Un giovane couturier a Roma. Intervista a Luigi Borbone

Quasi quarant'anni, la voglia di innovare il concetto stesso di alta moda facendo tesoro di tutto ciò che è tecnica artigiana e sartorialità, con un fondamentale occhio di riguardo per la tecnologia. Il designer Luigi Borbone si racconta e lancia la sua sfida al mondo della couture, che diventa “contemporary” nelle sue creazioni.

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Luigi Borbone HC SS 2016 - photo Salvatore Dragone

Luigi Borbone HC SS 2016 – photo Salvatore Dragone

Vivere e creare a Roma. “Progettare” un abito di alta moda, termine che lui stesso ci suggerisce di utilizzare, guardando con determinazione (e speranza) al futuro dell’alta moda nella Capitale. Luigi Borbone, da giovane couturier, lancia la sua sfida personale al mondo dell’alta sartoria, che troppo spesso è incastrata nella tradizione senza evolversi verso nuove forme. “Contemporary couture”, forse è questo il termine più appropriato per le collezioni disegnate da Borbone, che fanno tesoro dell’artigianato e della maestria sartoriale italiana, gettando le basi per il domani. Secondo il designer, svecchiare il passato è possibile solo attraverso il continuo evolversi del pensiero stilistico. Che è fatto di cultura e conoscenza, comunicate negli abiti, veri e propri “progetti” per il corpo. Vestendo la personalità di chi desidera indossarli e, attraverso l’empatia, adattando il proprio stile alle esigenze del cliente finale. La parola va a uno dei più giovani creativi di alta moda della Capitale.

Partiamo dalle origini. Come nasce Luigi Borbone e il brand omonimo?
Luigi Borbone nasce dagli studi di architettura a Roma con varie esperienze all’estero, in particolare l’Erasmus a Barcellona e un viaggio-studio in Scozia. Il mondo del design mi ha avvicinato a tutto ciò che avevo appreso nelle sartorie dei miei nonni, che hanno lavorato per Guccio Gucci ed Emilio Pucci a Firenze. Ciò mi ha dato la possibilità, sin da piccolo, di vedere gli archivi storici e scoprire l’evoluzione dei percorsi creativi a partire dagli Anni Cinquanta. Gli studi in architettura mi hanno aiutato a vedere la tridimensionalità dello spazio, anche quando “progetto” un abito.
Mi piace usare il termine “progettare”, e non creare, perché realizzare un abito di alta moda è un vero e proprio progetto, costruendo un capo su misura per una persona che non ha la fisicità di una modella, diversamente da quando, invece, si realizza una collezione che sfilerà in passerella con capi campione.

Luigi Borbone HC SS 2016 - photo Salvatore Dragone

Luigi Borbone HC SS 2016 – photo Salvatore Dragone

Quali sono le fasi di progettazione, ideazione e realizzazione di un abito di alta moda?
Quando si pensa a una collezione si pensa a suggestioni che vengono dal proprio background culturale o dall’attualità, lasciandosi influenzare dall’arte. La progettazione è il pensare a un vissuto: da lì parte lo studio che va dai colori alle forme per poi sfociare in disegno e, finalmente, in abito, che è il riflesso di ciò che sono e sento. Una propensione a un minimalismo contemporaneo, creando un linguaggio couture nuovo, pur attingendo alle regole storiche dell’alta moda. Relazionandosi con la cliente per conoscerne i gusti e vestirne la personalità. Bisogna comprenderne la fisicità, quanto vuole sentirsi femminile e in che contesto, per realizzare il progetto finale da proporle.

Il discorso è assolutamente valido nell’alta moda, dove gli abiti sono unici, originali, costruiti su misura. Ma quanto quello che dici può essere applicato al prêt à porter?
La collezione che ho presentato a gennaio durante Altaroma all’Ex Dogana della Capitale, è stata un apriporta a un’eventuale linea di prêt à porter. Il tema scelto, il film Orlando, è un percorso in più epoche basato sulla trasformazione da uomo a donna, cavalcando l’idea attuale di prêt à porter. Per un brand che produce ready to wear, una donna può essere ciò che vuole in diverse occasioni. Non si parla di uno stile univoco ma di evoluzione della femminilità di una donna durante la giornata e il compito del designer è quello di adattare lo stile del brand alle varie esigenze del quotidiano, mantenendo la sua riconoscibilità.

