Arte in televisione. Fra educazione e disinformazione

C’erano una volta Pino Pascali a Carosello e Mario Sasso a TV 7. Ora invece la tv in chiaro è spazzatura? Beh, magari per un certo periodo sì, ma ora qualcosa sta di nuovo cambiando. A voi non pare?

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Osvaldo Cavandoli e la sua Linea

Osvaldo Cavandoli e la sua Linea

LO SCHERMO FREDDO
Che la televisione sia, oggi più che mai, una “cattiva maestra” (Karl Popper) efficace esclusivamente a devitalizzare i cervelli migliori, lo dimostrano tutte quelle trasmissioni spazzatura o quei palinsesti pornografici – palinsesti da audience legati ai figli, ai nipoti, ai nonni e ai cugini di Maria – che, anziché educare e far riflettere lo spettatore, servono come parcheggi infantili, come stazionamenti degli adulti e come azzeramenti della coscienza umana.
Attanagliato da un format sempre più deteriorato e approssimativo, il pubblico dello “schermo freddo” si trova a fare i conti con “materia scadente e sensazionale” che non solo massaggia i cervelli, ma fuorvia anche l’opinione collettiva e crea un’allarmante piattaforma teledittatoriale. Il nuovo volto della televisione, infatti, “non corrisponde per niente all’idea di democrazia, che è stata ed è quella di far crescere l’educazione generale offrendo a tutti opportunità sempre migliori”, avverte Popper, piuttosto a un ambiente i cui effetti – diretti o indiretti – desensibilizzano, distraggono, disinformano: e “il danno che arreca è personale, sociale, fisico e mentale” (John Condry).

Pino Pascali / I killers from Matteo Frittelli on Vimeo.

QUANDO L’ARTE ANDAVA IN TV
Tuttavia, prima di giungere all’irreparabile avaria d’oggi, la televisione in Italia è stata sentiero di luminose sperimentazioni: e non solo nel campo della pedagogia e della didattica (dell’alfabetizzazione del popolo), ma anche nell’arena larga dell’arte e della creatività. Assolutamente unico è, infatti, il programma denominato Telescuola (andato in onda il 25 novembre 1958), seguito da Non è mai troppo tardi, andato in onda dal 1960 al 1968 e imitato in molti Paesi del mondo (ambedue realizzati grazie al sostegno economico del Ministero della Pubblica Istruzione): e, all’interno di questi programmi, le strisce di Enrico Accatino che, accanto all’attività artistica, produce video legati all’educazione artistica.
Sul versante più strettamente creativo, il Manifesto del movimento spaziale per la televisione (“la televisione è per noi un mezzo che attendevamo come integrativo dei nostri concetti”, si legge) scritto da Lucio Fontana nel 1952, in occasione della trasmissione sperimentale realizzata per la nascente Rai di Milano, rappresenta il primo – anche se isolato – esempio di un itinerario che trova nel nuovo mezzo (“il focolare del nostro tempo”, a detta di Filiberto Guala) la strada maestra per ricostruire le speranze e i sogni degli italiani.

Dalle indimenticabili ricerche di Pino Pascali (eccezionali i lavori prodotti per programmi televisivi come Carosello, TV 7 e Intermezzo) alle sigle Rai firmate dal visionario Mario Sasso, dal Giornalino di Gian Burrasca e dalle spiritose “linee” di Osvaldo Cavandoli (con la voce di Giancarlo Bonomi) che chiedono continuamente al proprio autore di disegnare o correggere i propri problemi, alle trasmissioni più strettamente legate al quiz istruttivo come Il Musichiere diretto da Mario Riva e Lascia o Raddoppia? (il più celebre quiz della storia della televisione italiana, andato in onda dal 1955 al 1959 e diretto da Mike Bongiorno), la nostra tv ha mostrato, tra la seconda metà degli Anni Cinquanta e lungo l’arco dei Sessanta-Settanta, un habitat il cui abito socratico – legato cioè a un metodo che porta lo stesso spettatore, attraverso trasmissioni intelligenti e dialogiche, a far trovare ciò che gli si vuole insegnare – disegna un itinerario pedagogico e andragogico (non dimentichiamo le trasmissioni di storia dell’arte e della critica alle quali dedicheremo il prossimo appuntamento) che mira all’educazione permanente e alla formazione a distanza. Carosello, ad esempio, rappresenta sì, nel 1957, la comparsa della pubblicità nel palinsesto Rai, ma il messaggio pubblicitario deve rispettare regole precise (inserito in uno spettacolo narrativo della durata di 135 secondi, il prodotto della réclame, tra l’altro, può essere citato soltanto in alcuni momenti del filmato) e avere al suo interno un sistema d’apprendimento utile.

