Arte & innovazione. L’editoriale di Bertram Niessen

L’innovazione culturale non è banale “correttezza politica”. È un mix di discorsi – almeno tre – che in qualche modo dovremmo cercare di armonizzare. Facendo restare vivo il conflitto, però, che è il sale della cultura.

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Termini ombrello

Termini ombrello

TERMINI-OMBRELLO
“Innovazione culturale” è un termine-ombrello con il quale ci siamo improvvisamente trovati a convivere senza avere mai troppo l’occasione di discuterlo, definirlo, metterlo in crisi.
E come succede per tutti i termini-ombrello, sotto ci si riparano un po’ tutti, trovando però lo spazio sorprendentemente stretto. Questo perché molte logiche diverse sono chiamate a convivere, là sotto.

Pubblico museale a Reggio Emilia

Pubblico museale a Reggio Emilia

CULTURA E PARTECIPAZIONE CIVILE
Innanzitutto quella della cultura come strumento di comprensione del reale. La nostra lettura della realtà deve tenere presente una complessità sempre più articolata e veloce: sempre più fonti, sempre più informazioni, sempre più di punti di vista radicalmente diversi che si affastellano e sempre meno tempo per gestirli.
In questo senso fare innovazione culturale vuol dire lavorare sulla dotazione di strumenti in grado di identificare, elaborare e agire la complessità del mondo circostante: l’acquisizione di nuove competenze come quelle legate alla programmazione, alla cultura del dato, all’interdisciplinarietà, all’intercultura, ai processi di co-produzione, alla critica dello storytelling e allo storytelling della critica.
Siamo chiamati a ripensare, quindi, la cultura come alfabetizzazione di base per la piena partecipazione alla vita civile. Come si può pensare a un mondo influenzato così pesantemente dagli algoritmi se non si ha idea di cosa siano e di come funzionino? Come si può prendere posizione su questioni come le politiche di migrazione se non si hanno gli strumenti per spostare l’attenzione dal cortile di casa? Come si può vivere in una realtà sociale che procede a molte velocità diverse in contemporanea? Questioni, queste, legate alla coesione sociale e alla necessità di un nuovo welfare culturale.

Innovazione culturale e produzione al LUBEC

Innovazione culturale e produzione al LUBEC

CULTURA E PRODUTTIVITÀ
Su un altro piano, ragionare di innovazione culturale vuol dire pensare nuove forme di organizzazione dei processi interni di progettazione, produzione e distribuzione nel settore della cultura.
I fenomeni che riassumiamo con le etichette di globalizzazione, finanziarizzazione, digitalizzazione e neo-liberismo hanno distrutto molte delle catene del valore che avevano dato forma al mondo in cui viviamo, mentre quelle che sono rimaste hanno cambiato drasticamente di segno. In questo momento, ci ritroviamo soprattutto con moltissime domande. La cultura deve essere (auto)sostenibile? E se sì, come? La strada sta nel trasformare tutto in un prodotto (o in un servizio)? Nell’auto-imprenditorialità, nelle cooperative 2.0, nella sussidiarietà, nelle partnership pubblico-privato, nei cultural impact bond? Nella capacità di attrarre nuovi pubblici, di fidelizzare quelli esistenti, di formare nuove competenze nelle vecchie istituzioni o di dare vita a esperimenti completamente diversi? E come si costruisce reddito in mercati popolati da eserciti infiniti di riservisti, infinitamente disposti ad abbassare il costo del lavoro?
Ad alcuni possono sembrare questioni meramente tecniche, ma sbagliano. Intanto perché riguardano un indotto che in Italia supera il milione di addetti; e poi perché riguardano la costituzione e l’organizzazione (non tecnica, ma in ultima istanza politica) delle nostre modalità di costruzione della realtà.

