Iconoclastia, ipocrisia, arte e lotte sociali

La storia delle iconoclastie è articolata. Si possono distinguere almeno tre gruppi di azioni apparentemente simili, ma in realtà molto diversi tra loro. Ci sono le azioni di coloro che aggrediscono, incendiano e distruggono icone e simboli religiosi, ma anche bandiere e altri manufatti per affermare altri poteri in favore di altre interpretazioni teologico/politiche. Quelli che invece si rivolgono contro immagini e simboli per distruggere il potere politico che queste rappresentano, a prescindere da questioni religiose. E poi ci sono gli ipocriti dell’iconoclastia…

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Michelangelo, dettaglio del Giudizio Universale con gli interventi di Daniele da Volterra

Michelangelo, dettaglio del Giudizio Universale con gli interventi di Daniele da Volterra

TRE FORME DI ICONOCLASTIA
Nell’ambito dell’iconoclastia si può distinguere tra quelle azioni che si compiono in nome di qualche Dio (primo gruppo) e quelle che quelle che al contrario, ripudiando l’idea stessa di Dio, si svolgono come azioni al di la del fatto religioso (secondo gruppo) e quelle degli opportunisti, di coloro che per piaggeria, superficialità, ignoranza o mero calcolo a breve termine, fanno scempio delle immagini (terzo gruppo).
Si comprende facilmente quanto l’arte sia implicata in tali processi: sono infatti spesso opere d’arte e di architettura a materializzare simboli astratti riconducibili a certe visioni del mondo e a costituire un orizzonte di senso per le comunità che vi si riconoscono, come fu nei fuochi delle vanità (primo gruppo) o nelle statue dei dittatori abbattute. D’altro canto, sono esistite ed esistono correnti e prassi artistiche che mirano a porre chi partecipa o fruisce l’evento artistico in una condizione critica, orientata verso una generalizzata ateologizzazione, una decontaminazione dal fatto religioso, fino a comprenderne dall’interno la struttura, prassi che conduce alla distruzione di simboli religiosi. Emblematico nel secondo gruppo è l’Archivio FX di Pedro G. Romero e opere quali La formación por la forma, che documenta veri e propri workshop iconoclasti sia ‘storicamente datati’ che attuali.
Nel terzo gruppo troviamo gli ipocriti. L’Italia è campione di questa disciplina, tanto che si vocifera di una possibilità di inserirla truffaldinamente alle prossime Olimpiadi: Ipocrisia Iconoclasta Italica. Ci riferiamo alle statue nascoste per la visita di Rouhani, ma anche a quanto avvenuto sul Memoriale italiano al Blocco 21 di Auschwitz. Almeno Daniele da Volterra detto il Braghettone metteva solo le mutande ai dipinti, mentre anonimi funzionari inscatolano le statue antiche per ragioni “diplomatiche” e spostano opere, capolavori site specific dal loro contesto per manifesta vigliaccheria culturale.

IN BREVE: L’IDOLO ABBATTUTO
Nel primo gruppo troviamo le statue dei dittatori abbattuti, gli zar, i cesari, i rais che dir si voglia. Gli affreschi figurativi sbrecciati, gli idoli abbattuti. Caduto il potere politico dei quali erano portatori, lo scempio delle immagini diviene necessità simbolica di rinascita o di riposizionamento in ordine a nuovi poteri. Ma anche i falò delle vanità e in generale la necessità di vilipendere l’immagine di un dato potere perdente, per affermane uno nuovo, vincente, rientra in questa prospettiva.

Semana Trágica

Semana Trágica

CHIESE IN FIAMME
Tra la fine dell’Ottocento e la prima decade del XX secolo, vi furono in Spagna, soprattutto in Catalogna, moltissimi episodi di insurrezione popolare sia contadina che operaia, ispirati a ideali di emancipazione e libertà propri di gruppi anarchici e repubblicani. Nel corso del 1909 si avviò una delle tante guerre coloniali spagnole sul suolo marocchino, si verificarono scontri tra ribelli del Rif e operai spagnoli, al lavoro per potenziare la linea ferroviaria mineraria da Melilla all’interno, fino a Beni-Beifur, che condurranno a maggiori e più gravi scontri e a richiamare i riservisti catalani a difesa delle imprese impegnate nello sfruttamento delle risorse marocchine.
Lunedì 26 Luglio 1909 a Barcellona si proclamò uno sciopero generale contro la chiamata alle armi e l’esercito intervenne pesantemente per sedare i tumulti. Il 27 avvenne la celebre derrota de Barranco del Lobo, una delle peggiori disfatte dell’esercito spagnolo in Africa e, contemporaneamente, le masse operaie avviarono una serie di devastazioni, saccheggi, profanazioni e incendi di edifici religiosi, chiese e conventi. Questa passerà poi alla storia come la Semana Trágica catalana, al termine della quale avverrà una durissima repressione e in autunno, dopo un processo farsa, saranno individuati alcuni responsabili e fucilati, tra loro il pedagogo anarchico Francisco Ferrer i Guardia, fondatore della Escuela Moderna. Un bilancio singolare: oltre centotrenta tra chiese, conventi ed edifici ecclesiastici vennero incendiati. Quella stessa settimana qualcuno fotograferà gli edifici fumanti stampando 1.000 cartoline per ciascun soggetto, da spedire nel mondo e intitolate Sucesos de Barcelona, documentando così per i contemporanei e per i posteri quegli avvenimenti.

