Cinema. All the time in the world

C’è una vera e propria invasione di film a tema “viaggio nel tempo”, in questi anni ’10. E hanno tutti un tratto in comune: sono pessimisti e passatisti. Non vi manca un po’ la trilogia di Ritorno al Futuro?

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Michael e Peter Spierig, Predestination (2014)

Michael e Peter Spierig, Predestination (2014)

UN FUTURO MALINCONICO
Il cinema americano degli ultimi anni ha sviluppato una sorta di lucida e appassionata ossessione per i viaggi nel tempo: a partire da Source Code (2011) di Duncan Jones e Looper (2012) di Rian Johnson fino a Edge of Tomorrow (2014) di Doug Liman e Predestination (2014) di Michael e Peter Spierig, le narrazioni fantascientifiche recenti si interrogano sullo schermo a proposito di percorrere e intrecciare differenti piani temporali.
Ciò che sembra abbastanza caratteristico è la natura profondamente e irrimediabilmente malinconica di queste opere. Per quanto i protagonisti scoprano il modo di tornare nel passato per modificarlo, le vie parallele e tortuose che si inaugurano a partire da quel punto di origine ritrovato non permettono di rintracciare un filo, un senso, un ordine nel caos delle sequenze storiche. Al centro di tutto, ognuno scopre sempre e solo la propria mortalità.
È questa peraltro la novità rispetto all’unico vero modello, l’irraggiungibile Ritorno al Futuro (che proprio in queste settimane celebra i primi trent’anni della propria esistenza): se in quel caso il groviglio della Storia collettiva e della storia personale poteva essere sbrogliato dall’intervento provvidenziale e da un uso intelligente dell’ironia, negli anni recenti domina una fortissima coazione a ripetere.
Così, per esempio, il cerchio oscuro di Looper può essere solo spezzato, mai ricomposto; l’ottuso maggiore Cage (Tom Cruise) di Edge of Tomorrow va incontro a una durissima – e fallimentare – educazione, ripetendo sempre lo stesso giorno di battaglia; e così via. Ancora e ancora e ancora, il nucleo oscuro pulsante radiante di ogni racconto è la disperazione. Questo cinema dispera, fondamentalmente, nel cambiamento e nella mutazione.

Doug Liman, Edge of Tomorrow (2014)

Doug Liman, Edge of Tomorrow (2014)

L’OSCURO OTTIMISMO DEGLI ANNI ’80 E ‘90
In questo modo, ci accorgiamo che forse l’origine non è tanto il capolavoro oscuramente ottimista di Robert Zemeckis (l’anno era il 1985: apice del reaganismo), ma il deliziosamente infelice Groundhog Day (Ricomincio da capo) di Harold Ramis, opportunamente collocato in un 1993 pessimista e grunge. In quel caso, il massimo della “differenza nella ripetizione” consisteva nei mille modi messi in atto da Phil Connors per uccidersi (tutti, ovviamente, destinati all’insuccesso): “Sono sopravvissuto a un incidente; non solo ieri sono esploso, mi sono avvelenato, pugnalato, sparato, congelato, impiccato, fulminato e bruciato”; e questa, per esempio, era la sua previsione di meteorologo per il futuro, per l’inverno a venire: “Sarà molto freddo, sarà cupo e tetro, e sarà lunghissimo. Fino alla fine della vostra vita.”
I nuovi film sul viaggio-nel-tempo sono cioè informati dalla nozione che, alla fine di questo breve e lunghissimo percorso, ciò che si trova è semplicemente se stessi: un sé del tutto alieno e irriconoscibile, inadeguato, colpevole. Il rimorso e il senso di colpa sono le energie fondamentali che animano questi viaggi: ed essi sono paradossalmente orientati al passato da modificare (il nostro, e quello della narrazione), anche quando sono ambientati nel futuro. Il futuro è sempre un luogo spiacevole, sgradevole, ostile, inospitale, come le megalopoli distopiche di metà XXI secolo in cui Joe (Joseph Gordon-Levitt/Bruce Willis) si aggira sperduto in preda alle crisi di astinenza e all’ansia di autodistruzione.

Rian Johnson, Looper (2012)

Rian Johnson, Looper (2012)

VIAGGIO NEL TEMPO, MA ALL’INDIETRO
Questi sono forse i primi viaggi nel tempo cinematografici totalmente e ostinatamente rivolti indietro, e non in avanti. L’unica forza apparentemente in grado di rompere il cerchio, di far fuoriuscire l’azione e il pensiero da questo labirinto, di introdurre una trasformazione e un’innovazione in un destino che sembra già scritto e autoconcluso (la “predestinazione”), è la scoperta inattesa dell’altro, la fusione inaspettata con l’altro (quasi sempre, questa idea è veicolata dall’amore per una creatura o per un’idea): questi uomini appaiono così finalmente pacificati, liberati dai propri tormenti interiori ed esteriori. E proiettati verso una dimensione di indistinzione definitiva: “Quale buio è noi, affinché siamo simili al buio, cioè abbiamo qualcosa in comune con il buio per disporre della possibilità di conoscere il buio? Chi c’era all’inizio per sapere che c’è stato un inizio? Perché nella temporalità è possibile percepire l’inizio e poi la successione?” (Giuseppe Genna, Io sono, Il Saggiatore 2015, p. 46).

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #28

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