British Petroleum non sarà più lo sponsor della Tate nel 2017. Dopo 27 anni pone fine al controverso accordo: vince la protesta di Liberate Tate

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Tate Modern, Londra

Tate Modern, Londra

Chissà se nella recente decisione di British Petroleum di cessare la sua sponsorizzazione alla Tate nel 2017, dopo ben 27 anni, c’entri in qualche modo il fatto che dovrà sborsare circa 18,7 miliardi di dollari nell’arco di 18 anni per il disastro Deepwater Horizon. L’ipotesi di accordo di risarcimento tra gli stati americani colpiti dall’incidente, il governo federale di Washington e la compagnia petrolifera britannica risale, infatti, al luglio 2015 e forse l’”anno difficile” di cui parla Peter Mather – capo della BP nel Regno Unito – in una sua dichiarazione a The Independent, potrebbe alludere proprio a quello. Da qui la fine del contratto di sponsorship con tutte le sedi dell’istituzione museale britannica – la Tate Britain e la Tate Modern di Londra, la Tate Liverpool e la Tate St. Ives – che rifletterebbe “il contesto economico estremamente difficile in cui ci troviamo ad operare“. Nonostante BP neghi ogni influenza, si tratta sicuramente di una vittoria di Liberate Tate, il collettivo artistico nato nel 2010 per costringere, attraverso performance e azioni dimostrative, l’importante museo britannico a farsi un esame di coscienza e mettere fine al controverso accordo.

A RISCHIO ANCHE LE SPONSORIZZAZIONI DI BRITISH MUSEUM E LA NATIONAL PORTRAIT GALLERY
Soprattutto alla luce dei fatti di Deepwater Horizon, tanto che nel 2011 – a un anno di distanza dal disastro ambientale più grave della storia americana – gli attivisti di Liberate Tate inscenarono una plateale protesta, versando del liquido nero simile a del petrolio su un uomo completamente nudo, rannicchiato in posizione fetale nel bel mezzo della mostra Single Form, allora in corso alla Tate Britain. “Siamo entusiasti della notizia”, ha dichiarato la portavoce del collettivo Yasmin De Silva sul sito del gruppo, “questa decisione è il risultato della crescente preoccupazione dell’opinione pubblica sui cambiamenti climatici e dell’enorme numero di artisti, soci e frequentatori della galleria di aver preso posizione contro l’accordo controverso”. Ora toccherà anche alle altre istituzioni – come Royal Opera House, il British Museum e la National Portrait Gallery – non vedersi rinnovare il contratto da BP?

Claudia Giraud

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