Cultura e conflitto

Cultura e conflitto

CULTURA E CONFLITTO
Questo ci porta a una terza dimensione, più difficile da perimetrare ma per certi versi ancora più evidente delle precedenti. La cultura e l’arte non possono limitarsi ad avere a che fare con la coesione sociale da un lato e con la produzione dall’altro. Ridotti in questo perimetro, che fine fanno lo stupore, l’onirico, il fantastico, ma anche l’orrore, l’eccitazione e la violenza che caratterizzano una parte significativa dell’esperienza culturale?
La produzione culturale non può limitarsi a essere inclusiva e al servizio di un’ideologia. Deve indagare il conflitto anche nei modi più scomodi, e non perché si tratta di un imperativo morale ma perché è così che funziona, da sempre. Una parte significativa della produzione culturale esiste perché indaga in modo fastidioso lo iato tra quello che diamo per scontato e quello che potrebbe essere, e in questo non può limitarsi ad essere utile e carina: semplicemente si fa, senza chiedere permesso e dire grazie.

Artur Zmijewski, Blindly, 2010 - still da video

Artur Zmijewski, Blindly, 2010 – still da video

TRE DIRETTRICI, UN PROGETTO
Si tratta di tre ordini del discorso completamente diversi, che chiamano a tipologie di razionalità e di azione completamente diverse. Credo che, nell’approcciare questa complessità, sia fondamentale evitare alcune semplificazioni che sono diffuse spesso anche tra gli addetti ai lavori. Molto spesso, infatti, si attribuiscono a questi tre domini delle connotazioni politiche “ontologiche”, di un segno o di un altro.
La coesione può essere sia un elemento di democrazia, partecipazione e aumento della diversità sociale che un indicatore di chiusura e xenofobia. Il discorso sulla sostenibilità della cultura può essere una cornice virtuosa all’interno del quale combattere gli sprechi della burocrazia e sperimentare nuove forme di mutualismo, così come un moltiplicatore di disuguaglianze sociali ed economiche in un’ottica di arretramento dello stato. La ricerca sui linguaggi può essere un tautologico arroccamento compiaciuto per pochi eletti o un modo per spostare i confini di quello che può essere detto. Sono questioni politiche in senso lato, ben più complesse della semplice distinzione tra destra e sinistra, che chiamano in causa dialettiche difficili come quelle tra universalismo e soggettivazione e tra convivenza e conflitto.
È lungo questi assi di trasformazione che è indispensabile sviluppare un discorso su ciò che chiamiamo innovazione culturale, senza pretendere di trovare posizionamenti definitivi ma essendo consapevoli che, alla fin fine, o questa complessità la agiamo oppure ci tocca subirla.

Bertram Niessen

“Arte & innovazione” è un ciclo di interventi a cura di Michele Dantini

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  • Whitehouse Blog

    Bisognerebbe avere il coraggio di lasciare andare alcuni cadaveri, come per esempio una concezione anacronistica dell’opera-prodotto. Artisticamente solo Tino Sehgal si è posto queste problematiche in tempi non sospetti. Poi serve un lavoro formativo che gli addetti ai lavori di ieri e di oggi non possono fare per definizione, in quanto essi stessi formati in strutture anacronistiche. Lo spirito è l’antifragile di Taleb, l’altermoderno di Bourriaud: “Invece che subirla o resistervi per inerzia, il capitalismo globale sembra aver fatto propri i flussi, la velocità, il nomadismo? Allora dobbiamo essere ancora più mobili. Non farci costringere, obbligare, e forzare a salutare la stagnazione come un ideale. L’immaginario mondiale è dominato dalla flessibilità? Inventiamo per essa nuovi significati, inoculiamo la lunga durata e l’estrema lentezza al cuore della velocità piuttosto che opporle posture rigide e nostalgiche. La forza di questo stile di pensiero emergente risiede in protocolli di messa in cammino: si tratta di elaborare un pensiero nomade che si organizzi in termini di circuiti e sperimentazioni, e non di installazione permanente, perennizzazione, costruito. Alla precarizzazione dell’esperienza opponiamo un pensiero risolutamente precario che si inserisca e si inoculi nelle stesse reti che ci soffocano.”
    Nicolas Bourriaud
    Per capirci meglio invito a questo progetto durante l’ultima biennale di venezia. Ma il progetto continua, e l’opera è sempre dove siamo noi, tutti immobili (opera, spettatore, autore), ma tutti velocissimi. Un modo per risolvere la crisi, un esempio di innovazione che fa rima con consapevolezza: http://whitehouse2014.blogspot.it/2015/07/venice-biennale.html