I due sistemi. Arte contemporanea e politica

Nella condizione attuale, i due sistemi – quello dell’arte contemporanea e della politica – si elidono e al tempo stesso si sostengono a vicenda. In difesa dello status quo. Un intervento della rubrica Inpratica.

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Antonio De Pascale, Senza titolo, 2014

Antonio De Pascale, Senza titolo, 2014

I due sistemi – arte contemporanea e politica – nella condizione attuale si elidono e al tempo stesso si sostengono a vicenda. Difesa dello status quo.
La riprova principale consiste nel fatto che, se cerchiamo un sistema analogo alla politica per funzionamento e caratteristiche interni (autarchia e autismo senza alcuna reale autonomia, e anzi attitudine parassitaria nei confronti della realtà sociale; elitismo, esclusività, solipsismo; dissociazione patologica e schizofrenia) lo troviamo proprio, e in maniera nient’affatto sorprendente, nell’arte contemporanea. I due territori sono cioè perfettamente speculari.
Il sistema dell’arte contemporanea ha perseguito, nel corso degli ultimi decenni, un distacco pressoché totale dalla società: vale a dire, dall’esistenza quotidiana degli individui e delle comunità. Questo distacco era ed è funzionale agli interessi pratici del sistema. La situazione attuale, quella che abbiamo tutti sotto gli occhi, è in lunghissima parte il risultato storico di questo processo consapevole di allontanamento, di esclusione, di disinteresse.
Dunque, nessuna vera separazione del territorio dell’arte e della cultura da quello della politica è attuabile, e persino concepibile, senza una sua (una loro) radicale trasformazione.
Non ha alcun senso infatti pretendere privilegi e indipendenza se si è ancora orientati unicamente a preservare, perseguire e coltivare interessi pratici, e soprattutto se non ci si pone come obiettivo una vera – e non simulata – separazione.
Separazione vuol dire, letteralmente:
SCISSIONE
SECESSIONE
DISERZIONE
(sempre interna, interiore.)
Qui ci sono, e ci devono essere, sistemi di valori incommensurabili, incomparabili, incompatibili.

***

Lynda Benglis, For Carl Andre, 1970

Lynda Benglis, For Carl Andre, 1970

Il desiderio costante di “ricette”, di prontuari, di linee predefinite e di regole date da seguire è figlio di questo stesso sistema di valori.
Non è possibile riferirsi a una politica dichiaratamente ostile all’arte e alla cultura (ma non, significativamente, alle “simulazioni” artistiche e culturali) – e rispondere attivamente all’umiliazione che è la conseguenza principale di questa ostilità – elemosinando, mendicando attenzioni, piccole modifiche, riconoscimenti, aggiustamenti.
Invece, proprio la cornice, il contesto, lo scenario, il sistema di valori che orienta scelte, comportamenti, idee, decisioni (che a loro volta influenzano direttamente e in profondità i modi di produzione e fruizione dell’arte e della cultura) costituiscono il problema. Da cui è impossibile prescindere.
Ogni intervento che aderisce, tacitamente o meno, implicitamente o esplicitamente, a questo sistema di valori, si condanna istantaneamente e inevitabilmente all’irrilevanza e alla neutralizzazione.
Ogni intervento, operazione, azione, progetto che voglia avere invece qualche chance di modificare l’esistente, lo stato di cose presente in Italia, deve iscriversi all’interno di un sistema di valori e di una cornice di riferimento diversi e alternativi – contribuendo a chiarirli, a proporli, a edificarli.
(Tutto ciò avviene – come sempre è avvenuto, del resto – al di fuori dello spazio e della logica istituzionali).
Non possiamo più, secondo una delle più longeve tradizioni del nostro carattere nazionale, pensare in un modo e agire in un altro, diametralmente opposto; non possiamo più esprimere alcune idee e applicarne delle altre, completamente diverse, nei comportamenti e nelle scelte.

***

Philip Guston, Head and Bottle, 1975

Philip Guston, Head and Bottle, 1975

Occorre evitare di cadere nella trappola del “punto-di-vista-pratico”: molte volte, soprattutto nel nostro Paese, “pratico” sta per “conservazione e manutenzione dell’esistente”, delle condizioni vigenti. (Nella più classica delle modalità discorsive: “Va bene, però la realtà è questa e non può essere cambiata più di tanto; detto questo, come ci comportiamo praticamente?”).
Ma le precondizioni che forniscono la struttura elementare del contesto in cui viviamo e in cui ci muoviamo non sono affatto astoriche, immutabili, perenni: sono risultati ed effetti storici di scelte molto precise, e come tali possono e devono essere modificate.
Solo mutando effettivamente schemi interpretativi, framework concettuali e operativi, ci accorgiamo che ciò che sembrava “poco-pratico” (idealista? Velleitario?) secondo il precedente punto di vista è in realtà l’unico approccio logico, sensato, concreto per affrontare in maniera efficace la catastrofe presente – con tutte le opportunità e gli orizzonti che essa schiude.

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #28

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  • Whitehouse Blog

    Come anche a Prato, il problema non è separare arte e politica ma unirle. Il vero problema è trovare, valorizzare e promuovere un valore condiviso dell’opera, del ruolo di artista e dell’arte. Quando questo valore sarà chiaro per una larga fetta di pubblico, ecco che avremo una politica attenta all’arte e che sarà costretta a lavorare con l’arte e per l’arte. Ma la responsabilità per l’assenza di questo valore riconosciuto e condiviso è proprio degli addetti ai lavori. Passati e presenti, gli stessi che si sono incontrati a Prato, senza possibilità di trovare una soluzione (come un malato che pretende di curarsi da solo, la cura è ovviamente parziale e insufficiente, soprattutto se parliamo di problemi di tipo psicologico e cognitivo). Guardiamo gli artisti, guardavo l’ennesimo premio Termoli: gli artisti sono artigiani dell’arte moderna, vetrinisti di lusso, pretesti e tronchetti sacrificali per il fuoco del sistema. Con opere che basculano tra l’ikea evoluta e soluzioni “impegnate”, pretenziose, omologate e destinate agli stessi addetti ai lavori, in un vortice di giurie, aperitivi e autoreferenzialità. Quindi di cosa ci lamentiamo??? Fino a quando l’arte sarà poco di più dell’Ikea, la politica sarà giustamente disinteressata e userà il sistema dell’arte per fare i propri comodi, senza neanche tanto impegno (l’associazione musei di arte contemporanea è sostanzialmente ignorata dal ministero).

  • Angelov

    E’ ovvio che la cultura sia l’espressione della società e della politica a lei sottesa; che cioè, una sia il sintomo e l’espressione dell’altra; nondimeno alla cultura, e sopratutto ai suoi paladini, gli intellettuali, è data maggior libertà d’azione e di intervento, anche si solo su se stessi, rispetto alle azioni della politica, che si esprimono nella dimensione collettiva, e che apparentemente esulano dall’ambito individuale.
    Il sapersi relazionare con arte, è il difficile cammino che ambedue gli ambiti devono affrontare e risolvere, prima all’interno di ciascuno di essi, e successivamente nelle reciproche relazioni.
    Lo studio e la conoscenza di quanto già avvenuto nel passato, in quei periodi storici definiti rinascimentali, dovrebbero illuminare gli spiriti ormai quasi spenti dalle frustrazioni e dall’autoinganno.

    Amen