Città critiche: Roma. Il racconto di Maurizio Calvesi

Storico dell’arte e poeta, esploratore di simboli, scopritore di enigmi, futurista e indagatore della tradizione classica, teorico della seduzione e maestro rigoroso di studi. Incontrare Maurizio Calvesi nella sua casa-labirinto rappresenta sempre un’esperienza nuova, ricca di rivelazioni e di stimoli. Quando poi a dialogare con lui c’è Lorenzo Canova, il piacere raddoppia.

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Maurizio Calvesi negli Anni Sessanta

Maurizio Calvesi negli Anni Sessanta

Sin dagli Anni Cinquanta del secolo scorso, Maurizio Calvesi è stato un rivoluzionario degli studi storico-artistici, creatore di un metodo in cui si ritrovano le influenze dei suoi tre maestri riconosciuti (Lionello Venturi, Giulio Carlo Argan, Francesco Arcangeli), ma anche quelle di Carl Gustav Jung e di Eugenio Garin, in un sistema complesso ma di grande chiarezza dove la lettura iconologica delle opere non prescinde dalla loro analisi stilistica. Sempre innovativo e anticonformista, ma costantemente su severe basi filologiche, Calvesi ha curato due edizioni della Biennale di Venezia (1984 e 1986) e ha scritto saggi basilari su artisti e capolavori che vanno da Piero della Francesca a Dürer, dalla Cappella Sistina a Caravaggio, dal Sacro Bosco di Bomarzo a Piranesi, fino a Boccioni e al Futurismo, a de Chirico e a Duchamp, solo per sintetizzare alcune linee di una sterminata mole di lavoro. Su Duchamp e Boccioni, Calvesi sta per pubblicare tra l’altro la seconda edizione ampliata di due suoi volumi fondamentali: Duchamp invisibile (Maretti editore) e il catalogo generale di Boccioni, con Alberto Dambruoso (Allemandi).

CALVESI IL FUTURISTA
Questa conversazione, dedicata all’arte a Roma tra Anni Cinquanta e Sessanta, parte dal Futurismo, che per Calvesi si intreccia a Roma e al suo lavoro di storico dell’arte. Nato a Roma nel 1927, Calvesi, come un segno del destino, ha infatti incrociato il Futurismo sin dalla prima infanzia nella sua casa romana di via Oslavia 39b. Un palazzo dove, al piano superiore, abitava il grande artista futurista Giacomo Balla: “Ho incontrato sin da bambino la grande arte e il Futurismo”, ricorda Maurizio Calvesi, “di cui sono stato uno dei primissimi riscopritori dopo la condanna subita dal movimento nel dopoguerra, bollato come fascista e quasi innominabile. Abitavo a via Oslavia, nello stesso palazzo dove abitavano Giacomo Balla e la sua famiglia e il ritratto che mi fece sua figlia Elica Balla venne ultimato dal grande artista”.
Il viaggio parte Oltretevere dunque, in una zona signorile e postunitaria, quasi torinese nel suo assetto urbanistico, come di nascita torinese era del resto lo stesso Balla, e continua a poca distanza, al civico 11 di piazza Adriana dove abitava Filippo Tommaso Marinetti, a cui Calvesi, grazie alle sollecitazioni di Balla, ancora 14enne, nel 1941 presentò le proprie prove giovanili di poesia ricevendo un’inattesa, indimenticabile e generosa accoglienza. “Marinetti era un uomo straordinario, accolse noi ragazzi, ingenui e alle prime armi, come se stesse accogliendo Apollinaire o Breton e giudicò le nostre entusiastiche ma acerbe prove poetiche con una grande attenzione e con un’apertura che ricordo ancora con emozione. Ci trattava da pari a pari, con quella volontà di sostegno ai giovani che ha segnato tutta la sua vita e la sua visione dell’arte. Fu così che con Sergio Piccioni aderimmo al gruppo ‘Aeropoeti Sant’Elia’ e divenimmo futuristi”.
La grande avanguardia romana (e non solo) nel suo collegamento col Futurismo sarà allora al centro dei suoi interessi di storico dell’arte e di critico militante, a partire dal suo amore per Umberto Boccioni, di cui a Roma, al Palazzo delle Esposizioni a via Nazionale, nel 1953 Calvesi ha curato una grande mostra su invito di Argan: “Boccioni è un artista a cui sono molto legato, per la sua grandezza di innovatore, per la sua statura di uomo geniale e di creatore instancabile, per la sua fusione di chiarezza teorica, per la sua visione culturale e per la sua capacità di costruire nuovi mondi e nuove forme d’arte attraverso una sperimentazione del tutto personale. Il suo lavoro sui nuovi materiali, come credo di aver dimostrato nei miei testi e nelle mostre che ho curato, ha aperto una strada fondamentale per le avanguardie, che ha fecondato molte esperienze successive e ancora vitali: dal Dadaismo a Prampolini, a Burri, a Rauschenberg e alla Pop americana, fino alla Scuola di Piazza del Popolo, all’arte ambientale e all’Arte Povera”.

