La scuola, tra Pinocchio e Kurt Schwitters

Di andare a scuola, Pinocchio non ne voleva proprio sapere. Ma se avesse saputo che abbecedario lo aspettava… Magari quello splendido di Kurt Schwitters, che vede protagonista un cattivo spaventapasseri.

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Kurt Schwitters - Käte Steinitz - Theo van Doesburg, Die Scheuche, 1925

Kurt Schwitters – Käte Steinitz – Theo van Doesburg, Die Scheuche, 1925

PINOCCHIO E LA SCUOLA
Domani all’alba voglio andarmene di qui, perché, se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola e per amore o per forza mi toccherà a studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho appunto voglia, e mi diverto più a correre dietro le farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido”.
Le parole di Pinocchio rivolte al Grillo parlante sono state scritte da Collodi nel 1881, ben centotrentaquattro anni fa. Ma disarmano per l’attualità, per un’intima e irrequieta allegria, per la gioia sciupata e amara che lascia in ognuno di noi una nostalgia di ritorno a cose, a volti ormai sbiaditi, a banchi di scuola sgraffiati, a segni rossi e blu sul quaderno degli esercizi, a ruvide bacchettate e, tra le mille memorie, ad abbecedari che ricordiamo su pareti slavate dal sole: e, con un po’ di imbarazzo, associamo ancora a un’Ape ritardataria, alla Barca azzurra come il cielo, all’Erba profumata, al Gatto dispettoso, all’Orso paffuto, alla Rosa spinosa o all’Uva sultanina.
A questo mondo, un mondo che ritorna e del quale, come ha giustamente evidenziato Giorgio Manganelli in un corsivo degli Anni Ottanta (poi confluito nei suoi Improvvisi per macchina da scrivere ), “resterà nella nostra vita un’intensa memoria di volti senza tempo, di compagni e compagne insieme lontanissimi e indimenticabili”, una costellazione di artisti, nel Novecento e oltre, da varie latitudini, ha dedicato progetti, appunti o lavori, con il desiderio di ricucire “la lunga fatica della scuola” con “la lunga fatica di vivere”, l’inevitabile smagliatura di un’avidità di futuro con la corsa frenata della riflessione (e della malizia) matura.

Kurt Schwitters - Käte Steinitz - Theo van Doesburg, Die Scheuche, 1925

Kurt Schwitters – Käte Steinitz – Theo van Doesburg, Die Scheuche, 1925

IL SILLABARIO DI KURT SCHWITTERS
In tempi non sospetti, Kurt Schwitters si è impegnato, ad esempio, in un progetto pedagogico dell’arte legato proprio al sillabario, quando, accanto all’analisi tipografica, alle varie scomposizioni delle lettere, al disegno di un nuovo alfabeto e alla proposta, nel 1920, di un sistema di scrittura (Systemschrift) il cui carattere optofonetico comprende perfino il cambiamento dell’ortografia delle parole, comincia a progettare un’asciutta serie di libri per l’infanzia.
Infatti, accanto a una favolosa ricerca sulle origini dell’alfabeto, nel 1925 Schwitters – in collaborazione con Käte Steinitz e Theo van Doesburg – pubblica, per i tipi della sua casa editrice (la Aposs Verlag, appunto), Die Scheuche, un piccolo ed entusiasmante volume che, oltre a diventare icona regia nel mondo della stampa d’avanguardia (come la storia Dei due quadrati di El Lissitsky, elogio del quadrato di Malevic), trasforma le lettere alfabetiche in precisi e asciutti personaggi di una narrazione oftalmofonica.
Die Scheuche descrive le vicende di un cattivo “spaventapasseri che aveva un Cappello-Schapo e un frac e una canna e un ah! così grazioso foulard di merletto”, si legge ad apertura del volume.
Utilizzando un alfabeto a sorpresa (quello inventato nel 1919 dal futurista napoletano Francesco Cangiullo), Schwitters concepisce, dunque, una storia in cui i personaggi – dal perfido spaventapasseri a Bauer (il contadino) e Mosjö (il gallo) – sono costruiti di lettere ed entrano come testo giocoso nel corpo stesso del testo per divertire il mondo fanciullesco, per inventare una nuova formula da sviluppare nel mondo della letteratura per l’infanzia e per raccontare tutto quello che si può dire con il silenzio delle parole, con i suoi segni che, piccoli e ostinati, colorano di speranza (proprio oggi che “nella scuola si amministrano senza gioia materie di gioia” – le parole sono ancora di Manganelli), di fantasia e di immaginazione il prossimo futuro.

Antonello Tolve

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #28

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