Andy Rocchelli e Giulio Regeni. Informazione ed estetica nel XXI secolo

Cos’hanno in comune il ricercatore brutalmente ucciso in Egitto e il reporter assassinato in Ucraina? L’aver scompigliato le etichette, e aver pagato questa presa di posizione con la vita. L’omaggio di Mariagrazia Pontorno a due italiani degni di memoria e insegnamento.

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Giulio Regeni

Giulio Regeni

L’ATTRAZIONE FATALE DI EX URSS E MEDIO ORIENTE
Qualche giorno fa su Facebook il post di un articolo dedicato a Giulio Regeni (Fiumicello, 1988 – Egitto, 2016) ne ha suggerito diversi altri: il primo era riferito a Andy Rocchelli (Pavia, 1983 – Sloviansk Raion, 2014). Questa associazione elaborata dallo script di un social e basato su parole chiave, ricorrenze lessicali, indicizzazioni, restituisce in realtà un’analogia di natura puramente umana: due ragazzi rimasti uccisi in zone di conflitto nel tentativo spezzato di fornirne una chiave di comprensione.
Avevano la stessa giovane età, curiosità, coraggio, impegno, Giulio ed Andy. E vivevano il loro essere al mondo con la serietà leggera e concreta della passione. Entrambi avevano individuato nei territori di conflitto un nucleo fertile di cambiamento e una fonte preziosa per l’origine di studi, racconti, immagini. Perché se è vero che i luoghi dell’ex Urss e del Medio Oriente, frequentati da Giulio ed Andy, sono tra i più tormentati e violenti al mondo, è anche vero che per lo stesso motivo lì si sta facendo la Storia, lì si sente il fremito della vita che con fatica cerca di trovare equilibri fra strutture socio-politiche precarie e incerte. E dunque non è un caso che la parte di pianeta che si autopercepisce come strutturata guardi a quelle zone con apprensione, certo, ma al contempo rapita dal magnetismo esercitato da questa tettonica a placche di tipo umano.

ESTETICA DELL’INFORMAZIONE
C’è poi una questione tangente alle vicende personali, legata all’estetica del giornalismo – titolo di un saggio di Alfredo Camerotti – o forse sarebbe più completo dire: dell’informazione. Le immagini prodotte dalla realtà, e documentate da reporter, giornalisti, ricercatori, hanno un impatto molto maggiore rispetto a quelle prodotte dagli artisti secondo pratiche secolari legate alla sapiente padronanza di gesti e linguaggi ben codificati, che attingono a una dimensione di finzione, usando la realtà come materiale da manipolare e addomesticare.
I terroristi di Al Qaeda l’11 settembre hanno realizzato un’operazione estetica di portata enorme. Dando il via a un’epoca che si nutre di immagini scaturite da macroconflitti, che hanno origine in contesti ben lontani dal sistema dell’arte contemporanea e sollecitano sfere differenti dell’emotività e del tempo individuale di fruizione: non solo quella dello svago, ma della paura e della quotidianità. Non solo il bello, piuttosto il sublime. Sono immagini di una tale potenza da attecchire ancora di più per via della forza incontrollata e non del tutto consapevole della loro creazione, e della ricezione irrazionale dei fruitori, spesso veicolata da ansie e paure.

Andy Rocchelli, Ukraina Revolution

Andy Rocchelli, Ukraina Revolution

QUANDO LE ETICHETTE NON FUNZIONANO PIÙ
In un quadro così perturbante e privo di confini linguistici familiari si situa la ricerca di pionieri come Giulio Regeni e Andy Rocchelli. Come potrebbero definirsi, infatti? Studiosi? Reporter? Ricercatori? Non è possibile inserirli in una categoria, perché è improvvisamente crollato il sistema che etichettava il loro intervento nella società, così come la tipologia di pubblico che ne accoglie il lavoro.
Giulio Regeni era un ricercatore di Cambridge, è vero. Ma interveniva nel dibattito quotidiano scrivendo articoli sotto pseudonimo, frequentava le riunioni sindacali, scendeva in piazza, aveva un’intensa vita sociale al Cairo, è morto come una spia ed è ricordato come un eroe.
Andy Rocchelli era un fotografo, un reporter, un fine conoscitore dell’immagine, fondatore di Cesura, collettivo nato nel 2008 che ha contribuito a inserire in una dimensione di ricerca e di progetto l’immagine fotogiornalistica, ed è rimasto ucciso a Donetsk, in Ucraina, insieme ad Andrei Mironov, il suo fixer.

LA MOSTRA DI ANDY ROCCHELLI
Da poco il Museo di Roma in Trastevere ha ricordato il lavoro di Andy Rocchelli con Stories, una mostra attenta e rigorosa che, grazie al supporto curatoriale di Cesura e di 3/3, ha restituito in maniera fedele l’importante contributo di Andy al mondo in divenire dell’immagine. E che le tristi vicende di questi giorni portano a ripercorrere con la memoria.
Tante le cose che colpivano, primo fra tutti il ritratto in bianco e nero di Andy, che apriva il percorso, malinconico e deciso, come tutte le persone scomparse che ci guardano dalle foto. E, come faceva notare un’amica, mancante di una parte, quella della vita che non c’è più.
E poi, a seguire, la fierezza dei militari del Kyrgyzstan; le madri delle vittime di Beslan, in Ossezia, coi capi impropriamente coperti di foulard animalier; i conflitti in Ucraina, inondati di luce caravaggesca e carichi di simbologia cristica; Russian Interiors, ciclo di splendidi e crudi ritratti che gli è valso pure il World Press Photo, raccolti in un prezioso libro d’artista dalla copertina in tessuto damascato, ormai sold out; la serie dedicata alle primavere arabe, Arab Spring, con uomini sospesi a combattere sulla sabbia e altri, ammantati del mistero del loro passato, poggiati a cartelli di confine, come usciti da una rivisitazione contemporanea delle Mille e una Notte; le vicende dei migranti di Rosarno, confinati nelle baraccopoli e in storie che nessuno ha più il tempo e la voglia di ascoltare; e infine il fenomeno del velinismo, così apparentemente lontano da ricerche più impegnate, ma invece emblematico se rapportato alle trasformazioni sociali e visive in atto.

