Accademie straniere a Roma. Il caso American Academy

La Capitale per eccellenza vanta un’incredibile rete di accademie e istituzioni straniere. Siamo andati a curiosare tra le attività dell’American Academy in Rome, intervistando i direttori Kim Bowes e Peter Benson Miller. E poi ci sposteremo anche in Francia e Germania, senza abbandonare la Città Eterna.

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American Academy in Rome

American Academy in Rome

Nell’attuale configurazione, l’American Academy in Rome ha oltre un secolo. Ed è, secondo quanto dite nella presentazione, “il principale centro americano, al di fuori degli Stati Uniti, per gli studi indipendenti e per la ricerca avanzata”. Qual è la storia che spiega come si è raggiunto questo obiettivo?
Kim Bowes: L’American Academy in Rome ha una reputazione centennale ed è dovuta ai suoi borsisti: con 50 Pulitzer, 28 Mac Arthurs e 5 Nobel, l’Accademia ha ospitato nel tempo il meglio e le menti più brillanti della cultura e dell’arte americana e internazionale.

Ogni anno al Gianicolo vivono studiosi di discipline che vanno dalla storia medievale all’architettura, dal design alle arti visive, insieme a residenti e borsisti. Com’è la convivenza? Si forma davvero una comunità creativa?
K. B.: L’American Academy non solo è realmente una comunità creativa, ma è unica nel suo genere. Non ci sono moltissime altre istituzioni dove artisti performativi convivono e lavorano a fianco di studiosi dell’epoca preistorica, addirittura collaborando insieme… Questo tipo di collaborazioni funzionano perché scegliamo deliberatamente artisti e studiosi che desiderano imparare gli uni dagli altri, ma anche perché lavoriamo duramente per costruire un ambiente dove le collaborazioni avvengano, grazie alla condivisione di un pasto o di un seminario settimanale, fino agli shoptalk, dove i borsisti raccontano il loro lavoro. E la comunità è internazionale – non siamo solo un luogo per americani: abbiamo anche borsisti italiani, russi e olandesi che lavorano insieme all’Accademia.

Dal 2006 l’AAR ha anche una Italian Fellowship, e da quest’anno c’è anche una call for humanities. Ci racconti brevemente di cosa si tratta e quali risultati avete raccolto finora?
K. B.: I borsisti italiani hanno avutom grazie all’esperienza dell’Italian Fellowship, grandi opportunità nelle migliori università (ad esempio Sandro Barbero), i maggiori premi nelle arti in Italia (Giuseppe Stampone) e hanno partecipato a importanti commissioni (Vittorio Montalto). Questi borsisti usano la loro esperienza con la comunità internazionale e collaborativa dell’Accademia non per costruire il loro curriculum, ma per cambiare la propria ricerca lavorando con i colleghi che vi appartengono.

Woody Pirtle, Venice to Rome, 2015 - Courtesy the artist

Woody Pirtle, Venice to Rome, 2015 – Courtesy the artist

Roma ha anche questo di straordinario: un numero elevatissimo di accademie straniere e istituzioni omologhe, che rendono la città una specie di Onu della cultura. E molte di queste occupano edifici straordinari: oltre al vostro, penso ad esempio a Villa Medici per la Francia e Villa Massimo per la Germania. Perché non esiste un network stabile che metta in collegamento queste realtà, sia tra di loro che con il pubblico? Ci sono manifestazioni che lo fanno, ma mi pare che si tratti sempre di eventi puntuali e non strutturali.
K. B.: Ciò che descrivi non è un problema di struttura, ma di aspettative e di informazione. I musei, i parchi archeologici e le sale da concerto del Comune di Roma non hanno un programma coordinato o un calendario condiviso. Perché dovrebbero farlo le scuole straniere? Queste hanno un’agenda nazionale differente, budget differenti, calendari diversi eppure costantemente lavorano per supportare le istituzioni locali, collaborando con esse. La differenza tra Roma e le altre città come New York, con un’offerta internazionale simile, è che a Roma non c’è il Village Voice, non c’è una robusta informazione, dove tutte le notizie di carattere culturale sono raccolte e disseminate.
Quasi tutti gli eventi che facciamo sono ad ingresso libero, aperti al pubblico e fatti in collaborazione con istituzioni locali, siano essi Comune, università o scuole straniere. Questi eventi sono pianificati con tre o più anni d’anticipo e ogni anno il calendario viene lanciato a settembre. Credo che il fatto che le istituzioni straniere non presentino un calendario condiviso sia da celebrare: l’offerta culturale differenziata offre un valore aggiunto alla città di Roma, agli studiosi, ai giovani artisti.

