A casa di Joep Van Lieshout. Atelier aperto e residenza d’artista visitabile, in occasione di Art Rotterdam: ecco le immagini

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Atelier Van Lieshout, Rotterdam 6

Tra fiere e opening, l’Art Week di Rotterdam appena conclusasi è stata l’occasione per una visita all’Atelier Van Lieshout, che proprio questo fine settimana ha aperto le porte ai visitatori con due iniziative appositamente concepite. La prima delle esposizioni pop-up, Intercontinental, è il risultato di un’inedita residenza d’artista presso gli spazi di AVL-Mundo, la fondazione costituita nel 2008 e insediatasi negli oltre 3500 metri quadri nell’area periferica di Merwe-Vierhavens; una sede che al momento è un esteso work in progress, parte cantiere e parte fattoria, e la cui apertura ufficiale è prevista solo per il 2017. Nel mentre, il belga Anthony Nestel ha dato vita, nei due piani della residenza concessagli, a una video-installazione che mette in scena il racconto di fantasia di un culto che è la quintessenza dell’individualismo contemporaneo: un movimento non a caso ribattezzato dal suo leader immaginario iiii-lifestyle (ovvero stile di vita dell’io io io io), che prevede versioni surreali di rituali tristemente reali, a cominciare dall’utilizzo sistematico dello stupro come metodo di coercizione e annientamento degli oppositori. Purtroppo, a uno spunto interessante – soprattutto nel rapporto tra attualità e rielaborazione attraverso lo storytelling – Nestel fa seguire una serie di video-performance davvero poco coinvolgenti – e quindi convincenti.

UN CONTINUO TENTATIVO DI RI-COSTRUIRE LA REALTÀ
Ben diversa l’impressione suscitata dalle sculture esposte dall’Atelier Van Lieshout, di cui quelle cinetiche mostrate al pubblico appositamente per l’art week olandese. Lungo un percorso che si dipana dagli esterni a due diversi ambienti chiusi, tutto l’immaginario – questo sì, davvero conturbante – di Joep Van Lieshout si dispiega in un continuo tentativo di ri-costruire la realtà, non si sa neppure quanto solo a livello metaforico. Di certo allusive sono le due teste meccaniche che si parlano nel buoi della cosiddetta Cattedrale (The Mechanicals Turks, 2015), lasciando intendere che in un futuro sempre più vicino non sarà così semplice distinguere tra l’umano e il suo automa. Tutte le opere che compongono il cosiddetto New Tribal Labytinth, invece, riprendono elementi perfettamente funzionali e già sviluppati nel corso della rivoluzione industriale – dalla betoniera alla stessa fabbrica – per “convertirli” in sistemi di produzione locali, in uno scenario dall’apparenza post-apocalittico, dove al Sistema si sono sostituiti nuovi gruppi tribali autosufficienti. Quanto tutto questo sia una “semplice” utopia e non un esperimento già in corso, trova forse risposta appena oltre le opere esposte, in quello spazio espositivo outdoor ribattezzato Food Garden: una landa desolata di fango, ceneri e sterpaglie, a guardarlo ora in pieno inverno; basta chiedere agli assistenti dell’Atelier, invece, per scoprire un orto interamente condotto con tecniche di permacultura, in grado di rifornire gratuitamente ogni settimana 50 famiglie dei dintorni di verdure e prodotti della terra.

Caterina Porcellini

www.ateliervanlieshout.com

 

 

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