PERCHÉ TANTA FURIA?
Quelle immagini sono impressionanti come lo furono con tutta probabilità quelle di altri eventi violenti. L’estetica viaggia su binari propri e bisognerebbe riflettere sulle ragioni di una tale reazione. Non mi sembra avventato ipotizzare che, agli occhi di quegli scioperanti in rivolta lo Stato e la Chiesa, coincidono e rappresentano secoli di coercizione e miseria: altrimenti da cosa verrebbe questa furia iconoclasta? Non si tratta in questo caso di distruzioni in seguito a dispute teologiche, non si tratta di razzismo, xenofobia, non di falò delle vanità né di lotta all’idolatria. Si tratta invece di un grido fanatico per la libertà, per la dignità, per la fine di antiche oppressioni.
Uno dei sinonimi del Dio del Libro è l’Onnipotente. Ovviamente, tanto pieno di potere come si presenta, calamita adoratori e oppositori.
Occorre quindi distinguere l’iconoclastia che si sviluppa per togliere potere a una parte e appropriarsene per esercitarlo, o quella che viene da diverse interpretazioni del messaggio divino sempre per prendere ed esercitare il potere (primo gruppo), da quella lotta ai simboli del potere che non vuole prendere il potere ma colpirlo, frammentarlo, se possibile distruggerlo (secondo gruppo). Sullo sfondo, distanti, restano gli opportunisti di tutte le stagioni.

Memoriale italiano al Blocco 21 di Auschwitz

Memoriale italiano al Blocco 21 di Auschwitz

IL BLOCCO 21 AD AUSCHWITZ: TRA MEMORIA E OBLIO
Di recente il governo polacco ha prima disposto la chiusura e poi la rimozione del Memoriale italiano al Blocco 21 di Auschwitz. L’opera, progettata da BBPR con contributi di Primo Levi, Pupino Samonà, Luigi Nono e Nelo Risi, commemora la storia delle deportazioni, della resistenza e infine della liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa. Essendo attualmente l’ideale comunista messo al bando dalla nuova Costituzione polacca, il memoriale è stato prima trascurato, poi chiuso al pubblico e infine verrà smontato per essere rimontato a Firenze. Ma l’opera è un monumento site specific: il suo posto è Auschwitz, non Firenze.
Di fatto, la rimozione e lo spostamento vanno di pari passo su due livelli, uno materiale e l’altro immateriale, diciamo psicoanalitico. Si falsifica la storia, si riscrive la storia, si cancella la memoria, che cessa di essere esperienza e percezione condivisa per divenire opinione del “gruppo dominante”. Questo desta scandalo, proteste, sconcerto, ma ovviamente solo tra chi ne è al corrente. Eppure avviene con accordi nazionali e in barba all’idea sovranazionale che considera Auschwitz patrimonio dell’umanità secondo l’Onu. Alle antiche religioni se ne è aggiunta una nuova: l’adorazione per i governi e per lo Stato. Ma il governo italiano cosa ha fatto in questi anni per difendere il Memoriale al Blocco 21 e i significanti di cui è portatore?

Buddha di Bamiyan prima della distruzione avvenuta nel 2001

Buddha di Bamiyan prima della distruzione avvenuta nel 2001

UN DIO AMICHEVOLE
Gli stati e i governi si comportano da Onnipotenti, imitando e identificandosi con le divinità. Molti oggigiorno si scandalizzano comprensibilmente per gli eventi di Mosul con le sculture distrutte o per i Buddha di Bamiyan a suo tempo fatti esplodere da infervorati talebani; molti si scandalizzano delle moschee in fiamme in Cisgiordania come di quelle arse Svezia, o anche delle Chiese incendiate in Africa, o degli attentati contro le sinagoghe, mentre la storia è piena di eventi dove oggetti, dipinti, sculture ed edifici sono stati dati alle fiamme, distrutti, cancellati. Se gli edifici e altre opere dell’uomo sono capaci di attrarre tanta energia distruttiva, tanto odio, attraverso il loro portato simbolico, forse sarebbe il caso di riflettere su quanto i simboli siano capaci attraverso i secoli di parlare di odio all’umanità. Sarebbero così amati da alcuni ed odiati da altri se non materializzassero un potere?
Anche se siamo sulla terra da molto tempo, la parte che meglio ci illudiamo di conoscere è quella cosiddetta “storica”. Una manciata di anni rispetto alla presenza umana sul pianeta, ma ancora meno rispetto alla dimensione temporale dell’universo. Eppure viene propagandata a ogni latitudine una qualche idea di Dio, che di volta in volta son stati dei, poi uno solo, ma sempre circondato da una schiera di saggi, di santi, di giusti, comunque di uomini. E sempre per bocca di uomini abbiamo ubbidito su quale parte del nostro corpo o della nostra anima sacrificare, a quale Moloch dare il cuore, il fegato, il prepuzio, la clitoride o qualche altro organo. Il politeismo di un tempo ci sembra avvolto da una morbida distanza e forse è stato più tollerante delle patetiche e incredibili religioni del Libro. Ma possiamo esserne veramente certi?
Come diceva Majakovskij in Dopo i prelevamenti: “È risaputo: tra me e Dio ci sono numerosissimi dissensi. Io andavo mezzo nudo, andavo scalzo,
e lui invece portava una tonaca ingemmata. Alla sua vista mi riusciva appena trattenere lo sdegno. Fremevo. Ora invece Dio è quello che deve essere. Dio è diventato molto più alla mano. Guarda da una cornice di legno. La tonaca di tela. Compagno Dio, mettiamoci una pietra sopra! Vedete, perfino l’atteggiamento verso di voi è un po’ cambiato. Vi chiamo ‘compagno’, mentre prima ‘signore’. (Anche voi ora avete un compagno.) Se non altro, adesso avete un’aria un po’ più da cristiano. Bene, venite qualche volta a trovarmi. Degnatevi di scendere dalle vostre lontananze stellate. Da noi l’industria è disorganizzata, i trasporti anche. E voi, dicono, vi occupavate di miracoli. Prego, scendete, lavorate un po’ con noi. E per non lasciare gli angeli con le mani in mano, stampate in mezzo alle stelle, che si ficchi bene negli occhi e nelle orecchie: chi non lavora non mangia”.

ACAB

ACAB

BRUCIARE BANDIERE
Uscendo da una manifestazione madrilena, ho incontrato e raccolto una bandiera con su scritto ACAB!. Davanti a questa scritta, tante volte incontrata sui muri delle nostre città, bisognerebbe ricordare che si possono trovare nuove forme, nuove parole per esprimere correttamente il dissenso e anche il disprezzo. Chi indossa quelle divise potrebbe essere qualsiasi cosa, perfino un traditore del suo popolo e della sua classe, un nemico, un criminale, ma in nessun caso un bastardo. Perché, chiedo io, cosa sarebbe dunque un ‘bastardo’? Un figlio naturale o un soggetto che non è di razza pura? Il linguaggio fascista è sempre in agguato. Facciamo insieme uno sforzo per leggere questo caso da un punto di vista biopolitico. Quando negli Anni Venti del XX secolo Binding e Hoche crearono il termine “vita indegna di essere vissuta”, ponendo le basi pseudoscientifiche alle dottrine eugenetiche, ripresero di fatto idee di Donoso Cortés, e di lì a poco Carl Schmitt, il filosofo di Plattemberg che a Donoso si è tanto ispirato, il lugubre giurista tanto amato in Italia dai giacobini di destra e di sinistra, trasformò in legge questo punto di vista, consegnando a Hitler la Germania.
Allora forse le religioni, tutte, non sono che l’epifenomeno. Cosa sarebbe il mondo se gli uomini si liberassero da questa orrenda eredità? Verrà forse il giorno di questa emancipazione, si realizzerà il giorno nel quale si parlerà di Dio come del frutto della nostra lunga ignoranza, come di una cosa del passato remoto, una superstizione. Mentre si aspetta, resta una simpatia per questa fenomenale forma d’arte iconoclasta: non dico quella che oppone fazioni diverse di uguali fanatici, ma quella che lotta per la libertà dal teologico metafisico e dal teologico terrestre, stato o capitalismo che dir si voglia. Quella disposta a bruciare i templi per bruciare la sottomissione. Ma sempre sputando sopra le ipocrisie e le iconoclastie governative.

Massimo Mazzone

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  • curiosone

    Interessante, ma :
    1) Ricorderei i casi di pittura di immagini censurati (in vari modi) perchè scomodi e soggetti a controversie.
    2) Mi piacerebbe che qualcuno facesse un’analisi sui perchè in certi ampi settori dell’arte contemporanea (intendendo quella affermatasi dagli anni 60 del secolo passato) si ha così in odio la cosidetta “pittura figurativa” ? Molti famosi critici d’arte, ad esempio, descrivono ancora oggi il ritorno della pittura negli anni 80 come un periodo da incubo , speculativo e superficiale ( oggi le cose vanno meglio, vero?).
    Per favore i volenterosi che si cimenteranno per una spiegazione non banale, si risparmino la solita litania che la pittura, per motivazioni tecnico – tecnologiche è una forma artistica del passato eccetera
    perchè allora si dovrebbe spiegare come mai ci siano ugualmente così tanti pittori figurativi (tra l’altro sempre più in via di sdoganamento).
    L’avvento di una nuova tecnica non seppellisce necessariamente le precedenti , altrimenti con l’avvento del cinema il teatro sarebbe sparito e con l’avvento di internet e dell’informazione online sarebbero sparite gallerie fiere e spazi fisici.
    Data la disponibilità di mezzi e immagini oggi sarei più preoccupato come pittore che come fotografo.

    Vediamo se qualcuno risponde