Il 9 febbraio inaugura l’ormai consueta cinquina di mostre dei borsisti, che quest’anno è curata da Ilaria Gianni con il titolo Across the Board: Parts of a Whole. La formula sarà ancora quella della collaborazione interdisciplinare fra musica, arti visive, letteratura ecc.?
Peter Benson Miller: Cinque Mostre è un appuntamento annuale che offre un’eccellente opportunità per i nostri borsisti. Sono artisti che hanno diversi background, non solo artisti visivi, ma anche architetti, progettisti del paesaggio, compositori, designer, scrittori e studiosi. Collaborano attraversando le discipline, nel 2016 con un curatore dinamico come Ilaria Gianni. Abbiamo una partecipazione record dei borsisti quest’anno, includendo studiosi nell’ambito degli studi umanistici che hanno abbracciato la sfida del format mostra.
Cinque Mostre è inoltre un catalizzatore per una serie di scambi intellettuali con una grande parte della comunità culturale romana, mettendo i nostri borsisti in contatto con artisti quali Luigi Ontani, Nunzio, Giuseppe Gallo e molti altri ancora, che saranno coinvolti nella mostra in un’installazione concepita da Ilaria Gianni, Gianni Politi e Saverio Verini. Cinque Mostre è la dimostrazione di quanto l’American Academy sia aperta alla città di Roma, con la missione di creare un laboratorio internazionale fertile alle idee innovative e un luogo per mostrare le opere di artisti emergenti provenienti da varie discipline.

Bryony Roberts, Primo Piano, 2016 (rendering) - Courtesy the artist

Bryony Roberts, Primo Piano, 2016 (rendering) – Courtesy the artist

A maggio è in programma una mostra legata allo Studio. Perché avete scelto di affrontare questo tema?
P. B. M.: Studio Systems indaga lo status dello “studio” nella pratica artistica contemporanea. A lungo mitizzato come luogo esclusivo della creazione artistica, lo studio ha affrontato una marea di cambiamenti, dal momento che gli artisti hanno riconfigurato e diversificato i luoghi del lavoro. Le pratiche concettuali a partire dai ready made di Marcel Duchamp e dalla factory di Andy Warhol hanno generato nuove forme e luoghi per lo sforzo creativo che spesso vanno oltre il concetto di studio. Inoltre, nel momento stesso in cui i minimalisti americani hanno demistificato lo studio, Philip Guston in un lavoro iconico come The Studio (1969) lo ha categoricamente recuperato. Per Guston è necessario, è un luogo gravido e centrale nel suo progetto autoriflessivo, allo stesso tempo epico e allegorico.La mostra prevede il lavoro di dieci artisti con concezioni diverse del tema: Duchamp, Guston, Dawn Kasper, Anna Betbeze, Petra Cortright, Yuri Ancarani, Richard Barnes, Suzanne Bocanegra, e Josephine Halvorson.

Come si coniuga questo tema con la programmazione dell’AAR?
P. B. M.: Presso l’American Academy, dove Guston ha vissuto durante tre importanti congiunture nella sua carriera, lo studio – spazio architettonico specificamente progettato – è un luogo vitale per una fertile esplorazione e produzione artistica. La mostra esplorerà le diverse interpretazioni dello studio in linea con le attuali modalità di produzione che sono meno dipendenti dalla necessità di un ambiente ben definito. Che cosa significa lavorare in studio ora? Lo studio sta perdendo la sua posizione privilegiata come laboratorio esclusivo per la pratica artistica contemporanea in favore di reti più mobili, itineranti, digitali e globali?In concomitanza con la mostra, l’8 giugno ci saranno inoltre gli Open Studios, che consentono l’accesso libero agli studi degli artisti con i progetti in corso dei borsisti in tutto l’edificio McKim, Mead & White.

Peter Benson Miller e Kim Bowes

Peter Benson Miller e Kim Bowes

Gli incontri che organizzate all’AAR sono sempre molto affollati. Penso a Sally Mann o a Isaac Julien, per prendere due esempi degli scorsi mesi. Come ti spieghi una partecipazione tale in un Paese, l’Italia, dove le conferenze spesso vengono disertate? E non credo che la risposta risieda soltanto nella celebrità di chi viene a parlare da voi: Sally Mann, ad esempio, è assai poco nota da noi, eppure ad ascoltarla – e in inglese! – c’erano decine e decine di persone.
P. B. M.: Sono molto felice di sentire che questa sia l’impressione che i visitatori ricevono dai nostri eventi. Credo che siano molti i fattori in gioco, non per ultimi la varietà e l’alto livello degli intellettuali che partecipano ai nostri appuntamenti, dai concerti del rinomato Scharoun Ensemble di Berlino alle performance di una pluripremiata sceneggiatrice e attrice come Anna Deavere Smith, per menzionare solo alcuni dei protagonisti dei prossimi eventi. Nelle arti avremo inoltre artisti come William Kentridge, l’architetto Jeanne Gang e il leggendario graphic designer Michael Bierut, in conversazione con il curatore Domitilla Dardi presso il Maxxi.
Per ciò che concerne la costruzione del nostro pubblico, abbiamo lavorato per stabilire legami produttivi e collaborazioni con le istituzioni italiane, dalle università ai musei come Maxxi, Gnam, Casa delle Letterature e Casa dell’Architettura, così come le altre accademie straniere e le istituzioni romane. Il reading di Sally Mann è stato, per esempio, realizzato in collaborazione con Fotografia, il festival di fotografia di Roma. In una città dove gli eventi culturali sono spesso soggetti a stop e ripartenze a causa dei cambiamenti della situazione politica, l’American Academy in Rome offre e garantisce un’alta qualità dei programmi con le menti più brillanti della creatività internazionale.

Marco Enrico Giacomelli

www.aarome.org

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