Per un giovane couturier che decide di affrontare la sfida del prêt à porter, la difficoltà maggiore è forse quella di trovare un investitore e un distributore? La riconoscibilità per chi parte dall’alta moda può essere un incentivo a lanciare una linea di ready to wear?
È difficile per me rispondere a questa domanda anche se sono creatore e imprenditore del mio marchio. Ho difficoltà a pensare ai concetti di distribuzione e commercializzazione. Naturalmente gli investitori sono importanti per una produzione di moda, soprattutto nel prêt à porter, che necessita di una distribuzione capillare.

Luigi Borbone HC SS 2016 - photo Salvatore Dragone

Luigi Borbone HC SS 2016 – photo Salvatore Dragone

Nella tua ultima collezione, proprio in virtù dell’idea di contemporary couture, c’è una stretta connessione tra sperimentazione tecnologica e artigianalità italiana. Visibile anche nella tua linea di gioielli, presentata ad A.I. Artisanal Intelligence.  Che cos’è l’“alta moda contemporanea” per Luigi Borbone?
La mia impronta di architetto è molto forte. Ho sempre abbinato design e manualità. Quando progetto l’alta moda mi piace fondere tecnologia e artigianato. L’utilizzo di cristalli Swarovski, avvalendosi della tecnologia su reti realizzate a mano, ne è la riprova. Non tessuti già pronti ma prodotti ad hoc, creando una storia nuova per le clienti. Il gioiello fatto a mano nasce da un’idea parallela a quella della sartorialità e, grazie ad artigiani che lavorano i metalli più pesanti, riusciamo a creare elementi delicati che danno il tocco finale alle collezioni.

Parlando di alta moda contemporanea, quali sono le sfide che deve affrontare un giovane creativo nella Capitale?
Ci stiamo avvalendo di maestranze esterne, che, a livello economico, consentono una migliore gestione del budget a disposizione. Professionisti giovani, che però hanno esperienza in altri atelier storici ma con lo sguardo rivolto al contemporaneo. È divertente notare come la tradizione artigianale e la tecnologia si uniscono con l’utilizzo di materiali sperimentali. L’alta moda è ricerca e non solo un modello sartoriale, per molti datato.
Roma rispetto a Parigi è secondo me più ricca di artigiani, ed è importante preservare il nostro savoir-faire perché è la nostra matrice. La sfida non è solo quella di farsi conoscere ma anche cercare la giusta sinergia con i propri partner lavorativi, conciliando l’aspetto formativo e quello umano e professionale.

Luigi Borbone HC SS 2016 - photo Salvatore Dragone

Luigi Borbone HC SS 2016 – photo Salvatore Dragone

La moda è comunicazione, che rapporto hai con il tuo ufficio stampa? Quanto ti lasci guidare nelle tue scelte?
Parlare di ufficio stampa per me è riduttivo. Le persone che mi accompagnano in questo percorso fanno una ricerca a 360 gradi sulla moda contemporanea, guardando sempre alla tradizione e al rispetto del passato. Sono persone molto colte che non gravitano solo nell’universo moda. Ognuno porta la sua esperienza. È fondamentale lasciarsi guidare e creare una strategia di comunicazione comune. Il creativo cerca sempre di andare oltre, e confrontarsi con chi la pensa diversamente è fondamentale. La moda è comunicazione e c’è l’esigenza di sentirsi parte di un team.

Chi sono le clienti che vestono le creazioni firmate Luigi Borbone?
Mi piace vestire la personalità. Nessun limite alla provenienza. Abbiamo molte clienti italiane, ma anche estere. Il discorso di essere un atelier si concilia con l’idea di couture contemporanea, molto apprezzata anche dalle più giovani. Le figlie e le nipoti di chi acquistava nelle maison storiche capitoline vestono oggi anche le mie creazioni.
Certo, nella Capitale è ancora tutto molto lento, non siamo a Parigi, ma noto una crescente affluenza di clienti straniere che acquistano a Roma, credendo nelle possibilità della città senza fuggire a Milano.

Come vedi il tuo brand nel futuro? Accordi di licensing, una collezione uomo?
Il progetto più vicino è quello di lanciare una linea di prêt à porter, o meglio di prêt à couture che consente una diffusione internazionale più capillare. La prospettiva di firmare delle licenze c’è, credo molto nel mio marchio.

Gustavo Marco P. Cipolla

www.luigiborbone.it

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