Biglietto di auguri di Marinetti a Calvesi

Biglietto di auguri di Marinetti a Calvesi

LA SCOPERTA DI BURRI
Alberto Burri è stato del resto un altro degli artisti più apprezzati e seguiti da Calvesi, sin dal 1956, anno in cui il critico indirizzò una lettera all’artista annunciandogli il suo grande testo monografico, poi pubblicato nel 1959. Calvesi ha poi, non casualmente, sostenuto il lavoro del maestro di Città di Castello nella sua lunga presidenza della Fondazione Palazzo Albizzini- Collezione Burri, con mostre italiane e internazionali di grande prestigio, preludio alla grande e recentissima mostra di Burri al Museo Guggenheim di New York, nata anche grazie all’ausilio scientifico dello stesso Calvesi, come ricorda la curatrice Emily Braun in catalogo.
Calvesi ha sempre messo bene in evidenza il ruolo centrale e l’influenza basilare di Burri per il clima artistico romano tra Anni Cinquanta e Sessanta: “L’importanza di Burri mi è stata subito chiara, in un momento storico in cui, va ricordato, la sua opera suscitava polemiche e grandi perplessità, anche da parte di alcuni miei illustri colleghi, che solo dopo ne hanno compreso, per fortuna, la grandezza. Ho capito Burri probabilmente proprio perché avevo familiarità col Futurismo e con la sua linea polimaterica. Burri ha tracciato un solco nel contesto artistico romano che ha trovato uno sviluppo fiorente nelle esperienze romane a lui contemporanee e, in particolare, nella Scuola di Piazza del Popolo”.

DE CHIRICO E LA POP ART
Calvesi è un grande studioso di Giorgio de Chirico, a cui ha dedicato saggi imprescindibili che saranno presto pubblicati in un volume unico (pubblicato dalla Fondazione de Chirico e ancora da Maretti) e ha sempre dato un grande valore anche alla presenza di de Chirico nella Roma negli Anni Sessanta.
De Chirico è stato molto amato dagli artisti della Pop Art che gli hanno reso omaggio in molti modi, da Ceroli a Festa, a Schifano, Marotta e Pascali, senza dimenticare Oldenburg, Lichtenstein o Warhol in America. Fu bellissimo quando de Chirico sembrò accettare quegli omaggi chiudendo la sua lunga e interessante fase barocca per iniziare lo splendido periodo della sua Neometafisica degli ultimi anni di vita, con un’esplosione di luce e una nuova felicità cromatica. I soli gialli sul cavalletto, i palloni e i giocattoli colorati, le liete cabine dei bagni misteriosi, i mobili nella valle, il mare di Ulisse che appare nella stanza sono entrati così in diretta sintonia con la Pop internazionale come un gioioso, giocoso e profondo segno di armonia. Il mio amore per de Chirico e per la Metafisica credo si leghi anche alle mie passioni giovanili per l’enigmistica e per la poesia, che mi hanno aiutato sempre a cercare i significati che si nascondono all’interno delle opere d’arte”.

La biblioteca di Mario Ceroli a casa Calvesi con i ritratti di Maurizio Calvesi e Augusta Monferini

La biblioteca di Mario Ceroli a casa Calvesi con i ritratti di Maurizio Calvesi e Augusta Monferini

ROMA ANNI SESSANTA
Il trasporto con cui Calvesi ricorda quel periodo fa capire alla perfezione come abbia vissuto gli Anni Sessanta a Roma non con il freddo distacco dello storico, ma con una partecipazione viva e con una profonda condivisione di amicizie e di passioni: “Gli anni Sessanta a Roma sono stati un periodo di grande felicità, di scontri, di entusiasmi e di fermenti. Roma era una città aperta e cosmopolita, si viveva in un vivacissimo clima internazionale in cui artisti, scrittori, cineasti, collezionisti e intellettuali si trovavano a strettissimo contatto quotidiano; le novità tra Roma, Londra e New York si scambiavano alla velocità della luce, con una simultaneità che sembra fare impallidire il nostro mondo globale. I grandi artisti internazionali esponevano le loro produzioni migliori nelle gallerie di Gaspero del Corso e Irene Brin, De Martiis, Liverani, Sargentini. Gli amici sono stati moltissimi, come Mario Schifano, di cui posseggo moltissime opere, comprate e donate. Abitava nella casa dove oggi vivo e dove Mario Ceroli ha creato la sua splendida libreria con i ritratti miei e di mia moglie Augusta Monferini. Ma ricordo tanti altri amici: Leoncillo, uomo di grandissima intelligenza e cultura; Fabio Sargentini, uomo e gallerista di genio con cui abbiamo condiviso avventure indimenticabili; artisti che amo molto come Tacchi, Mambor, Festa e Angeli, Marotta, che ha anticipato anche Burri per il suo uso del metallo, ma anche tantissimi altri, senza dimenticare infine il geniale Pino Pascali, la cui morte, nel fatidico 1968, insieme a quella di molti altri artisti scomparsi nello stesso anno, ha davvero sancito la conclusione di un’epoca, la fine di un periodo molto felice per l’arte e anche per la nostra vita”.

Lorenzo Canova

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #29

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