Virgilio Brucia. Una conversazione con Simone Derai

Dal 26 al 31 gennaio. Sono queste le date per poter vedere “Virgilio Brucia” al Piccolo di Milano. La compagnia è Anagoor e il regista Simone Derai. Che qui ci racconta lo spettacolo.

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Anagoor, Virgilio Brucia - photo Dietrich Steinmetz

Anagoor, Virgilio Brucia – photo Dietrich Steinmetz

La tradizione è custodia del fuoco e non culto delle ceneri”: Gustav Mahler è adatto a introdurre questo spettacolo?
Le parole di Mahler calzano alla perfezione, sia per raccontare Virgilio stesso, che assunse in sé la brace di Omero e della tragedia per accendere un fuoco nuovo, capace di innesto, sia per guardare all’eroe da lui inventato: Enea deve imparare a salutare il passato per guardare al futuro, scendendo tra i morti. Fuggire dall’incendio è mettere in salvo se stessi, ma anche una tradizione a brandelli, e levare un canto funebre per ciò che non sarà più, perché la propria creazione darà l’addio definitivo ai padri di cui pur conserviamo il Dna, dando il via a una nuova lingua.
Ma Mahler muore nel 1911 e oggi noi non possiamo prescindere dai fuochi accecanti del secolo scorso, dei forni crematori e di Hiroshima. Oggi dobbiamo tendere l’orecchio verso la cenere e ascoltarne la voce.

Come è strutturato il dispositivo della vostra opera?
Virgilio Brucia è uno spettacolo diviso in capitoli. Si inizia dalla fine, dalla morte di Virgilio. Si narra della volontà del poeta di bruciare i rotoli dell’Eneide di ritorno da un viaggio in Grecia nel 19 a.C. Per quale motivo Virgilio voleva dare alle fiamme un’opera che stava componendo con enorme sforzo da ben undici anni? Questo interrogativo, aperto all’inizio, aleggia per tutta l’ora e mezza di spettacolo, e ciascun spettatore è invitato a trovare la propria risposta.
Il cuore della rappresentazione, al quale tutti i capitoli sono una densa preparazione, è la messa in scena di quella notte del 22 a.C. in cui Virgilio recitò ad Ottaviano Augusto e alla sua corte il secondo libro del poema in via di costruzione.

Anagoor, Virgilio Brucia - photo Alessandro Sala

Anagoor, Virgilio Brucia – photo Alessandro Sala

Con quali attenzioni i molti attori in scena incarnano il dramma di Virgilio Brucia?
Più che di attenzione, parlerei di assunzione di responsabilità. Si è sempre detto che la rinascita della tragedia (non del tragico, ma della tragedia come forma teatrale) sia inammissibile anche per l’impossibilità di riattuare la disposizione politica del coro. Ma noi crediamo che ci si possa provare: perché si possa parlare di un coro autentico, è necessario che una collettività in scena si volga verso il nucleo tragico e lo interroghi, lo canti.
In Virgilio Brucia la compagine degli attori prova a farlo ed è in fondo proprio questa collettività a premere ed espellere un singolo attore che si assume la responsabilità e l’onere di un’altra identità, in questo caso quella del poeta: “Io sono un altro” è il primo atto teatrale. È per questo che Virgilio è così diverso da Omero e dagli aedi. Virgilio ha già dentro di sé la tragedia, oltre all’epos: questo gli consente di dire “Io sono Enea e il mio nome è dolore”.

Quanto la conoscenza, da parte del pubblico, dell’autore a cui vi riferite è indispensabile alla ricezione del lavoro?
Come sempre, di fronte all’opera d’arte la conoscenza offre maggiori strumenti. Non è diverso il discorso per il teatro. Il che non significa che la letteratura, il teatro, l’opera d’arte in senso lato debbano rimanere patrimonio di pochi. Al contrario. Il sentire di Virgilio, la sua totale compassione per il dolore del mondo, è un sentire universale, capace di parlare una lingua chiarissima ed evidente. La sua è una consonanza con le sorti degli esseri viventi di ogni regno, capace di risuonare nella mente e nei cuori di ciascuno.

Anagoor, Virgilio Brucia - photo Dietrich Steinmetz

Anagoor, Virgilio Brucia – photo Dietrich Steinmetz

Quale uso fate del “classico”?
Il classico è un corpo morto, perennemente dissepolto e riesumato. Si tratta di mettersi à l’école de la mort per soffiare nel corpo del classico un po’ d’aria, perché ancora parli. Ma questa operazione da negromanti non serve, come si dice spesso, ad illuminare il presente. Siamo noi, dalla nostra posizione, viziando con il nostro punto di vista l’interrogativo di volta in volta posto al classico, a illuminare il passato e rivelare ciò che prima non era visibile. Solo dopo, scoperte le differenze e le distanze che ci separano dal passato, possiamo riguardare il presente con occhi più consapevoli.

Una tua definizione di “contemporaneo”.
È un aggettivo molto abusato in riferimento al teatro e alle arti performative. Da indicatore cronologico è divenuta un’etichetta straccia per stilemi e format.

Come pensi reagirà il Piccolo Teatro di Milano?
Le sei serate si preannunciano colme di spettatori e sappiamo per certo che il pubblico in arrivo è molto eterogeneo: molti giovani, il pubblico del Piccolo, persone da fuori città. Siamo entusiasti di poterci confrontare con un insieme così nutrito e vario per una settimana. Di sicuro ci saranno tante reazioni quanti saranno gli spettatori. Ma è questo il bello, no?

Michele Pascarella

www.anagoor.com
www.piccoloteatro.org

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