

    mah da videoartista controlla troppo il mezzo e ogni scena è voluta così non ci sono sorprese e concessioni
    si direbbe che il regista ha paura di sbagliare ad ogni fotogramma
    io l’ho trovato un pò noioso e prevedibile
    la forma narrativa del film lungo richiede che l’autore si metta in gioco e non controlli l’argomento come se si trattasse di una partita a scacchi nell’ambito di un insieme di regole stabilite
    tra l’altro gli eccessi nella vita esistono e meno male che non tutti stanno lì a domandarsi ad ogni secondo cos’è giusto o sbagliato , certo diventano un problema se si esagera ma il moralismo come giudice di ogni cosa convince poco