Quando la moda parla. Intervista a Olivier Saillard

Cosa succede se le modelle prendono la parola? Il direttore del Palais Galliera di Parigi ha finalmente debuttato in Italia con la performance “Models Never Talk”, usando il Teatrino veneziano di Palazzo Grassi come cornice. In scena un gruppo di strabilianti ex icone della moda e il legame, viscerale e magico, tra la modella e l’abito indossato.

Print pagePDF pageEmail page

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

Esiste un confine sottile ma netto fra la moda e l’apparenza, proprio come quello che divide la parola dal chiacchiericcio. È lungo questo crinale che si muove la performance Models Never Talk, andata in scena gli scorsi 21 e 22 gennaio a Venezia, sullo sfondo bianchissimo del Teatrino di Palazzo Grassi. Ideato nel 2014 da Olivier Saillard – eclettico direttore del Palais Galliera di Parigi e curatore di numerose rassegne intitolate ai grandi stilisti del Novecento – lo spettacolo dà letteralmente voce a uno dei soggetti più strumentalizzati dal fashion system: le modelle.
Mute per ruolo, le regine delle sfilate vivono da sempre alterne vicende, tra il silenzio imposto dalla passerella e il frastuono mediatico subìto, e alimentato, dalle stesse catwalker, grazie anche al pervasivo instant messaging dell’epoca presente. Modelle e abiti smettono così di parlarsi, portando l’assenza di comunicazione a livelli insanabili e mettendo a rischio il canale di espressione primario della moda. Questo rapporto intimo, fisico, tra la modella e l’abito de couture torna alla ribalta nella performance ideata da Saillard, per merito della potenza, mimica e soprattutto verbale, sprigionata dalle sette ex modelle protagoniste.
Icone dell’alta moda nei fervidi Anni Ottanta – e testimonial di griffe eccellenti come Yves Saint Laurent, Jean-Paul Gaultier, Dior e Comme des Garçons – Christine Bergstrom, Axelle Doué, Charlotte Flossaut, Claudia Huidobro, Anne Rohart, Violeta Sanchez e Amalia Vairelli si impossessano dello spazio con la loro presenza e la loro voce. Vestite di un essenziale total black e di un altrettanto minimale tacco a spillo, le modelle simulano il ricordo degli abiti indossati, evocandone le fattezze attraverso gesti puntuali. Sulla scia dei loro racconti, pare di sentire il fruscio delle stoffe in lontananza e di vedere colori e forme prendere vita sullo sfondo nero delle silhouette. La memoria di un passato glorioso irrompe nel presente, lasciando uno strascico di malinconia, emozione e leggerezza, che non cede il passo al rimpianto dei tempi andati, ma regala una concretezza “viva” al corpo delle modelle e a ciò che indossano.
Per una volta, le mannequin acquisiscono un’identità concreta e unica, che trova nella parola un’indispensabile conferma della propria autenticità.

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

Quali sono le origini di Models Never Talk? E quale visione della moda comunica questa performance?
Le origini di questa performance risalgono a dieci anni fa quando ho realizzato il primo lavoro performativo, che non è uguale a quello di oggi ma che ne rappresenta gli inizi. Ogni performance finisce con l’avvio della successiva. La prima che ho creato era dedicata al movimento delle modelle, all’arte del muoversi e alla gestualità. Dieci anni fa ho deciso di dedicarmi alla performance perché mi sentivo un po’ limitato nei confini dell’arte espositiva. È molto difficile mettere in mostra la moda e il costume con manichini di legno o di plastica e volevo inventare qualcosa di simile a quanto proposto dai musei d’arte contemporanea.
Negli Anni Settanta sono nati molti musei dedicati alla moda, ma in una maniera molto classica. Non riesco a capire come mai istituzioni museali così giovani siano state costruite su un modello così tradizionale. La performance, dunque, ha significato per me un modo nuovo di spiegare la moda alla gente.

Dunque nel tempo anche le sue performance si sono evolute, al pari della moda?
Quando ho iniziato dieci anni fa, era importante spiegare al pubblico che non avevamo niente da vendere. La performance era un modo di “fare moda”, non era teatro, non era danza e nessun abito era in vendita. Il che era strano per il mondo della moda.
Anche nelle performance con protagonista Tilda Swinton [tra cui Cloakroom, presentata al Teatro della Pergola di Firenze durante Pitti Uomo 2015, N.d.R.], abbiamo ribadito che, pur mettendo in scena la moda, non stavamo presentando una nuova linea di abiti. Non stiamo producendo vestiti perché amiamo i vestiti. Continuo ad ammirare Martin Margiela, Comme des Garçons, Azzedine Alaïa e molti altri designer, ma credo che si stiano producendo troppe collezioni. La performance è un modo per dire basta e interrogare la questione dell’intimità, per dimostrare che la moda è ancora una fonte di ispirazione nonostante il momento sia piuttosto difficile.

