Always Becoming Bologna. Parola ad Alessandro Carboni

Dopo le tappe di Copenaghen, Malmö e Hong Kong, Alessandro Carboni arriva a Bologna. Ospite di AtelierSì Artists in ResidenSì, presenta il suo nuovo progetto “Always Becoming”, piattaforma erratica che riflette sul corpo combinando pratiche performative, processi di embodiment, mappatura corporea dello spazio urbano e teoria. Talk aperti e informali di artisti e studiosi stratificano l’attività performativa in un programma denso di appuntamenti e ospiti internazionali, fino al 18 marzo.

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Alessandro Carboni, Always Becoming  #Bologna

Alessandro Carboni, Always Becoming #Bologna

Ti occupi di relazione tra corpo e spazio urbano e di città ne hai vissute diverse prima di approdare a Hong Kong. Qual è stato il tuo percorso?
Dal 2000 ho iniziato a spostarmi sempre più verso est. Dopo un primo periodo a Londra, e una fase di lavoro di tre anni in Polonia, nel 2006 mi sono trasferito in India per un progetto su Quad di Samuel Beckett e sulle declinazioni della danza tradizionale indiana. Il frutto di questo percorso – co-prodotto dal Festival di Santarcangelo – fu molto apprezzato dal direttore di IDEA, Festival di Hong Kong, il quale produsse il mio lavoro successivo. Dal 2008 è iniziata una catena di progetti con altri festival e gallerie di Hong Kong, fino a quando sono stato invitato a inaugurare il padiglione di Hong Kong alla Biennale d’Architettura di Venezia. In seguito ho concentrato il mio lavoro sulla definizione del toolkit che è alla base di Always Becoming, anche grazie a una Borsa di Studio dell’Università di HK.

Hong Kong quindi come perno per altri spostamenti?
Sì, esattamente. Ho viaggiato molto per sviluppare i miei progetti, avendo Hong Kong come base asiatica. Mi sono spostato e ho lavorato in Vietnam, Malesia, Singapore. Ho sempre sentito la forte necessità di pormi nella condizione di “straniero”. Mi interessa intercettare altre tensioni e sistemi di produzione. Non sono mai voluto entrare in un sistema produttivo legato a finanziamenti ministeriali e quindi essere soggetto a un ritmo di produzione definito. Cerco dimensioni continuamente trasformative.

Always Becoming ha visto quattro tappe: Copenaghen, Malmö, Hong Kong e ora Bologna. Come si riconfigura il progetto in relazione alle diverse città?
Le prime tre città sono state occasioni per definire e sviluppare il metodo di lavoro, il toolkit. In ognuna delle tre ho collaborato con figure che hanno seguito lo sviluppo operativo e teorico del progetto. A Copenaghen ho lavorato con un gruppo di professionisti dell’architettura dinamica, mentre a Malmö con esponenti del participatory design. Hong Kong è stato il momento di passaggio dalla teoria alla pratica attraverso un laboratorio con alcuni performer che mi ha permesso di testare il toolkit in un quadro complesso e articolato sia sul piano urbanistico che sociale.

Alessandro Carboni, Always Becoming  #Hong Kong

Alessandro Carboni, Always Becoming #Hong Kong

Come si relazionano i diversi formati del progetto Always Becoming: mostra, performance, momenti teorici, lecture?
Da quasi vent’anni, cerco di non lavorare esclusivamente nell’ambito performativo.
Always Becoming è una piattaforma erratica, uno spazio abitabile, uno strumento in divenire, che si insinua nei luoghi come un parassita, entra in contatto con le energie che abitano le città, in dialogo con studiosi, performer, professionisti, ecc. La mia ricerca si sviluppa su più livelli e la performance, che rappresenta il momento di display del lavoro, non è sufficiente a render conto della complessità dei piani d’indagine. Always Becoming è quindi un progetto di ricerca transdisciplinare che si sta ridefinendo nel formato anche grazie alla collaborazione teorica con Piersandra Di Matteo. Ogni tappa attiva tattiche per ripensare le modalità di lavoro in un sistema collaborativo, facendo in modo che i materiali di una fase diventino il punto di partenza per quella successiva.

EM (Embodied Mapping) è lo strumento di mappatura degli spazi urbani attraverso il corpo da te ideato, il toolkit. Come funziona?
EM, ovvero il toolkit, è costituito da una serie di pratiche performative che utilizzano il corpo come strumento cartografico di cattura e mappatura dello spazio, e in un secondo tempo come strumento visivo attraverso cui narrare le esplorazioni urbane compiute. Nella sua versione definitiva il toolkit si presenta come una guida, un foglio A2, come fosse una mappa, in cui sono riassunti tutti i principi di funzionamento. Il lavoro si compone di quattro step: 1. osservazione, 2. cattura (azioni corporali di mappatura dello spazio urbano), 3. estrazione (le stesse azioni ripetute in studio attraverso un processo di reenactment), 4. trasmissione-corporal map (composizione coreografica). In quest’ultima fase viene definito uno score coreografico in cui le azioni corporali catturate ed estratte sono performate in un processo di semplificazione della complessità urbana, appunto.

