Sul XXI secolo. Un campo di concentrazione

Questa nuova serie di articoli nasce da una risposta a Gian Maria Tosatti, pubblicata a dicembre, e ne è la diretta prosecuzione. Tra dispersione, frantumazione, e singolarità.

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Great Burkhan Khaldun Mountain, Mongolia

Great Burkhan Khaldun Mountain, Mongolia

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
Eugenio Montale, La Storia, in Satura, 1971

Il XXI secolo è un “campo di concentrazione”, come avrebbe detto Ottiero Ottieri.
Artisti, scrittori, registi, intellettuali si lamentano di essere soli, di non intrattenere rapporti, di non possedere spazio né discorso pubblico. Si lamentano per l’assenza di dibattito. Ma questa assenza, l’annullamento del dibattito culturale e della sfera pubblica – nei termini del secondo Novecento, quantomeno – permea e sostanzia il XXI secolo nascente. Questi albori già ben avviati si nutrono infatti di questa supposta solitudine. E si sente, si percepisce il lavorio, lo scavo di questi cervelli; si vedono queste operazioni agire. Sono scollegate, frantumate, disperse? Ma proprio questa dispersione, questa frantumazione, fanno il XXI secolo.
È anche questo la “singolarità” – intesa come intelligenza collettiva animata da crescita organica; nella singolarità non c’è posto per l’attitudine nostalgica, o per il ripescaggio di tentazioni esclusive. (Eppure, da alcuni anni assistiamo ai tentativi un po’ maldestri di conservare e inasprire il gatekeeping da parte di un sistema chiuso e asfittico.)
Dovremmo forse cominciare a pensare diversamente la comunità – lo stare insieme, in comune. Come è strutturata una comunità di spettri? Come stanno insieme i fantasmi? La costruzione assume dunque un aspetto decisamente diverso, se a portarla avanti sono uomini che vengono-dopo. Individui introversi, soli, animati da una forma quieta e anche muta di disperazione. Di disperata felicità. Da questa condizione discende l’opera come “stato”, e non più – finalmente – come prodotto (frutto di un’imposizione): come stato scavato e ricavato nel presente, scagliato in esso, e non più emesso da una zona estranea e sterilizzata; come campo di possibilità e punto in cui precipitano le relazioni umane; come processo vitale. E in quanto tale dunque una non-opera, una non-forma assolutamente e radicalmente incoerente con ciò che vediamo attorno a noi, con ciò che è diventata nella stragrande maggioranza l’arte contemporanea – simulazioni linguistiche

Lynda Benglis, Proto-knot, 1971

Lynda Benglis, Proto-knot, 1971

La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice. / Lascia sottopassaggi, cripte, buche / e nascondigli. C’è chi sopravvive”.

Certo, la risposta più comune, oggi in Occidente, è poi il cinismo: lo ritroviamo facilmente nei giornali, nei romanzi, nelle pose spettacolari mediatiche politiche, nelle interazioni sociali quotidiane, e ovviamente anche nelle opere d’arte. Ma il cinismo non aiuta, al fondo: il cinismo è semplicemente il modo più comodo, affascinante, efficiente, profittevole di rimuovere il negativo e la catastrofe e la disperazione – la qualità centrale della vita contemporanea – “facendo-come-se” nulla fosse, e tutto fosse uguale a un prima che, a ben guardare, non c’è mai stato. Il cinismo aiuta, certo, a “campare”, a tirare avanti, anche e soprattutto ad “avere successo”; ma il cinismo in cambio pone definitivamente fuori dalla realtà, dal presente, dal futuro prossimo e remoto. Ti sottrae sofferenza, dolore, disagio, e ti sottrae anche la possibilità di comprensione, la propensione a cambiare. Il XXI secolo è perciò il rifiuto del cinismo, e l’accoglimento di una nuova forma di esistenzialismo e di umanismo.

Walker Evans, A Miner''s Home, vicinity Morgantown, West Virginia 1935

Walker Evans, A Miner”s Home, vicinity Morgantown, West Virginia 1935

La storia gratta il fondo / come una rete a strascico / con qualche strappo / e più di un pesce sfugge”.

Sei disposto a soffrire (anche con molta ironia, è ovvio, e autoironia, e percezione costante e brillante dell’assurdo, del grottesco; non c’è affatto bisogno di essere “pesanti”: il comico si annida ovunque nella tragedia)? Sei disposto alla povertà, a smantellare i vecchi desideri, a vivere pienamente la condizione attuale, a scoprire davvero che cosa c’è dietro e sotto e sopra e dentro la precarietà, la fragilità estrema che ti è stata imposta? Allora sei libero, e liberamente stai accogliendo dentro di te il nuovo secolo, il tempo nuovo.
Così come sei libero di evitare tutto questo, di rinunciare a vivere la tua epoca, di retrocedere in una forma di passato già – per fortuna, dico io – evaporata, di esistere dentro un sogno felice e senza sorprese, di sganciarti dalla natura profonda e segreta del mondo e della storia, di sprofondare in una simulazione, in una ex-vita.
Di scomparire, senza neanche saperlo.

Qualche volta s’incontro l’ectoplasma / d’uno scampato e non sembra particolarmente felice. / Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato. / Gli altri, nel sacco, si credono / più liberi di lui”.

Christian Caliandro

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  • Whitehouse Blog

    Sempre interessanti queste riflessioni. Il punto adesso, ne parliamo da anni, è passare dalle parole ai fatti. E fare in modo che questi fatti siano tali, ossia incontrino un pubblico. Ossia un valore condiviso, pubblico e riconosciuto dell’opera d’arte, del progetto artistico come “fatto”. Quando leggo queste riflessioni mi viene in mente un passaggio del Radicante di Nicolas Bourriaud. Se l’opera prodotto non ha più molto senso, l’artista comunemente inteso muore. E quindi chi è l’artista? Cosa vanno a fare a New York o nell’ennesima residenza? Esiste una nuova definizione di artista e una nuova definizione di opera d’arte che sono già nelle cose, ma che il sistema non vuole e non può accettare. Lo stesso Christian Caliandro predica bene ma poi sceglie quegli artisti che fanno gli errori che fanno tutti. Bisognerebbe avere il coraggio. Riporto il passaggio di Bourriaud:
    “Invece che subirla o resistervi per inerzia, il capitalismo globale sembra aver fatto propri i flussi, la velocità, il nomadismo? Allora dobbiamo essere ancora più mobili. Non farci costringere, obbligare, e forzare a salutare la stagnazione come un ideale. L’immaginario mondiale è dominato dalla flessibilità? Inventiamo per essa nuovi significati, inoculiamo la lunga durata e l’estrema lentezza al cuore della velocità piuttosto che opporle posture rigide e nostalgiche. La forza di questo stile di pensiero emergente risiede in protocolli di messa in cammino: si tratta di elaborare un pensiero nomade che si organizzi in termini di circuiti e sperimentazioni, e non di installazione permanente, perennizzazione, costruito. Alla precarizzazione dell’esperienza opponiamo un pensiero risolutamente precario che si inserisca e si inoculi nelle stesse reti che ci soffocano.”
    Per vedere una selezione di esempi in questo senso, realizzati tra 2009 e 2016, vi rimando a questo sommario: http://whitehouse2014.blogspot.it/2016/01/18cda-wood-london-2016-lintorpidimento.html