Andy Rocchelli

Andy Rocchelli

IMMAGINI E FLUSSO
A pensarci bene, ciò che più impressiona di queste immagini non è il soggetto, ma la cornice museale che per statuto le rende di più gradevole fruizione e la stampa in qualità fine art. Il fatto cioè che occorre fare ancora una volta i conti con la bellezza, e lo sforzo metaforico di contenerla per renderla meno pericolosa.
In tal senso Giulio Regeni e Andy Rocchelli appaiono testimoni della Storia che si compie nello stupore del suo farsi. Occhi che si situano in un ambiguo territorio liminale, dove ancora esiste una coscienza osservante, ma già è in atto una trasformazione priva di controllo delle conseguenze di ciò che è osservato. Così da divenire, Giulio e Andy, con le loro vicende biografiche, parte dello stesso flusso che stanno documentando. E vittime di un’epoca in cui è plausibile che un attore di Hollywood contribuisca alla cattura di El Chapo raggiungendolo nel suo covo segreto grazie al sostegno di una star di soap sudamericane; e che la seconda moglie di David Bowie venga informata della morte dell’ex marito nella casa del grande fratello e decida comunque di non abbandonare lo show.
E così facendo, di vivere e produrre immagini senza soluzione di continuità.

Mariagrazia Pontorno

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  • A parte il fatto che il caso di Regeni è ancora irrisolto, e si son dette parecchie castronerie arrivando fino alla totale idiozia nell’affermare che era una spia, poi è assurdo equiparare due situazioni completamente diverse per il contesto, per la provenienza anche dei luoghi dove si sono consumati i fatti, non vedo poi come si possano paragonare le immagini prodotte dall’informazione, dai reporter, dal giornalismo con quelle prodotte dagli artisti, due attività umane radicalmente diverse. Del resto è un dato di fatto che l’11 settembre segni una svolta per il modo con cui vengono propagandate le immagini curando soprattutto l’aspetto estetico, nulla a che vedere con quello artistico, delle immagini.

    • Mariagrazia Pontorno

      Gentile Domenico, non si è detto che Regeni fosse una spia, ma che è morto come se lo fosse purtroppo. Per quanto riguarda la questione della produzione di immagini, di come esse incidano nell’immaginario e di quale sia oggi lo statuto dell’artista, è una questione aperta. Ed estetica del giornalismo e dell’informazione sono semplici etichette che possono fornire una traccia percorribile.

      • Mariagrazia volevo solo fare alcuni distinguo ma fondamentalmente condivido il suo articolo, del resto è un dato di fatto che con gli avvenimenti dell’11 settembre il modo non tanto di fare informazione ma di presentare l’informazione ha una connotazione ben precisa in questo contesto. Sono perplesso invece per l’accostamento che ha fatto tra le immagini prodotte dal giornalismo con quelle prodotte dagli artisti in quanto quest’ultime non hanno lo stesso impatto nella realtà che hanno le prime. Giornalismo e arte sono due attività nettamente distinte e non è detto poi che il fine dell’arte sia solo quello di prefiggersi di come avere maggior impatto nella realtà.

    • Marco Enrico Giacomelli

      Accidenti quante sicurezze Domenico.
      Ecco, il buon giornalismo dovrebbe fare (anche) questo: porre domande, far sorgere dubbi.

      • Mi sono solo permesso di fare dei distinguo da un punto di vista personale, da artista o presunto tale, niente più, le sicurezze non fanno per il mio caso, l’unica certezza che posso avere è quella di non essere certo di nulla, per cui quello che affermo oggi può essere l’esatto contrario domani.

  • Angelov

    Anche il presente articolo è espressione di questa forma di estetismo giornalistico che ha già mietuto parecchie vittime.
    Ma il caso di Regeni non mi sembra ne faccia parte: non si tratta di qualcuno partito all’avventura per un pugno di dollari…
    Spesso il giornalismo d’altura si risolve in una forma di sciacallaggio molto ben dissimulata.

    • Mariagrazia Pontorno

      Gentile Angelov, nessuno ha parlato di “per un pugno di dollari”, ma della passione e del coraggio di due ragazzi morti in zone di conflitto e interessati agli stessi temi con uno sguardo molto attento e profondo. Inoltre non si è detto che Regeni fosse una spia, ma che è morto come se lo fosse purtroppo.

      • Angelov

        Gentile Mariagrazia, le ricordo che alla vista del sinistro spettacolo delle Torri Gemelle implodere, il grande Stockhausen pronunciò quella famosa frase: “si tratta della più grande opera d’arte mai realizzata”; ma che ogni opera d’arte comporta in verità, come lei saprà, una componente di finzione…
        Per quanto riguarda i due ragazzi morti tragicamente, secondo me, si tratta di due casi che, se una cosa hanno in comune, è solo e purtroppo quella di essere stati assassinati; ma nient’altro di più.
        Vorrei aggiungere, che ho una personale antipatia per tutto ciò che si riferisce al giornalismo in generale, e a quello degli anni recenti in particolare, che sembra si sia prefisso come unico scopo quello di dire sempre il contrario della verità, o di tacerla.
        Ma la mia è solo un’opinione personale; con il trascorrere degli anni, anche lei avrà la possibilità di verificare di quanto la mia opinione soggettiva si sia avvicinata alla verità dei fatti.