Cosa ti interessa del rapporto tra corpo e spazio urbano?
Prima di tutto occorre distinguere tra città e spazio urbano. Della città non mi interessa la visione architettonica, ma le conseguenze della sua trasformazione sul piano politico, sociale ed economico manifestate nei corpi, nelle parole, nel modo di vestire… Mi interessano gli eventi che si producono quotidianamente e che modificano l’urbanità della città. Concentrandomi dunque più sulla dimensione immateriale che su quella fisica, la dicotomia tra urbano e rurale viene meno. Non mi occupo di site-specific, né di danza in urbano, il mio è un lavoro situato di auto-etnografia in cui il performer mappa se stesso, la sua percezione del luogo.

Alessandro Carboni, Always Becoming  #Hong Kong

Alessandro Carboni, Always Becoming #Hong Kong

Fotografia e video che ruolo svolgono nel processo di creazione e display?
Tutto il materiale fotografico e video è un corollario subordinato all’esperienza corporea. La raccolta di materiali avviene solo attraverso il corpo.

Cerchi di catturare il tempo presente dell’evento urbano o piuttosto la memoria che ne resta nel corpo?
Effettivamente un elemento focale riguarda il tempo. In urbano lavoro sul tempo reale, chiedendo al performer di aumentare il livello di attenzione rispetto agli eventi che accadono in un momento e in un luogo determinati. Si tratta di enfatizzare una dimensione temporale e percettiva istantanea. Nelle due fasi successive chiedo al performer di tornare indietro con la memoria, ri-mappando se stesso e la propria percezione dello spazio nell’esperienza urbana. Nell’ultima fase, quella di display del lavoro, avviene una ri-spazializzazione in tempo reale delle azioni coreografiche frutto del reenactment: il performer si trova costretto a ri-negoziare le sue azioni in un contesto in trasformazione. Ad esempio a Hong Kong si è trattato di una long-durational performance: i danzatori lavoravano nello spazio seguendo vari cicli, mentre gli spettatori erano liberi di entrare, uscire e di posizionarsi come meglio credevano.

Quali spazi urbani prediligi per la tua ricerca?
Tendo a scegliere zone in cui sia presente un’effervescenza sociale e politica, situazioni in bilico che mi permettano di scoprire e capire il rapporto tra presente e passato. A Hong Kong ho scelto To Kwa Wan, la zona inscritta nel vecchio aeroporto caratterizzata da sacche di povertà e forte speculazione edilizia. Si tratta di uno tra i quartieri più densamente popolati della città. Invece a Bologna lavoro in Bolognina, uno dei primi quartieri della città, nato negli Anni Sessanta e che ora rientra nel più ampio Quartiere Navile. Negli anni è sempre stato un luogo di cambiamento, e oggi è una zona calda poiché vive il passaggio da una dimensione popolare a una più speculativa. Mi interessa questa zona perché, nonostante nuovi comparti e abitanti, qui è nato uno dei quartieri più multiculturali e sostenibili della città. A Hong Kong ho collaborato con il Survey and Mapping Office per la ricerca condotta nel loro archivio di fotografie aeree. Dalle immagini dall’alto mi sono poi abbassato rasoterra attraverso il toolkit. A Bologna, ugualmente, il lavoro di mappatura ha preso le mosse da fotografie aeree degliAnni Settanta.

Alessandro Carboni, Being here in what will no longer be - Sequence 50

Alessandro Carboni, Being here in what will no longer be – Sequence 50

In Being here in what will no longer be (2015) prendi spunto dalle proteste di studenti e attivisti pro-democrazia avvenute a Hong Kong nel novembre 2014. In che modo il toolkit ha lavorato su questi eventi?
Ho frequentato le zone degli scontri invase da foto-reporter con videocamere, camere 3D, droni, ecc. Ho deciso di utilizzare il processo di embodiment come strumento di reportage, di documentazione. Ho passato una notte lungo la front-line per campionare alcune posture di manifestanti e poliziotti e catturarne il paesaggio sonoro, materiale che mi è servito per la creazione del reportage performativo.

Cosa ti evocano i termini altrove e ovunque in relazione a corpo e spazio urbano?
Vedo un legame tra le due parole. Penso che aumentando il livello di all’erta e osservazione si possano cogliere novità che modificano la percezione di uno spazio abituale. L’altrove quindi lo posso creare ovunque ed è questo il nucleo centrale di Always Becoming: cercare di mettere in luce ciò che abitualmente risiede alla periferia della mia attenzione. Come posso rivelare gli elementi nascosti di un luogo?

Chiara Pirri

alwaysbecomingproject.wordpress.com
ateliersi.it

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