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

Quanto incide il ruolo di storico della moda e curatore nella creazione delle sue performance?
Il museo Galliera appartiene alla città di Parigi e immagino sia stato strano per l’istituzione, all’inizio, avere un direttore che, al tempo stesso, è un performer, ma ora credo sia importante anche per loro sapere che io non ho niente da vendere, non ho una collezione. Sto cercando di fare qualcos’altro e mi sento libero di compiere questo tentativo nella sede per cui lavoro. È molto importante per me continuare a essere un curatore perché è un’occasione di apprendimento. Non considero le performance un vero e proprio lavoro, se dovessero diventarlo, non credo continuerei a farne. Non voglio essere prigioniero del sistema creativo.

È un modo per mantenersi autentici…
Ci provo. Recentemente Louis Vuitton mi ha chiesto di realizzare la retrospettiva in corso al Grand Palais di Parigi [Volez, Voguez, Voyagez – Louis Vuitton, allestita fino al 21 febbraio, N.d.R.] e io ho proposto loro di non pagarmi ma di consentirmi di aiutarli con le performance. Non ho bisogno di molto. A me basta stare con le modelle e creare momenti come quello di oggi, che considero una vacanza. In più sono in Italia, un luogo dove cerco di andare più volte all’anno.

Parlando dell’Italia, l’etichetta Made in Italy è conosciuta in tutto il mondo. Eppure non abbiamo musei dedicati esclusivamente alla moda e organizziamo raramente mostre intitolate a essa. Cosa ne pensa?
Credo sia molto strano. La moda è davvero una componente della vostra vita. Ogni volta che vengo in Italia penso che uomini e donne, qui, siano più alla moda del popolo francese. Voi indossate la moda e siete molto interessati allo stile, più di quanto accada per esempio a Parigi – che di per sé è molto diversa dal resto della Francia.
Ma dove si potrebbe inaugurare un museo dedicato alla moda? A Milano, Firenze, Roma? In generale, credo ci sia un problema: voi possedete così tanti musei meravigliosi, così tante chiese incredibili… cosa si potrebbe fare con un museo della moda? Forse la soluzione potrebbe essere parlare non di un museo della moda ma di un museo degli abiti, del costume. In verità il Museo Pitti ha una splendida collezione dedicata alla moda.

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

Tuttavia le mostre incentrate sulla moda e sull’abbigliamento in genere non sono molte.
La Fondazione Pitti mi ha chiesto di andare a Firenze a febbraio per discutere di un museo temporaneo dedicato alla moda. Un museo molto libero, quindi magari proverò a realizzare in Italia qualcosa del genere. In effetti mi piacerebbe vivere qualche mese a Firenze, cercando di inventare un fashion museum. Perché lei dice che non esistono musei di questo tipo in Italia?

Credo non esistano nella forma in cui esiste il museo Galliera, per esempio. In una forma istituzionale e riconosciuta. Noi guardiamo alla Francia come un esempio, in questo ambito.
E noi guardiamo a voi per la moda contemporanea!

Dovremmo collaborare un po’ di più! Restando in Italia, quindi, c’è qualche giovane fashion designer nostrano che lei crede abbia buone potenzialità?
Purtroppo non conosco molti giovani stilisti italiani e non capisco il motivo. Perché, durante la Fashion Week milanese, non vengono alla ribalta i talenti italiani? Sono un grande appassionato di Prada, ma non è certo giovane!
Forse l’ultimo giovane designer italiano che mi ha colpito è Alessandro Michele della maison Gucci. La prima volta che ho visto il suo lavoro non mi è assolutamente piaciuto, ma la seconda ho pensato: “Non è poi così male!” [ride, N.d.R.]. Un aspetto che ho notato nelle vostre creazioni più attuali è che non avete perso l’idea del vestito. Qualche volta i designer inglesi o giapponesi, quando vogliono essere davvero creativi, realizzano abiti meravigliosi, ma molto lontani dall’idea del corpo. Voi non avete perso questa idea.

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

Salutiamoci con qualche anticipazione sul futuro programma espositivo del museo Galliera?
Stiamo preparando una mostra dedicata agli abiti presenti nei nostri depositi e appartenuti a persone famose o a individui completamente anonimi – come Maria Antonietta o Sarah Bernhardt, ma anche a prigionieri sconosciuti. Una sorta di storia della collezione di abiti del museo raccontata dai corpi che li hanno indossati. E poi allestiremo una rassegna dedicata a Dalida nell’anniversario della sua morte, perché il fratello ha deciso di donare al Galliera tutto il guardaroba che lei possedeva. E poi ospiteremo un grande progetto dedicato a Fortuny ed è questa la ragione per cui andrò a visitare il suo Palazzo, qui a Venezia.

Arianna Testino

www.palazzograssi.it
www.palaisgalliera.paris.fr

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community