LA SITUAZIONE ATTUALE
Cosa resta, oggi, di questa lunga storia appena abbozzata e forse da rileggere con più precisione e attenzione? E cosa di quei programmi educativi o di quel rispetto dimostrato nei confronti di ogni singolo individuo che, attraverso il proprio lavoro e il proprio personale contributo, costruiva le nuove sorti dell’Italia? Forse, guardando con attenzione al mondo della neo-neotelevisione, e in particolare a quello delle nuove stelle della Rai, qualcosa – con Rai Storia, Rai Scuola e Rai Cultura – sta cambiando e qualcuno, anche se il palinsesto è intorpidito da sistemi di controllo politico e culturale, sta tornando a guardare il prato fiorito d’una tv che evita di banalizzare la ricerca del sapere.
Del telepaesaggio attuale lascia sperare l’incalzante interesse mostrato da parte degli italiani (almeno è quanto palesano le statistiche e le classifiche) nei confronti di alcuni format televisivi come Ulisse, il piacere della scoperta, Passaggio a nord ovest e Tutto Dante. O il putiferio nato immediatamente dopo la chiusura di Ghiaccio Bollente, il magazine musicale di Rai 5 condotto da Carlo Massarini. L’attenzione verso l’istruzione è centrale anche nel pensiero del nuovo Presidente Rai, Monica Maggioni, che non solo punta sulla digitalizzazione (come ribadisce anche Antonio Campo Dall’Orto:La Rai si sta trasformando in una media company che la porterà ad essere un editore ‘liquido’, in grado di accompagnare la trasformazione digitale del Paese”) e mira a mostrare “più attenzione ai giovani, ma sente anche l’esigenza di far recuperare alla piattaforma Rai il ruolo di servizio pubblico che ha sempre avuto.Negli Anni Cinquanta e Sessanta”, sottolinea Maggioni, “la Rai ha avuto un ruolo primario nell’alfabetizzazione del Paese. Noi dobbiamo farlo nella digitalizzazione. C’è una parte di italiani che non sa neppure cosa siano i social network. Dovremmo spiegarglielo. E c’è un’altra parte, i nativi digitali, cui dobbiamo offrire un prodotto moderno”.
Così, mentre il mondo Rai fa lo sgambetto a Mediaset aggiudicandosi il tasto 104 del decoder di Sky, l’idea di una factory liquida avanza con una nuova visione che non può non lasciarci sperare.

Antonello Tolve

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #29

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  • Tiz Leopizzi

    E. H. Gombrich nell’incipit del suo plueridatato tomo di storia dell’arte, bagaglio indispensabile per chiunque si interessi d’arte, afferma  “Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana, e nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose. Non c’è alcun male a definire arte tutte codeste attività, purché si tenga presente che questa parola può significare cose assai diverse a seconda del tempo e del luogo, e ci si renda conto che non esiste l’Arte con la A maiuscola … ” sempre attualissimo ne consiglio vivamente la rilettura. Vedo con piacere che tanti di noi, che si sentono appartenenti alla “polis” ogni giorno di più, cercano di supplire, con i mezzi che hanno, potenti o minimi che siano, alla mancanza vergognosa di un’istruzione di base che ha tolto ai giovani il sacrosanto diritto di sapere.

    • Alessio Manca

      Ciao, mi diresti cortesemente il titolo del libro? Grazie

      • Tiz Leopizzi

        È La Storia dell’Arte di EH Gombrich
        Mi spiace nn mi fa caricare foto.

        • Alessio Manca

          Va bene, lo troverò ;) grazie mille!

    • angelov

      Un’ottimo esempio di Relativizzazione del concetto di Arte; la cui a iniziale, quando è decretata maiuscola, lo è per volere del mercato; si, proprio quello che basa il proprio potere sulla relativizzazione dell’arte stessa.

  • La televisione è per costituzione antidemocratica e non può essere diversamente dal momento che da essa partono i messaggi senza possibilità di replica, senza ignorare poi anche l’aspetto non secondario di chi decide e sceglie i messaggi, i programmi, da mandare in onda, se poi subentra anche il fattore dell’audience a condizionare la scelta dei format allora il processo di desertificazione culturale ed esistenziale nel pubblico che usufruisce di essa a lungo andare è inevitabile. Non tutto però è negativo al di là dell’enfasi che ne fa la presidente della Rai sulla digitalizzazione, quello che conta non sono tanto i mezzi per veicolare il contenuto dei programmi, ma la qualità del contenuto. Come interessanti sono certi programmi divulgati su Rai Cinque e Rai Storia non perchè sono programmi culturali, ma perchè sono programmi divulgati con varietà di mezzi e pluralità di commenti come ad esempio quei documentari sulle regioni italiane, giusto per citarne uno, di Rai Storia dove il contenuto si imposta sul confronto creativo di immagini del passato con immagini più recenti con pluralità di commenti tra intervistati e intervistatori. Al contrario di programmi come quelli di Piero e Alberto Angela che sono dei monologhi che non lasciano seguito o quasi nel senso che, dal momento che sono impostati sul rapporto divulgatore-impartitore e spettatore-contenitore non possono stimolare quelle capacità critiche e immaginative in chi li fruisce.