Dialogo sulla fotografia. Antonio Biasiucci e Ludovico Pratesi

Prosegue fino al 31 gennaio la mostra di Antonio Biasiucci al Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro. Una personale che raccoglie cicli importanti del fotografo campano. E che qui si racconta a Ludovico Pratesi.

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Antonio Biasiucci – Molti - Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro 2016 - photo Michele Sereni

Antonio Biasiucci – Molti – Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro 2016 – photo Michele Sereni

Quando hai visitato per la prima volta gli spazi del Centro Arti Visive Pescheria, a quale progetto espositivo hai pensato?
È da tempo che immagino il mio lavoro all’interno di un luogo sacro. Sono cresciuto frequentando la chiesa del paese nel quale sono nato, facevo anche il chierichetto e giocavo spesso nell’oratorio. Ho ricevuto dai miei genitori un’educazione religiosa. Da adolescente poi, per scelta o per conformismo, non ho più praticato riti religiosi. Di quell’esperienza intensa mi è rimasto profondamente il senso del sacro che c’è in ogni cosa, in ogni luogo. Con la fotografia, questo cercare, è una mia priorità. Durante il primo sopralluogo fatto nella Chiesa del Suffragio immaginai inizialmente una collocazione di opere alle pareti, ragionai sul presentare qui dei polittici di immagini che si contrapponessero per forma e per contenuto fra loro. Ma quel luogo che in apparenza sembra scarno in realtà non lo è, anzi è molto disegnato. I solchi e le linee creati dai pannelli che chiudono le nicchie dell’antica chiesa sono segni che creano allusioni, offrono visioni, fanno immaginare. Inserire l’opera sulle pareti significava per me non considerare la natura del luogo e la forza visionaria che quella chiesa emana.

La scelta di ripresentare l’installazione Molti, che avevi esposto la prima volta alla mostra collettiva Barock nel 2009 al Madre di Napoli, è stata determinata dalla tipologia dello spazio – un edificio sacro – o piuttosto dal soggetto dell’opera?
Per produrre questo lavoro per il Museo Madre all’epoca mi ispirai alla storia dei migranti dispersi e morti nei nostri mari. Fotografai allora i calchi esposti nel Museo di Antropologia di Napoli realizzati dall’antropologo Lidio Cipriani negli Anni Trenta in alcuni Paesi del Nord Africa. Somali, tunisini, marocchini, egiziani eccetera, sono calchi realizzati sul volto di persone vive per cui tutti hanno gli occhi necessariamente chiusi. Fotografai molto tempo. Osservavo attentamente il calco prima di fotografarlo cercando il punto in cui quel volto mi restituisse un’identità, mi facesse immaginare una vita trascorsa.
Raggiunsi un’empatia col soggetto, col luogo. Quei volti mi ricordavano gli amici immaginari di Fernando Pessoa. La Chiesa del Suffragio di Pesaro, cittadina di mare sull’Adriatico, teatro di migrazioni importanti, mi è da subito sembrata il luogo dove “rifare” Molti. Dopo il Museo Madre, nonostante vari inviti a ripresentare quel lavoro, non ho mai trovato uno spazio idoneo come questo di Pesaro. Tant’è vero che quel soggetto l’ho esposto in altri modi, mettendomi in relazione con spazi che apparivano diversi e non idonei alla forma originaria che quel lavoro aveva assunto al Madre nel 2009. Nella Pescheria l’installazione raggiunge una sacralità, un’essenzialità. Quando entri dal portone della chiesa vedi solo la struttura dell’opera ma nessuna immagine; la visione immediata che hai è l’insieme delle cornici, che sono per me anche bacinelle e lapidi, che sembrano umide, bagnate. Ti avvicini e scopri che ogni cornice contiene l’immagine di un volto con gli occhi chiusi che è lì. Nel mio immaginario i visi sono in fondo al mare, dormienti. I volti diventano Molti perché ignoti, senza un nome. Non hanno un punto di vista, spesso appaiono capovolti o di lato, riposano nel nero profondo del mare. Il cristallo su ogni cornice allontana il volto dalla superficie, lo rende distante. Sono lì, sono i testimoni della storia di uomini. L’installazione è disposta come se fosse un cimitero militare; sono loro i veri eroi del nostro tempo. Sei costretto a guardare i loro volti dall’alto, come oramai guardiamo lo straniero, l’intruso. Per scrutare al meglio la fisionomia del volto, nella luce bassa che connota il luogo, bisogna inchinarsi come fosse una confessione, per scoprire il tuo volto che si affianca al suo. Nonostante io racconti una grande tragedia, le immagini mi restituiscono un senso di profonda dolcezza. Il senso del buio, l’apparire lento dell’immagine e l’adattarsi alla luce rappresentano tutta la mia vita trascorsa nella camera oscura, quest’ultima è fonte d’ispirazione della maggior parte delle mie installazioni che hanno sempre un riferimento all’essenza della fotografia. La camera oscura è un luogo importante in cui ripenso al lavoro svolto.

Antonio Biasiucci – Molti - Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro 2016 - photo Michele Sereni

Antonio Biasiucci – Molti – Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro 2016 – photo Michele Sereni

Nel Loggiato hai creato un dialogo tra due cicli di lavori che hai realizzato in tempi diversi, Vapori e Madri. Puoi raccontare brevemente come sono nati e come si collocano nel corpus generale della tua ricerca?
La mia fotografia è profondamente la vita che vivo e non quella che ho visto attraverso l’obbiettivo. Non è importante fotografare qualcosa che ti emoziona, al contrario è meglio vivere profondamente ogni cosa, poi ritroverai quell’emozione nei soggetti che hai scelto di fotografare. La mia utopia, quindi, è quella di riscrivere con la fotografia un alfabeto dell’umanità, fotografando i soggetti essenziali agli uomini tutti. Nei miei oramai trent’anni di fotografia ho costruito tomi; soggetti come le vacche, i pani, i vulcani, il rito dell’uccisione del maiale, le madri e i crani sono tasselli che vanno in quella direzione. Una sorta di storia degli uomini, come dicevo, un’utopia. Non mi basterà una vita per realizzarlo. Tuttora lavoro intorno a questo tema. Ci tengo a ricordare che sono un fotografo che ha imparato a fare fotografia a teatro. Il mio maestro è stato un regista di teatro, Antonio Neiwiller. Il termine regista di teatro per Neiwiller non lascia ben immaginare la complessità di un grande artista che usava il teatro come epicentro delle arti tutte. Ho assistito per anni ai suoi laboratori, ho applicato i suoi metodi alla mia fotografia. Da quell’esperienza è nata in me la consapevolezza della grandezza della fotografia come strumento senza limiti e della sua capacità di stare in linea con il proprio mondo interiore. È nata in me la volontà immediata di cancellare il “genere fotografico” e pensare a una “fotografia totale” affinché potesse sempre prevalere una visione, una propria interiorità, un racconto libero. Quando devo realizzare un’installazione, quindi, mi porto dietro tutta l’esperienza dei laboratori di Antonio Neiwiller (“Il laboratorio – scrive Leo De Berardinis citando Antonio Neiwiller – è lo stimolo a sollecitare le corde interne del pensiero e dell’emozione, affinché diventino delle epifanie pure e scarnificate”). Nell’osservare un luogo mi chiedo cosa è veramente importante collocare in quello spazio. Non è prioritaria la cronologia dei miei lavori, è fondamentale cosa penso sia necessario raccontare in quel luogo. Nel Loggiato faccio condividere due lavori: Madri e Vapori. Vapori è uno dei miei primissimi lavori (1983-87), un lavoro in controluce così come voleva essere la mia vita da ragazzo in quegli anni. Facevo quello che in fotografia non andava fatto o mio padre, fotografo di cerimonie, mi suggeriva di non fare, come appunto, fotografare in controluce. Le scene sono riprese dal basso, dal punto di vista del maiale. L’animale sacrificato diventava paesaggio, terra, quindi metafora di una rinascita. Intorno ci sono uomini che versano acqua calda sul corpo dell’animale per pulirlo. In controluce l’acqua calda evidenzia i vapori che coprono i volti e i corpi dei partecipanti al rito. Vapori probabilmente è il mio primo tentativo di dare un senso alla perdita, alla morte. L’animale viene sacrificato per essere mangiato quindi dona ad altri il proprio corpo e quindi diventa metafora di rinascita. È tutto quello che ho fatto in seguito con la fotografia: dare nuova linfa ai soggetti fotografati. Madri (1995-2002), raccoglie una piccola serie di donne gravide o che hanno appena partorito. In fotografia il corpo della madre e del bimbo si fondono. Il bimbo è un’appendice del corpo della madre. Sono i miei figli da poco nati o ancora nel grembo della loro madre. Un lavoro intimo che trova un senso nell’alternanza delle due serie in mostra: il sacrificio della vita, il sacrificio della morte.

Antonio Biasiucci – Molti - Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro 2016 - photo Michele Sereni

Antonio Biasiucci – Molti – Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro 2016 – photo Michele Sereni

In entrambi i cicli si allude all’idea del sacrificio, in un intenso dialogo tra vita e morte sottolineato dalla capacità evocativa delle immagini. È corretto dire che questo sia il fil rouge dell’intera mostra?
Il tema della mostra alla Pescheria è la vita che comprende la morte e viceversa. Il sacrificio della nascita, il sacrificio della morte, la luce e l’ombra, l’origine e la catastrofe. Sono temi universali che sono dentro tutta la mia ricerca. Sono probabilmente la mia necessità di compensare la perdita di persone a me care, prima di tutto quella di mia madre avvenuta in giovane età. La fotografia in questo senso mi ha aiutato ad avvicinarmi al mistero della morte e a comprenderla nella mia quotidianità. È stato un modo per esorcizzarla, accettarla e non viverla come un tabù. Sicuramente la mia collaborazione decennale con l’Osservatorio Vesuviano è stata fondamentale. L’aver potuto lavorare sui vulcani attivi italiani con un gruppo di ricercatori vulcanologi, geofisici, e quindi la frequentazione continua con gli elementi primari, col vulcano che nasconde il mistero della creazione e della catastrofe, mi ha permesso di guardare le vicende degli uomini in un modo diverso e di aiutarmi a distinguere il fondamentale dall’effimero. Questo ha determinato anche le scelte dei soggetti che negli anni ho fotografato (sempre essenziali e appartenenti alla storia dell’uomo). Ma anche il luogo per me è l’opera. Mi nutro dei luoghi nei quali vivo (la campagna dove sono nato, l’alto casertano, Dragoni, e Napoli, la città nella quale abito). Non potrei immaginare la mia fotografia altrove. Il bianco e il nero, il gioco di luci e ombre rappresentano la mia quotidianità. La vita e la morte, le origini e la catastrofe, sono la sostanza dei miei luoghi, le mie ossessioni. Indago questi opposti con la fotografia affinché possa scoprirne il mistero.

La ripetizione dei soggetti, il ritmo dell’allestimento e i soggetti delle immagini suggeriscono un’idea di ritualità che ricorre in generale nel tuo lavoro. È un’interpretazione corretta?
Ogni soggetto portato all’essenza si apre all’altro, a colui che lo guarda e che in qualche modo se ne appropria. Una mia fotografia è buona quando avverto che sono giunto, nel mio continuo scarnificare, a quest’apertura. A quel punto, in qualche modo l’immagine si allontana da me, mi è addirittura estranea; mi resta l’esperienza del rapporto col soggetto, che è mutato man mano che ne ho approfondito la conoscenza. Tutto questo processo è ciò che accade durante il mio “Laboratorio”, che ha una sua ritualità spesso sintetizzata esponendo polittici, anziché immagini singole, nel tentativo di sottolineare un’esperienza che nella sua ossessione ha una suo senso. Penso che la mia fotografia nasca da momenti legati all’istinto e altri legati al raziocinio. In genere i momenti legati all’istinto sono tutti nella fase laboratoriale. Sono attratto dal soggetto che sto fotografando, non so bene perché, avvio con esso un processo di conoscenza e scoperta completamente legato all’istinto. In seguito, quando sento che questa mia ossessione comincia ad affievolirsi, analizzo i risultati del mio lavoro. Spesso, non sempre, in questa seconda fase più legata al raziocinio intravvedo le motivazioni che suscitavano il mio forte interesse. Il soggetto mi si svela e in qualche modo muore per me. A quel punto, lucidamente, avvio il processo di selezione che mi permetterà di presentarlo all’esterno, in una mostra o in un libro.

Ludovico Pratesi

Pesaro // fino al 31 gennaio 2016
Antonio Biasiucci – Molti
a cura di Ludovico Pratesi e Chiara Pirozzi
Catalogo Silvana Editoriale
CENTRO ARTI VISIVE PESCHERIA
Corso XI settembre 184
0721 387651
[email protected]
www.centroartivisivepescheria.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/50047/antonio-biasiucci-molti/

Intervista tratta dal catalogo della mostra edito da Silvana Editoriale, pp. 15-19

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