Source Code. Fantascienza d’autore

Artribune si occupa anche di cinema, l’avrete notato. A dirigere le danze, Christian Caliandro col suo “Meanstreets”. E poi ci sono le pellicole letteralmente underground, che Giulia Pezzoli analizza nel suo “L.I.P. – Lost in Projection”. E, last but not least, c’è “Cinematic”, a firma di Gianni Romano. Ecco il suo primo intervento, dalle pagine di Artribune Magazine #1.

A Duncan Jones Bowie certamente piace la fantascienza più raffinata, quella in cui la sceneggiatura sembra più impegnata a dimostrare coerenza e lo svelarsi di qualche significato piuttosto che spegnersi in azioni tanto spettacolari quanto sterili (vedi World Invasion). Non a caso, il regista inglese cita Philip K. Dick e J. G. Ballard, ma è riconoscibile l’impronta di chi ha letto Cronache marziane di Ray Bradbury a 14 anni e se lo ricorda per tutta la vita.
Che succede? Jake Gyllenhaal è un veterano dell’Afghanistan che si risveglia in un treno di pendolari diretto a Chicago; presto scopre di avere un’altra fisionomia e identità (già in Moon il regista aveva giocato con le multiple identità di Sam Rockwell) e di rivivere in continuazione gli stessi otto minuti nel tentativo di disinnescare una bomba destinata a colpire tutti i passeggeri. È vero che è tipico di questo genere forzare le dimensioni spazio-temporali, Jones lo conferma quando dichiara: “Non è tanto l’aspetto della tecnologia a contare. Le migliori storie di fantascienza per me sono quelle che si concentrano sull’individuo e su come le persone vengono influenzate dal mondo in cui si trovano”. Infatti, Source Code descrive la costruzione di una consapevolezza del personaggio, più che un populistico “arrivano i nostri”.

Duncan Jones - Source Code - 2011

Il finale sembra la messinscena di alcune teorie avanzate da Daniel Birnbaum in Cronologia: “Il ‘cinema altro’ di oggi, quello di Ahtila e Tacita Dean, emerge come tentativo di inserire modelli spaziali all’interno della dimensione temporale, e di ‘installare il tempo’ nello spazio“; oppure: “Tutti abitiamo simultaneamente diverse zone temporali. Questa ‘etero-cronologia’, per usare il concetto di Boris Groys, è la più normale delle condizioni. Noi viviamo in tempi diversi“. Infatti, il protagonista riesce a creare un’altra zona temporale e quello che sembrava un incubo, la sua immagine e quella di Michelle Monaghan distorte nel vuoto, alla fine si rivela una realtà nuova: i due si ritrovano nel Millennium Park di Chicago davanti alla Cloud Gate di Anish Kapoor, pensa un po’, un’opera che, attraverso la distorsione della realtà riflessa nell’alluminio, secondo l’artista dovrebbe stimolare “realtà autonome“.

Gianni Romano

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #1