Cagliari Capitale Italiana della Cultura. The Day After

Un’intervista a due voci con l’assessore alla Cultura Enrica Puggioni e Maria Paola Zedda, direttore artistico di Cagliari Capitale Italiana della Cultura 2015. Per fare il punto sul capoluogo sardo, che ambisce a posizionarsi nel Mediterraneo come nuovo presidio culturale internazionale. Anche senza il Betile di Zaha Hadid.

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Future Farmers - photo Stefania Scano

Future Farmers – photo Stefania Scano

Nel 2014 Cagliari ha perso la corsa a Capitale della Cultura Europea 2019 ma, considerate le idee, le opportunità e le energie che la candidatura ha messo in campo, conducendo la città a diventare Capitale Italiana della Cultura 2015, è stata tutt’altro che una sconfitta.
Enrica Puggioni: Sono d’accordo. Anche se Matera ha avuto la meglio, in realtà per noi è stata una vittoria sotto diversi punti di vista. Intanto il progetto di candidatura che ci ha fatto guadagnare la finale ha messo in moto un processo di partecipazione e di progettazione integrata, ha permesso di raccogliere un patrimonio generoso di idee, e ha portato alla costruzione di una piattaforma, che poi è stata la base di partenza per l’attuazione di Cagliari Capitale Italiana della Cultura 2015. La consideriamo una vittoria anche perché ci ha aiutato a superare un isolamento, non solo geografico, di cui Cagliari soffriva e quindi a posizionarci nell’immaginario collettivo in un altro modo, non solo come una destinazione culturale ma anche come un luogo dove si crea, si sperimenta, si produce cultura.

E ci siete riusciti?
E. P.: Credo che siamo stati capaci di trasmettere la grande vivacità culturale di Cagliari, che non è solo un’impressione, non è marketing. Apro e chiudo una parentesi: non abbiamo acquistato spazi pubblicitari o pagato testate. Abbiamo fatto una scelta forse più coraggiosa, che sono convinta paghi di più nel lungo termine: far in modo che Cagliari venisse raccontata per quello che accadeva e non secondo una proiezione astratta, un’immagine futura priva di contenuto. Io credo che all’esterno si sia percepito. Poi però le politiche culturali si misurano nella lunga durata. Pensare che dopo quattro anni si sia stravolta la scena o che improvvisamente si siano raggiunti tutti i risultati sarebbe sciocco, presuntuoso e controproducente. C’è ancora un bel tratto di strada fare.
In questi anni abbiamo fatto un lavoro orientato non tanto alla semplice distribuzione e circuitazione di contenuti, quanto alla produzione culturale. Tutti i progetti che abbiamo portato avanti – dalle mostre alle residenze artistiche agli interventi di arte pubblica – sono stati alimentati da una volontà di riscrivere la città, di creare centralità inedite laddove avevamo territori disabitati e disertati dalla cultura, e contemporaneamente di ripensare un nuovo modello urbanistico.

Maria Paola Zedda, come si è innestata la tua direzione artistica per Cagliari Capitale della Cultura italiana 2015 nel percorso già intrapreso in vista della candidatura europea?
Maria Paola Zedda: Abbiamo lavorato a partire dalla città e da quelli che erano gli obiettivi dell’amministrazione e delle politiche culturali, sviluppando una serie di residenze e di produzioni che proprio dal territorio urbano e limitrofo prendevano il nutrimento. Prendiamo i Future Farmers come esempio di metodo: loro sono un collettivo statunitense di artisti, designer, agricoltori e ricercatori che sono stati in residenza due settimane nel Campidano, a lavorare con artisti, designer ma anche con panificatori e geologi sardi. Il loro progetto, Seed Journey, era legato alle tradizioni della panificazione, al forno pubblico. Loro fanno da molti anni un lavoro di archivio delle sementi tradizionali; stanno costruendo una biblioteca, un progetto importante che finirà nel 2018.

Future Farmers - photo Stefania Scano

Future Farmers – photo Stefania Scano

Quali sono stati gli step della tua direzione artistica?
M. P. Z.: Sono partita dalle indicazioni e dal lavoro che era stato precedentemente svolto, quindi i piani sono stati prevalentemente due: l’arte pubblica e i progetti di rete. Per quanto riguarda l’arte pubblica, siamo partiti da una riflessione sulla città, sul tessuto urbano e sociale, e abbiamo deciso di concentrarci sulla progettazione e la produzione culturale in loco. Quindi abbiamo invitato una serie di artisti a lavorare prendendo come spunto le vocazioni del territorio, per creare degli elementi di cucitura nella topografia di Cagliari, che è una città in cui la natura entra, spezza i paesaggi, taglia il tessuto urbano, crea delle fratture che sono state causate anche dall’edilizia degli Anni Settanta. Abbiamo lavorato per costruire dei ponti tra quelle aree comunemente intese come centralità e i margini della città e per risignificare lo stesso centro che ha un cuore un po’ vuoto. Per esempio a Castello [uno dei quartieri storici della città, N.d.R.] c’è ancora molto lavoro da fare, ma grazie agli ultimi interventi, come il recupero di Palazzo di Città quale nucleo dei musei civici, si sta trovando nuova linfa vitale.

Avete coinvolto anche artisti o altri operatori?
M. P. Z.: Abbiamo invitato diversi nomi dell’arte pubblica tra cui Maria Papadimitriou e Alfredo Pirri, che ha installato le prime luminarie d’artista della città. In parallelo abbiamo chiesto ai 200 operatori culturali che avevano a vario titolo già partecipato al processo della candidatura a Capitale Europea della Cultura 2019, di presentare dei progetti. Hanno risposto 40 associazioni. Certo, i tempi erano strettissimi, il Ministero ha fatto la conferenza stampa ad aprile dell’anno scorso, i soldi sono arrivati poco dopo, tutto doveva essere in fieri almeno da settembre… Abbiamo poi piacevolmente constatato che quanti hanno risposto al bando hanno coinvolto associazioni e professionisti che in prima battuta erano rimasti esclusi. È stato un modo per mettere in atto il lavoro in rete, per dimostrarne il potenziale, la forza contro il classico “satellitarismo” degli operatori culturali.

La rete e la co-progettazione sono stati dunque i punti forti di questo programma: quali sono le realtà e i soggetti locali che hanno maggiormente collaborato?
E.P.: Oltre agli operatori culturali, abbiamo avuto un’ottima risposta da parte delle scuole: ci tengo a sottolinearlo perché uno degli obiettivi del nostro mandato è di arrivare a un’integrazione delle politiche culturali con quelle scolastiche, cioè pensare alle scuole come possibile sede di progettualità, di produzione, quindi come snodi nel territorio anche in termini di partecipazione e di contaminazione urbana.
M. P. Z.: Abbiamo lavorato con gli artisti locali, con musicisti, con partner istituzionali come il Conservatorio, il Teatro Lirico, la Film Commission. Hanno poi avuto un ruolo cruciale le comunità. A questo proposito riporto l’esempio di un progetto che non è di arte pubblica partecipata in senso stretto, ma che in realtà lo è diventato. Abbiamo prodotto un murale dello street artist Tellas, Under the City, sulla parete di un palazzo nel quartiere di Sant’Avendrace, che è una delle porte della città, vicino allo stagno di Santa Gilla e all’asse che collega il centro di Cagliari all’aeroporto, una zona che ha una sua complessità. Siamo andati alle riunioni di condominio a sentire bisogni, desideri, richieste, per capire come gli abitanti immaginavano quello spazio. Loro invitavano Tellas a mangiare a pranzo e lui dava ascolto a quali sono i problemi dell’area. È diventato un modo per ripensare la città dal basso, attraverso un pensiero condiviso.

Tellas, Under the city, Cagliari - photo Antonio Pintus

Tellas, Under the city, Cagliari – photo Antonio Pintus

Com’è nata e perché la collaborazione pluriennale con l’Ermitage di San Pietroburgo? Dopo la mostra archeologica Eurasia. Fino alle soglie della Storia (in corso sino al 10 aprile a Palazzo di Città), come si svilupperà questa partnership?
E. P.: L’idea di questa mostra nasce nell’ambito della candidatura di Cagliari a Capitale della Cultura europea. Al tempo ci aveva fatto visita il rappresentante per l’Italia dell’Ermitage il quale –a proposito di cosa ha smosso la candidatura e quali sono stati gli effetti – ha pensato che Cagliari potesse essere sede di pensiero e progettazione culturale. Quindi abbiamo iniziato a costruire un possibile percorso con il museo di San Pietroburgo: ne è venuta fuori una programmazione pluriennale che parte dal passato remoto per arrivare a una riflessione sul ruolo di Cagliari oggi nel Mediterraneo. Nel Neolitico la Sardegna era un centro di irradiazione, di scambio, di confronto, di rivoluzione. Un’immagine che contrasta con quella di isolamento e di chiusura che abbiamo registrato in epoche ben più recenti, ma che invece supporta la nostra idea di rilanciarci come piattaforma di incontro fra culture.
Siamo partiti da un confronto tra i popoli del Caucaso e la civiltà nuragica con l’intenzione di ampliare la portata anche ad altre culture del Mediterraneo, per poi arrivare a progetti più legati all’arte contemporanea. Ci interessa anche l’aspetto politico di questo progetto. Quindi stiamo avviando una serie di incontri con associazioni di categoria, Camera di Commercio, Confindustria, per capire come da un’operazione culturale possa non solo scaturire una riflessione sul ruolo centrale che Cagliari può ancora avere nell’ambito delle sponde mediterranee, quindi rispetto all’Europa, ma anche la creazione di possibili partenariati.

Nell’ultimo anno Cagliari ha potuto godere di finanziamenti e di visibilità extra: con quali risorse si consoliderà e svilupperà nel lungo periodo quanto realizzato sinora?
E.P.: Stiamo lavorando per un rafforzamento della linea di partenariato pubblico-privato. Poi al di là della questione finanziamenti, credo che il territorio sia stato messo nelle condizioni di reggersi sulle proprie gambe, con i presidi culturali che portano avanti pezzi di questo lavoro in maniera autonoma, indipendente, in rete, con uno sguardo internazionale forte. Noi come istituzione che ha generato il contesto ci impegniamo ovviamente a reperire le risorse necessarie per il suo mantenimento e consolidamento.

Enrica Puggioni

Enrica Puggioni

Con l’occasione di Cagliari Capitale della Cultura italiana si sono accelerati diversi progetti di nuovi presidi per la cultura e per l’arte contemporanea: dai grottoni adiacenti alla Galleria Comunale d’arte all’ex convento di San Francesco a Stampace…
E. P.: Il ripensamento degli spazi è stato fondamentale. La nuova geografia culturale di Cagliari è passata da una ristrutturazione profonda dei modelli di governance degli spazi, all’individuazione delle loro singole vocazioni. Palazzo di Città è stato recuperato come nucleo integrante dei musei civici; abbiamo ripreso il discorso dei famosi grottoni che sono diventati CarteƆ – Cava Arte Contemporanea, un nuovo spazio che ha inaugurato lo scorso dicembre; abbiamo aggiudicato i risultati del concorso internazionale dell’ampliamento della Galleria Comunale che disporrà, una volta ultimati i lavori, di una nuova sezione destinata alle esposizioni contemporanee. L’EXMA ha cambiato l’acronimo da Ex Mattatoio a Exhibiting Moving Arts, che individua un centro destinato all’arte contemporanea sperimentale. Mentre per quanto riguarda la riqualificazione dell’ex convento di San Francesco a Stampace, si tratta di un’iniziativa privata che concorrerà ad arricchire ulteriormente il panorama culturale cittadino.
M. P. Z.: Diciamo che prima l’identità degli spazi era meno chiara, adesso piano piano ogni luogo sta prendendo una sua forma, sta abbracciando una precisa vocazione, ha una sua forza identitaria, con una progettazione culturale distinguibile. E questo è fondamentale perché sino a qualche anno fa era tutto un po’ indefinito, invece adesso ogni spazio ha un’offerta ben chiara e riconoscibile.
E. P.: Abbiamo cercato di abbandonare l’idea del centro culturale polivalente e contenitore dove accade la qualsiasi. Un modello inverso rispetto a quello che io ho ereditato, per cui l’assessore alla Cultura di turno decideva la programmazione e gli organismi gestori si riducevano a dover essere “affittacamere”: una modalità annichilente e avvilente che soprattutto non fa crescere il territorio.

Quali sono gli spazi su cui Cagliari dovrà puntare nel futuro prossimo?
E.P.: Oltre a quelli già nominati, le biblioteche, in particolare la MEM – Mediateca del Mediterraneo [che ha riaperto a febbraio con spazi raddoppiati e servizi potenziati, N.d.R.]; la Manifattura Tabacchi, che a mio avviso dovrebbe diventare uno spazio di produzione per le imprese creative; l’Open Campus con cui abbiamo già collaborato.
Ci sono poi tanti spazi indipendenti e off che sono fondamentali nel tessuto urbano, come Spazio P, Trigu, Spazio Invisibile, S’Umbra, il centro di produzione teatrale Intrepidi Monelli, RIVOS coworking, per citarne alcuni. Lo scenario è particolarmente vivace, molti hanno aperto negli ultimi anni.

Maria Paola Zedda

Maria Paola Zedda

Dissotterriamo il progetto del Betile di Zaha Hadid, il museo della civiltà nuragica che avrebbe potuto creare un effetto Bilbao a Cagliari, funzionare da attrattore e invece… Un’opportunità andata sprecata?
M. P. Z.: Secondo me non è la vocazione di questa città, nel senso che bisogna saperli mantenere poi i progetti, altrimenti diventano cattedrali nel deserto. Bisogna avere le carte alte per non creare un deficit pesante per la città.
E. P.: Era un progetto multimilionario della Regione in epoca Soru, che non va considerato singolarmente ma all’interno di un masterplan di Sant’Elia particolarmente ambizioso e complesso. L’allora comune aveva fatto saltare l’accordo, sprecando non soltanto l’opportunità del Museo del Betile ma tutto quel piano di riqualificazione e di creazione di attività economiche per il quartiere. Poi quei finanziamenti sono sfumati. Comunque in questo momento, stiamo lavorando più che sulla logica dell’attrattore su quella del presidio come attivatore di processi. Certo, avere una bellissima sede per un museo archeologico che fosse un fiore all’occhiello nel Mediterraneo sarebbe piaciuto a tutti noi. Ora come ora le risorse non ci sono più, ma il nostro sindaco Massimo Zedda ha detto più di una volta che, se si dovesse ripresentare l’occasione, noi non saremmo né ciechi né sordi all’ipotesi.

Cagliari ha qualche speranza di sedersi prima o poi al tavolo delle grandi città europee culturali?
E. P.: Certo. Se c’è una nostra forza è quella di non essere standardizzati, quindi credo che non sia opportuno e neanche auspicabile un parallelo con altre metropoli europee. Noi vogliamo essere Cagliari, con tutto quel carico di meravigliose differenze che possiamo portare in dono a scenari internazionali. Abbiamo delle caratteristiche abbastanza uniche per posizione, qualità della vita, per il fatto che siamo una città moderna che punta sul contemporaneo e che però ha una grandissima storia e stratificazione. Ovviamente dobbiamo lavorare per pensare una riconversione completa di tutto il settore economico e produttivo. Non possiamo reggerci sul turismo, va sviluppata la parte manifatturiera in cui rientra anche l’artigianato. Credo che Cagliari e l’area vasta possano essere davvero incubatori di esperienze e di imprese innovative.
M. P. Z.: La scelta delle ultime capitali europee è sintomatica di un voler riscoprire città più piccole, per rilanciare la cultura in luoghi che non sono necessariamente quelli deputati. È il momento storico perfetto per Cagliari: le politiche culturali europee di oggi guardano alle periferie in modo diverso, come dei cantieri, come luoghi di possibile progettazione e sperimentazione.

Marta Pettinau

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